Vittorio Zucconi: La Battaglia Finale si combatte in america

La ben coreografata apparizione di George Bush in Iraq, e la sua promessa di ritirare truppe nel prossimo (ma sempre indefinito) futuro, sono il segnale che la battaglia finale per l’Iraq è cominciata e che non si combatte a Bagdad, ma nel luogo dove si sa dal primo giorno che sarebbe stata vinta o perduta, cioè a Washington. L’ultima fase di una guerra che deciderà chi prenderà il potere negli Stati Uniti dopo 8 anni di Bush, fra repubblicani e democratici, si richiama agli ultimi momenti di quel Vietnam che lo stesso Bush ha ricordato. Si riassume nella celebre formula creata da Kissinger per Nixon: ‟Proclama vittoria e vattene”. Ma trentacinque anni or sono, Washington fingeva almeno di negoziare la ritirata con i Nord Vietnamiti. Oggi, Washington deve negoziare con se stessa.
Tutto quello che il Presidente ha detto e la sceneggiata dell´Air Force One che atterra non a Bagdad, troppo insicura, ma in una remota base aerea americana nella provincia di al-Anbar, sono fotogrammi a uso pubblico di un film per il consumo dell´opinione americana e internazionale. Ora che la chimera di un Iraq democratico, laico, funzionante, perno filo occidentale nel cuore del mondo arabo, ha lasciato il posto alle realtà di una guerra civile a bassa intensità e di un governo settario, il pragmatismo americano riprende il sopravvento sulla intossicazione ideologica scatenata dallo shock dell´11 settembre. Se le cose non vanno come si vorrebbe andassero, anche questa amministrazione, purgata ormai di tutti gli architetti dell´impresa irachena, confeziona la realtà nella migliore scatola possibile e la etichetta ‟vittoria”.
Bush, che in Iraq era già stato due volte, la prima, memorabile, per servire il tacchino ai soldati sotto una tenda nel giorno del Ringraziamento, non ha visto e non ha fatto nulla in quella base che non avrebbe potuto dire e fare stando a Washington, da dove comunica in teleconferenza quotidiana con il comandante sul campo, Petraeus e con l´ambasciatore Crocker. Se ci è andato, sulla rotta di un viaggio ufficiale in Australia, è per avere munizioni da usare nella battaglia che fra una settimana, a partire da lunedì prossimo, si combatterà tra il Congresso e la Casa Bianca.
Quel giorno, Petraeus dovrà presentarsi a rapporto davanti al parlamento e illustrare quali progressi abbia ottenuto quella ‟surge”, quella mini escalation, che ha portato il numero di soldati americani uccisi a 3 mila 739, di feriti gravi a 28 mila 308 e di iracheni morti a centinaia di migliaia, non più ufficialmente censiti. Su quella relazione, che il generale cercherà di foderare nei termini più ambigui e sibillini possibili, l´opposizione democratica e la minoranza repubblicana riottosa, decideranno se dare l´ultima spallata all´avventura irachena o se concedere ancora spago alla Presidenza.
Bush, con la comparsata in Iraq, e Petraeus, con la propria credibilità di stimatissimo generale, sperano di convincere la nazione che la luce alla fine del tunnel è finalmente visibile. Se ce la faranno, l´obbiettivo strategico della Casa Bianca, che è disinnescare elettoralmente la bomba Iraq e passarla al successore, sarà stato raggiunto.
In gioco non è il futuro del premier shiita al-Maliki, è il futuro del partito repubblicano, che va salvato da un´annunciata devastazione elettorale nel 2008 che lo riporti agli anni della irrilevanza, gli anni del dopo Nixon, prima della rinascita con Reagan. L´annuncio dell´inizio del ritiro segherebbe le gambe sotto le sedie dei candidati democratici che lo invocano, un fatto che spiega l´abile cautela della Clinton nell´esporsi in una richiesta troppo esplicita di ‟via dall´Iraq”.
La ritirata delle prime truppe americane, l´ultima forza combattente in Iraq ora che la ‟fiction” della ‟Coalizione dei Volonterosi” è finita con il ritiro anche dei britannici da Bassora, non è ormai neppure una scelta. E´ una necessità logistica, imposta dalla mancanza di effettivi in un esercito volontario non concepito per lunghe campagne di occupazione e di guerriglia. Dovrà comunque avvenire entro la primavera prossima, dice il Pentagono, e richiederà mesi, perché smantellare una forza di 150 mila soldati autosufficienti e riforniti di tutto, dal ketchup alle munizioni, dai medicinali ai cd di rap, non è cosa di pochi giorni. Forze americane resteranno in Iraq per anni, se non per decenni.
Dunque Bush, nel cinismo che soltanto una superpotenza può permettersi, tenta di cambiare i parametri della cosiddetta ‟vittoria”, accetta non la democratizzazione, ma la frammentazione dell´Iraq in clan e tribù, armati dagli stessi occupanti purché stiano in equilibrio tra loro e non usino più i volontari suicidi venuti da fuori. E si prepara a vendere la fine dell´impresa come una grande disfatta di al-Qaeda, un nemico indefinibile, spettrale e amorfo che può essere sepolto o resuscitato, secondo convenienza politica. L´America, democratica o repubblicana che sia, detesta la parola sconfitta e pretende comunque e sempre una vittoria. Potrebbe rassegnarsi ad accettare anche questa nuova finzione, quando Bush annuncerà che in Iraq ‟abbiamo vinto”, e potete fidarvi, parola di presidente.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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