Vittorio Zucconi: Louisiana, neri in rivolta per l’albero dei bianchi

Il dramma dell’‟albero bianco”, dell’albero dei bianchi proibito ai neri, aggiunge un altro nome alla litania senza fine della guerre civile fra americani: dopo Selma, Little Rock, Montgomery, Birmingham, Memphis, Watts, viene il momento di un minuscolo paese nel cuore della Lousiana interna, alle spalle della New Orleans devastata, Jena. È abitato da 2.900 residenti e ora da 5 mila dimostranti che lo hanno occupato, approdati da tutta l’America nera in autobus, come si faceva un tempo, per protestare contro l’ennesima, la vera o immaginaria, ‟ingiustizia razzista dei bianchi”, perpetrata contro sei ragazzi di colore accusati, in una parodia della storia alla rovescia, di avere linciato un ragazzo bianco. Cominciò tutto, appunto, da un albero, come una storia di serpi e paradisi perduti. Nella Jena High School, la mattina del 31 agosto dello scorso anno, un ragazzo nero interruppe il preside che faceva il solito sermoncino in cortile alla riapertura dell’anno, e chiese il permesso di ‟sedersi sotto l’albero bianco”. Che non era una betulla, ma la pianta attorno alla quale si raccoglievano i ragazzi bianchi, secondo quell’"apartheid" volontario che regna ancora in tutte le scuole pubbliche superiori d’America: neri coi neri, bianchi coi bianchi. Puoi sederti dove vuoi, gli rispose il preside, e il ragazzo, fra le risate, le gomitate e i "catcalls", i miagolii e gli ululati dei compagni, andò a sistemarsi tra i visi pallidi. Una smargiassata, condotta da una matricola, un ragazzino di 14 anni che voleva impressionare gli anziani, e le femmine, delle tribù liceali. Se non fosse stato che il mattino dopo, dai rami dell’"albero bianco" penzolavano tre nodi scorsoi, tre cappi come quelli ai quali "the uppity negroe", il nero ribelle, veniva appeso negli anni dei linciaggi ordinari, per tenere sotto gli altri. Alcuni studenti bianchi, dopo un’inchiesta interna, furono espulsi. Ma l’interruttore era scattato. Nelle settimane successive, un incendio consumò l’edificio principale, tra accuse reciproche dei gruppi razziali. Pistole comparvero alle feste, scazzottate, insulti, sprangate, risse, in un’escalation di guerriglia verso il 4 dicembre quando uno studente di 17 anni - bianco - fu pestato e dovette essere medicato all’ospedale. Sei compagni di scuola furono incriminati per "lesioni aggravate", naturalmente tutti neri, da allora ribattezzati, come vuole la mistica dei diritti civili, con un’etichetta e un numero: "The Jena Six". I sei di Jena. Tra lo sbalordimento generale, e la costernazione della Jena non bianca, il pubblico ministero prima inasprì l’accusa, elevandola a tentato omicidio. Poi fu costretto a prosciogliere cinque dei sei imputati, per mancanza di prove, tenendo sotto chiave, e sotto processo, soltanto uno di loro, Mychal Bell, un ragazzo di 16 anni difeso da un avvocato d’ufficio pagato 20 dollari all’ora, il minimo di legge. Un riluttante e indifferente avvocato che durante il processo non obbiettò neppure quando fu formata una giuria di soli bianchi, perché i residenti afroamericani avevano rifiutato di presentarsi, e non chiamò un solo testimone a discarico. Bell fu condannato per "lesioni", ma la corte d’appello respinse la sentenza, ordinando un nuovo processo. Sarebbe stato un trionfo della giustizia se il giudice della "parrocchia", che in Louisiana è il nome delle contee ancora duecento anni dopo la fine del dominio francese e la vendita napoleonica agli Stati Uniti, non si fosse ostinato a tenere Mychal in carcere, fissando la cauzione alla cifra di 90 mila dollari, che la sua famiglia non può pagare. E qui si è accesa la miccia della collera costante, di quel sentimento di una giustizia bianca e discriminatoria da combattere sempre che produsse, negli anni 90, l’incomprensibile assoluzione di OJ Simpson. Il reverendo di New York Al Sharpton, maestro di agitazioni contro la "giustizia ingiusta", e imbattibile agitatore di risentimenti razziali, è riuscito a mobilitare migliaia di studenti di colore, a portarli nella minuscola Jena, che neppure sa di portare il nome della città tedesca che vide il trionfo di Napoleone sui Prussiani. ‟Troppo è troppo”, ‟Basta!”, dicono le magliette indossate per l’occasione e fornite da Sharpton a uso delle telecamere. Ma la giustizia ineguale esiste e resiste. Il razzismo non è un’invenzione e Al Sharpton vuole riportare il proprio popolo nero sotto il proprio ombrello, minacciato dalla concorrenza di un nuovo tipo di politico con sangue africano, quel Barak Obama che lui ha accusato di "comportarsi da bianco", giocando appunto la "race card", la carta dei risentimento. E la domanda rimane: se quei sei fossero stati bianchi, li avrebbero arrestati e incriminati, in Louisiana? Perché gli studenti del cappio sono stati soltanto espulsi e i sei di Jena incriminati e uno di loro chiuso in carcere? Nel frattempo l’albero dei bianchi è stato abbattuto dal Preside e trasformato - in una perfetta metafora - in legna da ardere. L’albero del razzismo brucia ancora.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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