Vittorio Zucconi: 1967. L’Estate dell’Amore

Calarono sulla baia leggeri come la nebbia che al mattino avvolge San Francisco, una gocciolina dopo l’altra, fino a inghiottire tutto prima di dissolversi come un sogno. Arrivarono uno alla volta, cominciando nel 1966, quando ancora non avevano un nome né un viso, uno con la chitarra, un altro con un fiore nei capelli, una ragazza con i tamburelli, anche bambini e bambine di dodici o tredici anni, richiamati dal suono di un pifferaio magico che soltanto loro riuscivano a sentire da ogni punto del villaggio America, nel frastuono di un’adolescenza prospera, annoiata e inquieta, avvolti nel profumo languido del patchouli, la pianticella indiana che serve a mascherare l’odore della marijuana. Li accoglieva nel parco del Golden Gate, accanto al ponte, un professore di Harvard - Harvard, mica l’università del cantone - che li invitava con due fiori gialli in testa, uno per orecchio come i macellai portavano un tempo le matite copiative, ad abbandonare le scuole e i college, le casette di sobborgo fabbricate con lo stampino, le cucine componibili, il danaro, la chiesa, il matrimonio, a lasciare l’America dei loro padri e delle loro madri, non per "fare", come impone il vangelo nazionale, ma semplicemente per "esistere", per lasciarsi vivere. Nei giorni di un’estate di quarant’anni or sono, fra il luglio e l’agosto del 1967, goccia dopo goccia di nebbia e di Lsd, la foschia arrivata da oltre la Sierra Nevada era diventata una creatura formata da almeno centomila, o duecentomila, e chi li contava più, ragazzi e ragazze fra i dieci e i venticinque anni. Una "nazione di tribù" come loro si facevano chiamare, che sarebbe volata via lasciandosi dietro le armonie di musiche inquietanti, il sapore dell’"acido" e l’impronta di un nome che ancora semina spavento, nostalgie e voglie: hippie. Fu l’estate nella quale l’America si ribellò a se stessa, il tempo dei ‟ribelli senza una causa”. La battezzarono the Summer of Love, l’estate dell’amore, e di amore quell’armata di profughi dal puritanesimo e dal produttivismo, ne fece parecchio, come dimostrarono i casi di malattie veneree triplicati in due mesi e trattati con ‟secchiate di penicillina” secondo l’espressione di un esausto medico nella clinica gratuita. Ma l’amore era più di una coppia allacciata negli scantinati delle vecchie case vittoriane della via Haight, costruite un secolo prima per emigrati irlandesi, sui prati del parco, sul marciapiedi, ovunque la voglia li cogliesse. L’amore, fisico, mistico, immaginario, universale, obbligatorio, era la loro mite arma di autodistruzione di massa, pensata per respingere e quindi demolire un ordine sociale, economico, politico che sembrava avere prodotto soltanto ingordigia, corsa dei topi, automi "dalle nove alle cinque" con la camicia di sintetico a maniche corte. E soprattutto una guerra sempre più vicina, che cominciava ad azzannare la loro generazione con le cartoline precetto per quel Vietnam che i coetanei furbi, come Bill Clinton, o raccomandati, come George W. Bush, evitavano. Quella generazione di figli della guerra che allora rappresentava, con novanta milioni di americani nati dopo il 1945, quasi la metà dei duecento milioni di abitanti. L’America stava per sbarcare sulla Luna, ma nello spazio questi già volavano senza muoversi. San Francisco, che fra catastrofi naturali, incendi, avventurieri, bizzarre regine di California, indigeni diligentemente sterminati, macilenti cercatori d’oro e naviganti russi scesi bordeggiando dall’Alaska credeva di avere visto tutto, aveva già nel suo nocciolo il seme della ribellione permanente. Ribolliva nella vicina università di Berkeley pronta ad esplodere nella fiammata che noi avremmo poi chiamato Sessantotto. Soffriggeva nella libreria aperta dal poeta figlio di un immigrato venuto da Brescia, Lombardia, Lawrence Ferlinghetti, la City Lights, luci della città proprio come il titolo del capolavoro di Chaplin, che leggeva e discuteva con gli scrittori beat sempre in rissa fra loro versi disperati e stupefacenti per i figli dell’America cresciuta a latte, pannocchie e salmi: ‟...costantemente rischiando di cadere nell’assurdo e di morire, il poeta si libra come un acrobata sul filo teso degli sguardi del pubblico~ ad ali spiegate nella vuota aria dell’esistenza~”. Wow, man, groovy, stupendo, mormoravano rintronati gli ascoltatori. Ma i beatnik, i Ferlinghetti, i Ginsberg, i Kerouac, li guardavano con condiscendenza mentre cantavano le ballate della loro ribellione morbida, sensuale, passiva: quelle che invitavano, con i Mamas and Papas, a ‟mettere un fiore tra i capelli, se vai a San Francisco”, o creavano con i Grateful Dead di Jerry Garcia il San Francisco sound, la grande muraglia sonora del rock psichedelico che aveva influenzato anche Lennon e McCartney, passati da San Francisco nel 1966 e tornati con il loro Sgt. Pepper’s. Si credevano hip, forti, ganzi, avanguardia: per questo gli appiccicarono il diminutivo sprezzante di hippie. Ma a loro non poteva importare di meno del giudizio altrui. Timothy Leary, il professore di Harvard coi fiori sulle orecchie, li aveva invitati a ‟sintonizzarsi” sulle vibrazioni di quell’estate e a ‟buttarsi fuori” dalla carovana del tempo e loro si buttavano. Inventavano una vita che neppure loro conoscevano, organizzavano i be in, i raduni per esistere. Organizzavano falò giganteschi e purificatori di dollari, naturalmente falsi, perché di quelli veri ne circolavano pochi nel quartiere attorno all’incrocio di due strade, Haight e Ashbury, che divenne per loro quello che San Pietro è per i cattolici. Mangiare non era un problema. I Diggers, i minatori, una compagnia di attori senza scrittura, battevano grossisti, supermercati, ristoranti, raccogliendo casse di frutta, verdura, riso, carne, formaggi avanzati o scartati e sfamavano chiunque si presentasse. Lo shopping era gratuito, nel Free Store dove tutto era a disposizione. Farsi curare, pure. Nella Free Clinic (che ancora esiste e funziona, sempre lì, a Haight) eroici dottori volontari curavano tutti gratis pompando antibiotici, lavando le piaghe infettate nei piedi sempre obbligatoriamente scalzi, accudendo neonati malnutriti e praticando quegli aborti che sfuggivano alla prima pillola anticoncezionale, l’Enovid, entrata in commercio proprio in quegli anni, ma troppo costosa per le figlie dei fiori senza soldi. Janis Joplin, la musa del rock acido che morirà a ventisette anni nel 1970 di overdose, ebbe un aborto proprio nella Free Clinic, alla quale lasciò migliaia di dollari per gratitudine. Naturalmente, nel mondo alternativo dove gli hippies vivevano, nessuno si chiedeva chi avesse coltivato quella frutta, distillato quegli antibiotici, fabbricato quegli abiti. La principale società di bus, la Grey Line, organizzava tour della San Francisco hippie, portando turisti sbigottiti e un po’invidiosi a vedere la zona di Haight-Ashbury, come i gorilla del monti Virunga, con annesso glossario del gergo. Nonne coi capelli turchini, padri con il cuore in gola, guardavano quella fiumana di giovani che sciabordava senza meta fra il parco del Golden Gate, i giardini pubblici di Fell Street, le comuni di Haight, ringraziando il loro Dio per non avere i propri figli tra di loro, a rintronarsi del carburante che alimentava l’estate dell’amore, lo Lsd, l’acido lisergico diatilamide, creato trent’anni prima da un dignitoso chimico svizzero della Sandoz che ne scoprì per caso (almeno così disse) la potenza psichedelica. Volare nella "realtà alternativa", che l’acido produce sconvolgendo i sensi e la percezione, era la condizione inevitabile del rifiuto della "normalità". Per mesi a San Francisco scarseggiarono le zollette di zucchero, il veicolo per ingerire le gocce amarognole di Lsd. Ancora alla fine del 1966, nessuna autorità aveva prestato molta attenzione all’"acido" sintetizzato dallo svizzero, che infatti era legale, fino a quando il governatore della California, un certo Ronald Reagan, rispose all’agitazione degli adulti e alla pressione delle polizie e lo dichiarò fuorilegge, riuscendo soltanto ad eccitarne la potenza trasgressiva e facendo la fortuna dello spaccio clandestino e del crimine organizzato. Alla fine dell’estate, alla riapertura delle scuole, quando nella città dell’amore erano rimasti soltanto i più convinti, i più strafatti o i più disperati, la nebbia si ritirò come era arrivata, svanendo. Al posto delle figlie dei fiori erano arrivati i pusher di professione, che avevano cominciato a trafficare in roba dura, eroina, speed, anfetamine. La cucina dei "minatori", dei Diggers, serviva orrende e mefitiche porcherie, come ammise uno dei suoi cuochi, l’attore Peter Coyote. E le ragazze, le figlie dell’America perbenino che credevano di avere trovato qui la liberazione dai tabù e dai reggiseni della femminilità obbligatoria, cominciarono a scoprire che loro restavano, per i maschi, giocattoli sessuali e tanti di quei foruncolosi adolescenti erano calati sulla baia soltanto per "farsele" e buttarsi nella mischia. ‟La posizione delle donne nel nostro movimento”, avrebbe detto il leader della Pantere nere Stokely Carmichael, ‟deve sempre essere una sola: sdraiate sulla schiena”. Willian Hedgepeth era l’inviato del settimanale Look, mandato a vivere con gli hippies come uno hippie. Se ne andò in settembre, immalinconito dalla fine squallida di una stagione ‟bizzarra ed eccitante”, come scrisse Newsweek. ‟Lo squallore, Cristo, lo squallore~”. In autunno, quando comincia a fare freddo e piove anche a San Francisco, gli ultimi profughi celebrarono ‟il funerale degli hippies” dando l’addio a loro stessi, sconfitti dall’America che avrebbe visto, con Reagan, Clinton e i Bush, la rivincita di padri e madri e il chiudersi del mitico gap fra le generazioni. Forse non ci sarebbero stati il femminismo, la liberazione sessuale, l’ecologismo, la spinta verso i diritti civili di tutti e tanta, straordinaria musica nuova, senza l’estate in cui l’America si ribellò a se stessa, ma nella San Francisco dove le case di Haight oggi sono passate dagli hippie agli yuppie per milioni di dollari (veri) è rimasta, di quel tempo, la malinconia di una generazione di Peter Pan invecchiati, i baby boomers, oggi più preoccupati della prostata e dei Bot che della salvezza del mondo. Hedgepeth ricorda di essere stato inseguito da un amico hippie mentre saliva sul taxi che lo portava all’aeroporto. ‟Ti ho spedito una cartolina affrancata con un francobollo imbevuto di Lsd, man, lecca il francobollo, lecca il francobollo, ti prego, leccalo”, gli gridava correndo col fiatone, ‟fallo per ricordarti di noi e dell’estate dell’amore”. La cartolina non gli fu mai recapitata.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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