Vittorio Zucconi: Per chi vota il Dio d’America

‟In chiesa, io? - brontola la bella voce impostata e illanguidita dall’accento sudista - In chiesa ci vado soltanto quando sono a casa in Tennessee, giusto per fare contenta la mia mamma”. E se non c’è la mamma? Si stringe nelle spalle: ‟Dove abito a Washington, le chiese sono poche e lontane”. Sembra soltanto una piccola bugia, la sua, visto che dove abita l’ex senatore Fred Thompson, attore in servizio e ora candidato repubblicano alla Casa Bianca, nel sobborgo virginiano chiamato McLean, ci sono 16 chiese di confessioni cristiane "tutti frutti", Cattolici, Battisti, Episcopali, Ortodossi, Luterani, Presbiteriani, Metodisti, Avventisti. Avrebbe soltanto l’imbarazzo di scegliere il Dio giusto e dire all’autista della limousine dove portarlo. Ma Fred non è un cittadino americano qualsiasi di tiepida fede. Thompson è il candidato di tendenza, il salvatore atteso e fin troppo annunciato dalla destra di un partito repubblicano che sembrava essersi per sempre venduto l’anima a Dio in cambio del potere politico. Ora la grande speranza bianca di teo-con, neo-con superstiti, cristianisti, crociati, integralisti, "dominionisti" - come li chiama il giornalista Bill Moyers, cioè quelli che usano Gesù Cristo ‟come un randello da picchiare in testa agli avversari per dominare la politica” - informa gli elettori devoti che lui in chiesa ci va soltanto per far contenta la mamma. Se Fred Thompson, che nei sondaggi elettorali è schizzato fino a raggiungere il cavallo di testa, il sindaco dell’11 settembre Rudy Giuliani, osa parlare così, qualche cosa di strano è avvenuto nel clima degli umori nazionali. Un cambio di vento si è alzato a scompigliare le rotte dei naviganti verso la Casa Bianca. Quel Dio dell’America, che da dieci anni condiziona e terrorizza ogni candidato con i 30 milioni di voti che la "Christian Right" sa mobilitare, sta cambiando partito? Anche l’Onnipotente si è stancato di essere tirato per la toga dalla destra? Sono oggi i democratici a muoversi in processione salmodiante, a testimoniare una "pietas" cristiana, una passione per i "valori tradizionali" della quale, fino a ieri, l’elettorato aveva scarse tracce. E sono i maggiorenti repubblicani a esibire invece pallide credenziali bibliche. Mentre Fred Thompson ci confessava di essere un cristiano di complemento, e Rudy Giuliani è fuori dalla cattedrale per la sua tolleranza per gay e aborto, sull’altra sponda si assiste a un germogliare di professioni di fede. Hillary Clinton, che non aveva mai manifestato estasi mistiche, ora ci rivela che ‟soltanto la mia grande fede in Dio mi ha sorretto durante la crisi del mio matrimonio e gli anni della Casa Bianca”. Vade retro Monica. Barack Obama ci informa che frequenta con puntigliosa regolarità, insieme con la moglie, una chiesa molto afro di Chicago, la Trinity United Church. E la terza ruotina del campo democratico, John Edwards il vanesio, dileggiato per un taglio dei bei capelli costato 400 dollari, si inginocchia: ‟Avevo dimenticato la mia profonda educazione cristiana - sussurra a un confessionale televisivo - ma da qualche tempo la mia fede è tornata a ruggirmi dentro”, proprio così dice, ‟roar”, come il leone della Metro. Tutti in coincidenza con l’apertura della stagione elettorale. Lo schieramento liberal sta cercando di rubare il messalino a una destra che ha troppo abusato di Dio e non gli ha fatto fare una bellissima figura, in Iraq, nella assistenza ai derelitti di New Orleans, nei bordelli e nei gabinetti pubblici frequentati dai campioni della ipocrita moralità valoriale. E nella breccia aperta dalla strumentalizzazione di Bibbie, Vangeli e Lettere degli Apostoli, si tuffano, con eguale spudoratezza elettorale coloro che fino a ieri venivano descritti come gli Anticristi. Gli uffici stampa della Clinton riesumano la lontana fanciullezza della signora quando pare fosse giovinetta assai pia. ‟Era religiosissima, addirittura un po’fanatica”, ci bisbiglia Rahm Emanuel, il presidente del partito, e il secondo aggettivo pare più credibile del primo. Già si è espressa per una limitazione della libertà di aborto. ‟È bello vedere quanti politicanti scoprono che la via per la Casa Bianca passa per Damasco”, diceva ironico Pat Robertson, lui stesso fondatore e leader di una congregazione cristiana dalla quale cercò di partire per la conquista del potere temporale. ‟Agli occhi di un candidato, la cabina elettorale si trasforma prodigiosamente in un altare”, osserva il politologo E.J. Dionne. La storia del rovesciamento di campo che il Dio dell’America avrebbe compiuto comincia da una riunione riservata che i capi delle varie famiglie della "destra di Dio" organizzarono nel lusso del Ritz-Carlton ad Amelia Island, in Florida, sette mesi or sono. Era febbraio. Il loro confortevole concilio doveva decidere su quale profeta puntare, per salvare il partito che rischiava di sgretolarsi nella frana dell’Iraq e nella lunga agonia di George W. Bush, il Presidente ‟che piange sulla spalla di Dio”. Di fronte a pezzi grossi quali James Dobson di "Focus on the Family" (antiabortisti implacabili), di Jerry Falwell (‟l’11 settembre fu il castigo divino contro i gay e i peccatori”) dopo poco richiamato nei cieli a render conto delle sue sciocchezze e di Grover Norquist, l’apostolo americano del "meno tasse a Cesare", sfilarono i top model del partito repubblicano. La sentenza del sinedrio a cinque stelle fu desolata. I buoni cristiani presenti alla sfilata, come il fu governatore dell’Arkansas, Mike Huckabee, un pastore Battista ordinato, o il senatore del Kansas Sam Brownback, eroe dei creazionisti contro gli evoluzionisti, erano simpatici pesi leggeri senza chances di vittoria. Il reverendo Huckabee non supera il 3% dei sostegni, nel suo partito, e Brownback è rumore di fondo. Ma in fatto di credenziali evangeliche e apostoliche, anche i pesi massimi erano deprimenti. Rudy Giuliani, cattolico nominale ma con due divorzi, tre mogli, lampanti adulteri, figli che non gli rivolgono più la parola e preoccupanti frequentazioni (puramente amicali) di gay non può entusiasmare i crociati, né fingere di essere quello che non è. Fred Thompson, ennesima caricatura di Ronald Reagan (un uomo di vaga fede) è anche lui pluridivorziato e risposato a 60 anni con una donna di 30, e con meritata fama di cacciatore di gonne. John McCain ‟prega regolarmente” in privato, ma non ostenta in pubblico. L’unico militante dichiarato, Mitt Romney del Massachusetts, è un vescovo, addirittura, ma Mormone, confessione riscritta da un Gesù riapparso di persona nelle Americhe e destinato a ripresentarsi nel Missouri (Gesù, non Romney), un secondo avvento che l’86% dei cristiani fedeli alla versione originale, al Cristo di Nazareth, considera leggermente stravagante. ‟Il movimento conservatore, quello che è chiamato a combattere la guerra culturale del nostro tempo contro il secolarismo e il relativismo è stato tradito dal partito repubblicano” ha sentenziato Richard Viguerie, che fin dai tempi di Nixon è il maestro elemosiniere del tempio. Il Dio d’America non ha dunque un titolare in campo, questa volta. E in questa depressione dei cristianisti, si sono create le condizioni atmosferiche per il cambio di vento. Se nessuno può contare sulla falange sudista che non si mobiliterà nel 2008 come fece nel 2004 per Bush, il solo serbatoio di voti possibili al quale attingere sta fra gli Indipendenti, fra quegli americani e americane che dicono credere in Dio (80%), ma non vogliono arrendersi ai Taliban della religione usata come randello. Ecco allora il fedele Mormone Romney ripetere che lui, come già Kennedy, ascolterà la Costituzione, ma non le direttive degli Anziani della sua Chiesa. ‟Io sarò il Presidente di una nazione, non il Presidente dei Mormoni”. Thompson segnala obliquamente che è accettabile andare o non andare alle funzioni, senza per questo essere un terrorista o un comunista. Giuliani ignora la questione religiosa, perché dopo aver danzato sul palcoscenico in calze a rete fra le "rockettes", le ballerine di fila del music hall e avere sposato in chiesa, in prime nozze la propria cugina, ignorando la necessità di una dispensa vescovile, è tardi per presentarsi come un esemplare cristiano. Nella cattedrale abbandonata e su gregge confuso si avventano i democratici, non per essere i nuovi Hezbollah, il partito del Dio americano, ma per dare sufficienti pretesti agi incerti per votarli e ai devoti per non votare gli avversari. E così la religione, già monopolio dei repubblicani e usata come un’accetta dallo stratega di Bush, Karl Rove, torna in gioco. La Clinton promette di incoraggiare e mantenere quelle forme di assistenza ‟basate sulla fede” che Bush aveva voluto per dare maggiore potere alle chiese e meno al governo e che avevano creato alla fine della separazione stato-chiesa. John Edwards spaccia la propria immensa ricchezza (400 milioni di dollari, si dice) accumulata querelando le grandi società, come una sorta di missione da buon samaritano, intrapresa per soccorrere ‟il più piccolo dei miei fratelli”. Mentre Barack Obama si getta in una difesa della fede religiosa, come pilastro dei valori civili e sociali della nazione, che avrebbe squalificato come papista quel Kennedy al quale è stato paragonato. La saggezza popolare americana avverte che ‟non ci sono mai atei nelle trincee e nelle corsie d’ospedale”. Non ce ne sono neppure quando incombono le elezioni, tra i candidati, e neppure tra i neo-teo-dem, tra questi nuovi democratici convertiti che hanno fiutato il profumo del potere tra l’incenso, secondo il memorabile opportunismo di Enrico di Navarra, convertito sulla via di Parigi. Giocare la "God’s Card", la carta Dio, pretendere di essere i suoi rappresentati in terra non dovrebbe servire a far vincere la Casa Bianca, ma soltanto a evitare di perderla. Questa volta il Dio dell’America, con la spalla bagnata dalle lacrime di coccodrillo di chi nominò il suo nome invano, potrebbe astenersi.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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