Michele Serra: Il Sud in fiamme. I manovali dell’autodistruzione

Sul Sud che brucia per mano di alcuni suoi scellerati abitanti si è già detto tutto o quasi. Che la colpa è di interessi speculativi e malavitosi legati all’edilizia; di leggi buone ma tanto per cambiare inapplicate o inapplicabili; di cascami di una cultura agropastorale riottosa ai rimboschimenti; di mezzi di spegnimento mai abbastanza poderosi e moderni a fronte della progressione geometrica dei fronti di fuoco; del clima che rinsecchisce la Terra, addirittura di qualche giovane idiota che appicca le fiamme per svago, divertimento congenere ai sassi dai cavalcavia. Ma nessuna di queste ragioni, tutte purtroppo verosimili e molte già verificate, basta a spiegare una catastrofe così reiterata e sadica. Lo scarto tra i famosi "interessi speculativi" e lo scempio del tessuto ambientale e sociale è infatti così macroscopico, così mostruosamente empio, da far venire in mente piuttosto categorie psichiatriche: pazzia, istinto di autodistruzione, voglia di morte. Se un consesso umano è un organismo, potrà bene ammalarsi come un singolo individuo. Nessuna persona sana di mente, per quanto disonesta o avida, vorrebbe ridotti in cenere il suo paese, le sue case, la sua gente, la sua terra, nel nome di qualche suo progettino commerciale. Per bruciare un pezzo di Italia con tanta determinazione, in più punti, profittando vigliaccamente del vento che moltiplica i focolai, bisogna avere perduto ogni nesso logico tra le proprie ambizioni, qualsiasi siano, e la realtà della vita. Non c’è mancanza di coscienza ecologica o di rispetto ambientale che possa davvero spiegare l’intenzione dei piromani, che non rimanda a una "normale" volontà criminale, o a una volgare indifferenza per la collettività e il paesaggio, quanto a una sorta di soluzione finale. Terra bruciata. Esseri umani carbonizzati, boschi distrutti, attività economiche abortite, turismo in ginocchio, case abbandonate, campi improduttivi, pubblicità nefasta che fa il giro del mondo: come può tutto questo rientrare in una partita di giro economica, in un cinico calcolo su rimborsi e modifiche di piani regolatori? Siamo abituati (o rassegnati) a spiegare tutto con l’economia, che è diventata la sola disciplina in grado di mettere d’accordo il basso e l’alto, intellettuali e popolo, a scapito di vecchie scienze umane come l’antropologia o la psichiatria. Ma guardando i telegiornali, leggendo i giornali, ascoltando i racconti dei superstiti, passando lo sguardo su quelle ustioni che hanno preso il posto degli alberi, degli uomini e delle bestie, qualcosa ci dice che l’analisi non è completa, che il "cui prodest" pan-economico non basta più a entrare nel cuore di un crimine così spaventoso e funereo. Di opinioni sentenziose e spesso para-razziste sulla deriva sociale inarrestabile del Mezzogiorno italiano se ne sono sentite a iosa. E anche, di contro, altrettante autogiustificazioni pietistiche e puerili, con la gnola secolare sullo "Stato che non fa abbastanza". (Ma lo Stato, questa volta, ha mandato l’esercito. Massima solennità simbolica, speriamo quasi altrettanta efficacia repressiva). Ma il mistero di una psicologia civile così autolesionista, di una comunità così ricca di risorse e qualità e così permeabile dal crimine, dalla sopraffazione, dal macello sociale, in questo caso perfino dall’autodistruzione, esiste e soprattutto resiste. "Non si riesce a capire", in questo come in altri casi "non si riesce a capire" come fermare il fuoco che consuma questo pezzo meraviglioso e orrendo del nostro Paese, e si capisce soltanto che il groviglio è tutto interno a quella società e quei luoghi, che i soli in grado di spegnere le fiamme non sono i Canadair, non è "lo Stato" (che è quello che è anche perché assomiglia terribilmente ai suoi cittadini: e in questo caso, comunque, non appicca il fuoco ma si danna per spegnerlo), sono le persone che lì abitano, lì sognano e lì patiscono. I piromani hanno parenti, amici, figli a scuola, vanno negli stessi bar di chi ieri fuggiva terrorizzato, evacuava ospedali e abitazioni, malediceva la sorte. Un senso, una spiegazione (anche immateriale e terribile come una forma di follia sociale irrefrenabile) ci dovrà pure essere, e non è lo Stato che può, da solo, risolvere la faccenda come un Santo patrono. La faccenda è nelle mani di chi è costretto a camminare sulla cenere. Di chi viene considerato da suoi concittadini come stoppie da bruciare, rifiuti da eliminare, piccoli ingombri umani sulla terra calva.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma e cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su ...

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