Vittorio Zucconi: L’ultimo viaggio del biglietto aereo dal 2008 si vola solo con l’"e-ticket"

Era il nostro talismano, il santino da palpeggiare nervosamente in quella sua forma oblunga e insensata che non stava mai dentro nessuno portafoglio, tasca o borsetta, per attenuare l’ansia prima del grande salto nel vuoto: il biglietto aereo. L’ultimo grido prima di uscire di casa e salire in taxi, in partenza per una vacanza fantozziana tutto compreso nel Mar Rosso o per un servizio di guerra, era sempre: ‟Ti sei ricordato passaporto e biglietto?”. Perché a tutto si rimedia, nella "terra incognita" del viaggio, ma dimenticare passaporto e biglietto aereo significava ore di genuflessioni infruttuose, di giaculatorie vane (‟il direttore mi spara se non mi imbarco”, ‟mia moglie mi divorzia se non partiamo per il mare”) davanti alla arcigna signora del check-in o al sospettoso agente di frontiera.
Storia di ieri, sketch da cineteca, ormai. Il biglietto aereo di carta, quel panino succulento di tagliandi, andate, ritorni, ricevute, copie che aveva la consistenza di un toast ben farcito, è arrivato alla fine. Fra 8 mesi, entro il 31 maggio del 2008, non esisterà più. Sarà definitivamente sostituito dall’eTicket, il biglietto elettronico, virtuale, impalpabile. Diverrà un algoritmo di numeri e lettere che al momento dell’imbarco il cervello elettronico della compagnia ritroverà e sputerà fuori.
Sempre che il cervello quel giorno funzioni, l’incaricato non sia un sciopero o non sia andato fuori a fumare una sigaretta quando il computer s’impunta.
Da tempo si sapeva che i giorni del biglietto aereo di carta erano contati e presto avrebbe raggiunto il grande museo nel cielo dove corrono le carrozze, tintinnano i gettoni del telefono con le loro scanalaturine, ballonzolano le chiavi d’albergo di ferro con la gigantesca pera di legno appesa.
Ora la sentenza di morte è definitiva, annunciata dalla Iata, l’autorità mondiale del trasporto aereo, che ha ordinato l’ultima partita di bigliettoni ai sette tipografi specializzati. Ne ha ordinati 16 milioni e mezzo, da distribuire a 65mila agenti di viaggio in 162 nazioni e quando saranno esauriti quelli, fra 270 giorni, basta.
L’ultimo viaggio del documento di viaggio è dunque cominciato. Non stava benissimo di salute, visto che ormai l’84 per cento dei passeggeri, e il 100 per cento di chi utilizza quelle tradotte volanti chiamate elegantemente low cost airlines, era già passato al biglietto elettronico, prenotato per telefono o via internet o sputato a barre dalla stampante del proprio computer su un insoddisfacente e flaccido fogliolino di carta. Il pubblico volante, che spesso non aveva scelta, lo preferiva, visto che in appena tre anni l’uso dell’eTicket era passato dal 16 all’84% dei passeggeri, ma lo preferiscono soprattutto le compagnie aeree. Guardano alla "bottom line", alla somma in fondo alla colonna degli addendi, e la cifra che leggono è inebriante: abolendo la carta, il risparmio sarà per loro di 9 dollari, 7 euro, a biglietto, per un totale di 3 miliardi di dollari all’anno.
Nessuno s’illuda che le compagnie passino questo gruzzoletto a noi passeggeri. Al viaggiatore spremuto nel sedile di mezzo tra obesi ai fianchi e neonati sofferenti di coliche nel volo tra Roma e Sidney, che non potrà più dedicarsi alla lettura di quel volumetto coperto di sigle e numeri incomprensibli, ma con la rassicurante data e ora e volo del ritorno, dovrebbe restare la consolazione di sapere che 50mila alberi non saranno abbattuti per farne tagliandi di volo. La sensibilità ecologica delle linee aeree è toccante e sarebbe anche più apprezzata se dalla vita degli alberi si estendesse alla vita del viaggiatore in economica e alla quantità di noccioline americane salate offerte alle scimmiette elettronicamente imbarcate.
Il possesso palpabile, sensuale, del carnet di viaggio, custodito in quei pieghevoli nei quali le agenzie lo riponevano con fessurina esterna per la carta d’imbarco, non garantiva mai nulla, come possono testimoniare le legioni di Fantozzi, di rappresentanti di commercio e di inviati speciali rimasti a terra, per ‟overbooking”, per errori di prenotazione o perchè gli schizofrenici dell’aria avevano quel giorno deciso di non accoglierli fra le loro nuvole. Era, appunto, un talismano, una copertina di Linus, un reperto di un’altra era aviatoria, quando le hostess, prima di diventare steward, assistenti di volo o come sia oggi l’espressione "sindacally correct", erano infermiere diplomate (pensiero non confortante, a essere onesti), i sedili erano di vimini per alleggerire la fatica dei motori a scoppio, la posateria d’argento, il comandante controllava l’aereo con ‟il fondo dei calzoni”, avvertendo le vibrazioni e il funzionamento dell’aereo nel sedere.
Nel nostro tempo, quando gli aerei più moderni sarebbero in grado di volare e atterrare senza che il pilota tocchi un solo tasto, anche a visibilità zero, completamente affidati a dialogo fra la strumentazione di terra e di bordo e al comandante computer, non ci poteva essere futuro per il panino di carte. Finirà venduto su eBay come le figurine di Pizzaballa e gli introvabili palloni da calcio di cuoio marrone. Gli scoiattoli del souvenir, che conservavano nei cassetti la ricevuta per dimostrare che a Parigi ci erano volati davvero, dovranno rassegnarsi a essere creduti sulla parola da amici e colleghi. Ai nostalgici, ai tradizionalisti orfani del talismano, rimane la consolazione di poter rispondere finalmente al coniuge che con occhi di brace grida ‟hai dimenticato il biglietto”, sì, l’ho dimenticato, e poi sorridere sereni. (Ma il passaporto no, quello ricordatevelo).
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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