Vittorio Zucconi: Al Qaeda e la frontiera irachena. La guerra che Bush non vince

Tradito dalla cronaca, che ogni giorno lo aggredisce con le notizie dall’Iraq, abbandonato dall’opinione pubblica e dal proprio partito che lo condannano a indici di gradimento (27%) ormai vicinissimi a quelli di Nixon (24%), George W. Bush si affida all’ultima dea di tutti i presidenti disperati: alla storia.
Guarda a un futuro lontano, misurabile in generazioni, dunque indifferente alla disastrosa e angosciante conclusione raggiunta dai suoi stessi analisti di intelligence, secondo i quali Al Qaeda, il Maligno, l’avversario mortale ideologico, come lui dice, per il quale sono stati sacrificati finora 3.600 giovani americani, spesi 200 mila euro al minuto, e uccisi centinaia di migliaia di iracheni, ‟è più forte e organizzato ora di quanto sia stato dopo l’11 settembre”. Sei anni di presunta ‟guerra al terrore” di occupazione dell’Afghanistan, quattro in Iraq e il terrore è più forte di prima.
Non ci sarebbe stato bisogno di leggere quest’ultimo rapporto riservato dell’intelligence americana, puntualmente passato ai giornali e non smentito (altro sintomo classico della fuga dei topi dalla nave che affonda) per sapere che l’infezione del terrorismo islamico antioccidentale si sta diffondendo e non risolvendo. Che l’invasione dell’Iraq e la macellazione pubblica di Saddam Hussein non sono stati affatto quella cauterizzazione dolorosa e risolutiva, promessa dai suoi ideatori, ma al contrario hanno avuto l’effetto di moltiplicare le spore maligne, impegnando e quindi paralizzando il solo avversario che ‟l’islamofascismo” davvero tema, gli Stati Uniti, nell’insensata moscacieca fra clan, tribù, terroristi interni, kamikaze d’importazione e nuove reclute locali, che soltanto Bush può ancora giudicare come ‟un progresso”.
Il fatto che il mondo non sia affatto ‟più sicuro” dopo l’abbattimento del Rais, che Al Qaeda abbia trovato nel vuoto di potere (e nella complicità) ai confini del Pachistan il proprio nuovo santuario, basterebbe da solo a chiudere ogni discussione su una guerra che ormai continua soltanto per permettere a Bush di non ammettere l’errore e di non pronunciare la parola ‟ritirata”. Il ridotto nel quale si sono arroccati è un paradosso allucinante eppure reale, è l’affermazione che se l’America si ritirasse, gli altri, le forze del Male, potrebbe gridare vittoria, esibire la testa di Bush, dopo avere esibito le teste di Breznev e di Gorbaciov in Afghanistan e proclamare che la potenza di Allah ha ancora una volta avuto ragione dei demoni miscredenti.
Questo è tutto ciò che rimane di una campagna militare lanciata per bonificare l’Afghanistan dai Taliban e poi in Iraq per costruire una Disneyland della democrazia laica che avrebbe dovuto attirare i figli dell’intera mezzaluna mussulmana con la promessa dell ‟effetto domino virtuoso”.
Evitare il peggio, perché Bush ha ragione e il ritiro, subitaneo o a rate, dei 170 mila soldati americani dall’Iraq, sarebbe realmente celebrato, nelle proverbiali ‟strade arabe”, come il trionfo sul Satana d’Occidente. Un trionfo che lui ha regalato, gettandosi a testa bassa nella fossa dove il nemico voleva attirarlo con lo sfregio mostruoso dell’11 settembre.
Poiché nessuno dei falsi geni che aveva concepito la campagna d’Iraq aveva previsto la possibilità che potesse divenire un’altra Cecenia, un nuovo Vietnam, o l’Afghanistan che divorò l’Armata Rossa, l’ipotesi di perdere la guerra e quindi di offrire una Lepanto alla rovescia ai neo califfi, era stata contemplata. Il cruciale ‟what if?”, e che succede se? non era ammissibile nel sistema ideologico chiuso e autorefenziale della destra neo con, come non lo era dietro le mura del Cremlino di Breznev. Dunque oggi l’America di Bush si trova a dover subire l’ipotesi di una spaventosa disfatta autoinflitta.
Nessuno, non i democratici, ai quali cinicamente va benissimo che George W. resti chiuso nella gabbia che si è costruito intorno, non i repubblicani, che sono tentati dalla defezione in massa ma temono il contraccolpo del tradimento, e certamente non Bush, che galleggia aggrappato al mitico ‟rapporto del generale Petreaus”, il comandante al fronte, in settembre”, sa come uscire. I media, ora pentiti del loro bellicismo patriottardo anteguerra, chiedono il ritiro subito, senza altri traccheggiamenti, come ha fatto il New York Times. Le network e le radio bushiste ignorano l’Iraq, o lo seppelliscono sotto le Paris Hilton e la cronaca nera. E lui, sempre più malinconico e pensoso (‟è in una fase di riflessione e di meditazione” fanno sapere dalla Casa Bianca,) si racconta in tv ‟vecchietto e solo nel mio piccolo ranch nel Texas davanti allo specchio” della coscienza. Ad aspettare il giudizio della storia, mentre l’America, e il resto del mondo, continueranno nel frattempo a pagare ai sanguinari di Al Qaeda il conto della cronaca.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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