Vittorio Zucconi: Usa, la trappola della lista nera

La paranoia burocratica anti-terrore sembrò avere la sua rivincita, dopo tante critiche, al controllo imbarchi dell’aeroporto Dulles di Washington. Il sospetto terrorista di Al Qaeda fu facilissimo da individuare. Alto più di due metri, massiccio nei suoi 160 chili, nerissimo di pelle, il suo volto compariva da anni sugli schermi delle tv americane e il suo nome lo tradì. ‟Ci segua senza fare resistenza”, lo circondarono e e dopo due ore di interrogatorio, l’uomo fu finalmente smascherato: era uno dei più famosi allenatori di basketball degli Stati Uniti, vincitore di titoli nazionali alla guida della Università di Georgetown, coach olimpico e commentatore tv, ma il suo comunissimo nome, John Thompson, era uno dei 509 mila nominativi di potenziali terroristi, una ‟nazione dentro la nazione” cresciuta sotto la spinta della paranoia burocratica. Mezzo milione di individui colpevoli soltanto di avere un nome o un cognome vagamente simili a quelli di una vero criminale. La giusta ansia di prevenire un altro 11 settembre, il timore di essere colti nuovamente di sorpresa come accadde quando i 19 massacratori delle Torri poterono legalmente girovagare per il Paese tra l’indifferenza delle autorità, ha prodotto uno stato di panico che sta, come tutte le forme di panico, ridicolizzando lo sforzo di prevenire. In quattro anni, la lista dei ‟nomi sospetti” che nel 2003 aveva raggiunto le centomila identità, si è quintuplicata e ora elenca 509 mila nominativi, in ogni lingua e di ogni nazionalità. Chiunque abbia la sfortuna, come il riverito coach Thompson, di essere omonimo, o anche di portare un cognome simile a uno di quei 509 mila nella "lista nera", è esposto al rischio di essere incarcerato per nessun’altra colpa che quella anagrafica. La cifra, che è coperta da segreto di Stato e non dovrebbe essere resa nota, è sbucata da una di quelle fessure burocratiche e amministrative che in una democrazia spesso tradiscono i segreti meglio di una spia nemica. Lo NCTC, il centro nazionale per il controterrorismo, una di quelle agenzia di Stato prodotte dall’11/9 ha richiesto al Parlamento per il bilancio 2008 i necessari finanziamenti per ‟mantenere e aggiornare la lista dei 465 mila nomi di sospetti sorvegliati” alla quale lo Fbi, che ha una propria lista altrettanto segreta, ne aggiunge altri 44 mila portando il totale oltre il mezzo milione. ‟E’un numero non soltanto sbalorditivo - ha commentato per la Abc News che ha fatto lo scoop, lo specialista di antiterrorismo Tim Sparapani, che ha formato un’agenzia privata di indagini e protezione - ma è un numero insensato, perché controllare 509 mila nomi significa semplicemente non controllare nessuno o al contrario infastidire e tormentare cittadini o turisti innocenti”. Quei turisti che già oggi, come nella Russia sovietica, sono costretti a depositare ai consolati gli itinerari di viaggio con date e luoghi di pernottamento. Come nel caso del leggendario "coach Thompson" o di vari congressmen, tenuti anonimi per l’imbarazzo, fermati e interrogati in aeroporti americani per semplici casi di omonimia o di assonanza, nonostante avessero con sé i documenti che li identificavano come membri del Congresso. Non sono infatti soltanto nomi di origine e di suono arabo, quelli compresi nella "lista di proscrizione", ma nomi inglesi, italiani, francesi, tedeschi, ispanici, russi, facilmente reperibili anche negli Stati Uniti, "la nazione delle nazioni" alla quale nessun nome è "straniero". Confusione ulteriore si aggiunge per i problemi di traslitterazione da lingue non latine, come appunto l’arabo, che si prestano a varie forme di grafia. Il "nemico numero Uno", quello che sei anni or sono Bush ci promise "vivo o morto", è scritto, nei documenti anche dello stesso governo americano, almeno in quattro modi diversi, Usama bin Ladin, Osama Bin Ladin, Osama bin Laden, Usama Bin Laden, mentre i milioni di musulmani neri, che cambiarono i proprio nomi originali anglofoni in Mohammed, Karim, Mustafa, Sheik, Khaled sono automaticamente caduti nella trappola della ‟lista nera”. ‟Nessun apparato di sicurezza al mondo, neppure questo mostro che è stato creato negli Stati Uniti dopo l’11 settembre”, dicono i rappresentanti della American Civil Liberties Union, la lega per la protezione dei diritti civili e costituzionale, ‟può tenere sotto controllo mezzo milione di persone, e tentare di farlo comporta soltanto un ridicolo spreco di risorse”. La lunghezza di questo "albo nero" si giustifica con il fatto che ‟molti agenti del terrorismo usano documenti falsi e alias”, dunque il totale dei nomi cresce, senza che necessariamente cresca il numero dei portatori. Ma le spiegazioni sarebbero più convincenti se, proprio in questi giorni, non fosse emerso da un’inchiesta condotta dal Washington Post che la stessa Fbi - sotto il pungolo della prevenzione del terrore che finora sembra avere sventato molti più complotti immaginari che uno soltanto reale - ha condotto migliaia di investigazioni, intercettazioni telefoniche e di comunicazioni via internet violando la legge 50 volte più che prima dell’11 settembre. La macchina del terrore, l’industria della paranoia alimenta sé stessa, nella convinzione nella presunzione di colpevolezza che ormai avvolge chiunque telefoni fuori dagli Stati Uniti, viaggi in aereo o abbia un cognome "sospetto". Come il "Mister" Thompson che, stanco di essere frenato e interrogato a ogni imbarco, ha mosso un’azione legale e ha ottenuto dall’Agenzia per la Sicurezza Nazionale, il leviatano della burocrazia paranoide, una lettera ufficiale e plastificata nella quale si dice che lui è, sì, John Thompson, ma non "quel" John Thompson.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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