Vittorio Zucconi: Wolfowitz, il declino dell’ultimo falco

Il regno di Paul Wolfowitz, il 63enne architetto della "dottrina Bush", il profeta del "cambio di regime" e della guerra in Iraq, è arrivato alla fine e con lui si consuma il tragico crepuscolo degli dei neo con della guerra. Con una faticosa e negoziata exit strategy, proprio quella via di fuga che viene negata ai soldati intrappolati in Iraq, "Wolfie", per gli amici e per l’amante che gli è costata il posto, sta negoziando in queste ore l’uscita da quella Banca Mondiale dove la Casa Bianca lo aveva sistemato nel 2005, dopo i disastri fatti al Pentagono, e amministrare la più importante agenzia di finanziamento internazionale ai paesi in via di sviluppo. Ma in realtà per dirottare, con il pretesto della lotta alla corruzione, i fondi verso i paesi e i regimi allineati con Washington. Arrogante fino all’ultimo respiro, Wolfowitz sta trattando una formula che lo butti fuori senza ammettere la sua responsabilità nella carriera della propria amante, funzionaria anch’ella della Banca, perchè assumersi responsabilità non è accettabile nella cultura degli ideologi e di questa amministrazione che "non sbaglia mai". Sarà una separazione votata dai 24 paesi che formano il consiglio di amministrazione della Banca Mondiale, dice il suo avvocato. E’un finale da pochadealla ennesima tragedia dell’hybris, della presunzione intellettuale e della superbia che acceca chi vuole perdere. Nella commozione e nello sdegno di una nazione dopo l’11 settembre, "Wolfie" e i suoi discepoli neo-con avevano trovato il terreno per realizzare il progetto di egemonia americana sul mondo. Tutti affiancati nella convinzione, espressa da uno dei principali teorici della banda, Max Boot, che "la maniera più realistica per combattere il terrorismo è che l’America accetti e abbracci il proprio ruolo imperiale". Wolfowitz, figlio di un ebreo polacco sfuggito a quei campi di sterminio che inghiottirono ad Auschwitz altri della sua famiglia meno fortunati, è stato "sfiduciato" dal board, dai direttori della Banca, per un banale, forse veniale e discusso caso di nepotismo. E’stato crocefisso alla sfacciata protezione estesa alla direttrice delle comunicazioni e pubbliche relazioni, Saha Riza, una cittadina britannica nata in Libia e di dieci anni più giovane di lui. Grazie alla propria potenza, l’aveva fatta trasferire al Dipartimento di Stato, dopo avere ottenuto un ambiguo segnale verde dall’ufficio "etico" della Banca, con un sostanzioso aumento di stipendio, da 140mila a 180mila dollari esentasse, l’impegno di un aumento annuale dell’8% e la garanzia di riassunzione nella stessa Banca con un grado e una retribuzione più elevata. Neppure il fatto che la signora, un’economista di eccellente reputazione e curriculum, laureata a Oxford, fosse da tempo la sua compagna stabile, avrebbe scosso oltre misura un’organizzazione nella quale, come in tante organizzazione multinazionali, assunzioni e promozioni di comodo sono valuta corrente. Ma Wolfowitz ha pagato, attraverso quella donna, la cambiale politica che aveva firmato con il resto del mondo, e soprattutto con l’Europa, nei giorni esaltati e allucinati della arroganza e della superbia, quando, dalla seconda poltrona del Pentagono, "suonò incessantemente e ossessivamente il tamburo della guerra", come ha scritto un biografo. Esattamente come le inesistenti armi di distruzione di massa, che lui stesso ammise poi erano state soltanto "un espediente burocratico", o l’immaginaria responsabilità irachena nell’11 settembre, così "l’affaire Rhaza" è stato il pretesto, non la vera causa, della vendetta che le componenti europee della Banca e le nazioni povere che si sono viste rifiutare aiuti per non essersi inginocchiati davanti al neo-impero, hanno consumato. Anche la sua difesa è stata esemplare dell’atteggiamento sprezzante che lui, e gli altri fedeli della cabala neo-con, hanno sempre dimostrato nei confronti di ogni critico. Non si è difeso bene, perchè si credeva inattaccabile. A un collaboratore rispose, secondo la deposizione giurata e qui edulcorata: "Se credono di metterlo in quel posto a me, sappiano che ho abbastanza materiale per metterlo in quel posto a loro". Ma con lui, cade molto più di un presidente della World Bank, che sarà comunque e ancora guidata da un personaggio scelto dagli Usa che da soli forniscono il 16% della dotazione finanziaria. Cade la pietra d’angolo di quel tempo neo-imperiale che dal famoso manifesto per il Nuovo Secolo Americano, firmato e scritto da Wolfowitz nel 1997 avevano progressivamente infiltrato una Casa Bianca troppo intellettualmente debole per opporsi alla loro aggressività. Se ne sono andati Donald "Rummy" Rumsfled, il segretario alla Difesa che dei neo-con era stato con Cheney la testa di turco, prima di diventarne il capro espiatorio; Richard Perle, che dalla potente commissione di saggi consiglieri strategici fu allontanato per conflitto con i propri interessi finanziari; Douglas Feith, altro sottosegretario definito dal comandante della spedizione in Iraq, generale Tommy Frank, "il più formidabile coglione che abbia mai incontrato", in una citazione mai smentita da Frank; Scooter Libby, il capo gabinetto di Cheney, condannato per falsa testimonianza e ostruzione di giustizia, e ora l’illustre professore Wolfowitz, allievo del filosofo di riferimento di questo gruppo, Leo Strauss, e per anni titolare della cattedra di relazioni internazionali alla Johns Hopkins University. Tra le grida di sdegno della neo destra che aveva cercato di proteggerlo con editoriali sul Wall Street Journal e sull’organo aziendale dei neo con superstiti, il Weekly Standard e con interviste a rappresentanti di paesi africani grati a lui per i favori ricevuti, alla fine il Grande Moralizzatore è scivolato, con deliziosa ironia, su una questione etica. Per evitare accanimenti terapeutici, anche la Casa Bianca lo aveva scaricato, ieri, segnalando la fine imminente di un uomo che credeva di poter cambiare il mondo, e ora scopre quello che tutti gli ideologhi prima o poi scoprono: che è sempre il mondo a cambiare loro.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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