Vittorio Zucconi: Partito Democratico, la lezione americana

Washington è stato il rifugio di eroi e mascalzoni, martiri e schiavisti, femministe e cretini. Un grande partito, dunque. Ha prodotto i due presidenti considerati peggiori (almeno fino a ora) della storia americana, Franklyn Pierce e James Buchanan; il più rimpianto (da morto), J. F. Kennedy; gli unici due formalmente impeached, cioè incriminati e processati dal parlamento, Andrew Johnson e Bill Clinton, e un terzo, Jackson, che si meritò nel 1828 dai giornali il non affettuoso soprannome di jackass, somaro, destinato a diventare il simbolo del partito. La storia del partito più antico del mondo, il Partito Democratico degli Stati Uniti, è dunque la storia morale e immorale della nazione che lo partorì, con grande dolore e nessuna voglia, nei giorni della fine Settecento. In quella meravigliosa tempesta senza fine che è l’esperimento politico chiamato Usa, molti altri partiti sono nati, i Federalisti, i Whigs, i Laburisti, i Libertari, i Socialisti, i Progressisti e, molti anni dopo di loro, i Repubblicani che ancora resistono, ma i Democratici sono stati il principale bacino alluvionale nel quale una nazione ha riversato tutto il meglio e il peggio dei propri duecentoventi anni di storia costituzionale e unitaria. Cercare un filo conduttore ideologico, una coerenza politica riconoscibile, che leghino i leader di oggi, come Bill e Hillary Clinton, la presidentessa della Camera Nancy Pelosi, il capo della maggioranza in senato Harry Reid ai padri della patria e precursori del partito come James Madison e Thomas Jefferson sarebbe non soltanto impossibile, ma senza senso. Thomas Jefferson, orgoglioso proprietario di schiavi e di schiave delle quali non disdegnava approfittare, sarebbe colto da malore se scoprisse che tra i massimi candidati democratici a prendere il posto che fu suo, di Presidente, c’è un uomo di colore con un nome africano, come Barak Obama. Mentre Andrew Jackson (il "somaro") che cavalcò la conquista di New Orleans strappata ai britannici fino alla Casa Bianca, rifiuterebbe di credere che proprio gli esecrati British siano, da un secolo, i più amati e obbedienti alleati degli Stati Uniti. Ma la lezione del partito che ha dato alla nazione quattordici presidenti per ottantacinque anni complessivi di governo dal primo, appunto il conquistatore di New Orleans Jackson, fino a William Jefferson Clinton non è una lezione di politologia né ancor meno di linearità ideale. Non sarebbe il partito più longevo, né quello che ancora oggi misura nei sondaggi un favore più alto dell’altra formazione (37 per cento contro 33) se avesse aderito a una "linea". Se non si fosse fatto la "grande tenda" sotto la quale ogni viandante può fermarsi e rifocillarsi, senza presentare tessere o sottoporsi a test di purezza. Se non fosse stato capace di non essere niente, e di diventare tutto. Centosettantanove anni di esistenza con il nome ufficiale di Democratic Party, e più di due secoli se si vogliono includere fra i precursori anche Jefferson e Madison, non sono un cattivo curriculum per un partito che, come scrisse lo storico Arthur Schlesinger jr, ‟era nato soltanto per morire”. I "repubblicani", come originariamente si chiamavano, ironie delle nomenclature, i democratici, furono figli della rassegnazione, non della passione. L’America degli anni Settanta, nel senso del 1770, aveva, tra i dissensi che scuotevano i rissosi agricoltori della Virginia e i mercanti di Boston, soltanto due ferme convinzioni comuni: il rigetto per i Brits, per le giubbe rosse e i gabellieri di re Giorgio III, e la radicale idiosincrasia per i partiti politici, che infatti i padri della patria chiamavano, con disgusto, ‟fazioni”. Talmente profonda era la convinzione che anzi le fazioni fossero la radice di ogni mala amministrazione, che fossero, come ripeteva Thomas Jefferson, ‟organismi creati soltanto per profittare a spese della gente”, prova se mai ce ne fosse stato bisogno che "l’antipolitica" non è un’invenzione di ieri, che il sogno dei gentlemen coloniali era quello di fare addirittura a meno di un governo. La chimera dell’autogoverno, della polis amministrata dai buoni cittadini (e da qualche rara cittadina) riuniti periodicamente nella townhall, la casa comune del villaggio, rendeva ovviamente inutile la formazione di gruppi politici organizzati per difendere o promuovere interessi particolari. Fu la guerra rivoluzionaria, la lunga e pericolante campagna contro i mercenari tedeschi di Giorgio III, a dissipare l’eterna illusione dell’agorà e dell’assemblearismo. Gli eserciti, anche quelli improvvisati, non sono democrazie, come ben presto scoprirono George Washington e i suoi ufficiali, e molto a malincuore i padri fondatori dovettero ammettere, in una celebre frase dei Federalist Papers, che soltanto ‟se gli uomini fossero angeli, non sarebbe necessario un governo”. Constatato che angeli non erano, neppure quelli emigrati oltre Atlantico, si rassegnarono a formarne uno centrale con due propositi tanto chiari quanto contraddittori: che avesse grande autorità, ma che questa autorità fosse limitata e controbilanciata al massimo. Da questa nobile contraddizione centrale nacque il figlioletto illegittimo che Jefferson, Madison, Hamilton, tanto temevano: i partiti. Jefferson e Madison sostennero che un governo centrale, "repubblicano", dovesse esistere e funzionare per garantire i cittadini dalla prepotenza dei potenti e che le prerogative dei governi locali dovessero essere temperate dal timore che tanto più locale è il potere tanto più saranno potenti - e prepotenti - i ras del posto. Hamilton temeva l’esatto opposto, che un’autorità centrale imponesse la propria volontà e i propri decreti ovunque, riportando la neonata nazione all’imperio regale contro il quale si era ribellata e spingendo gli stati del Sud a secedere, formando subito una seconda Unione. Due partiti, i "Repubblicani", che poi divennero "Democratici" perché si proclamavano sostenitori di un potere popolare, dunque democratico, espresso in un governo centrale, e i "Federalisti", protettori delle autonomie locali, erano nati segnando gli argini di quel sistema bipartitico che poi il meccanismo elettorale avrebbe reso permanente. Nessuno ha mai sancito il bipartitismo, negli Usa. Ma il collegio uninominale, dove chiunque prenda anche un solo voto più del secondo vince tutto, costringe i candidati ad accorparsi sotto la tenda più grande possibile, perché per i piccoli non c’è scampo. Da qui la necessità di convocare elezioni primarie che indichino il candidato più forte, perché per i deboli, per quelli fuori dalla "tenda", nel meccanismo elettorale del vincitore unico non c’è salvezza. Se esiste dunque un sottilissimo filo rosso che colleghi il Partito Democratico di oggi con quello di Andrew Jackson nel 1828, il primo a farsi chiamare "democratico", e all’embrione di Jefferson e Madison è il senso della necessità di un governo, di uno "stato" si direbbe in Europa, capace di funzionare da lobby per chi lobby non ha. Ma è un filo sottile, teso fino a torcersi dalla resistenza opposta dal Sud democratico prima all’abolizionismo, che porta la firma del primo presidente repubblicano, Abraham Lincoln, nel 1863, e poi all’integrazione delle scuole imposta con la baionette ancora da un repubblicano, Dwight Eisenhower, mezzo secolo fa a Little Rock. Non furono i Democratici, oggi visti come i campioni dei diritti civili dopo la svolta degli anni kennediani, i promotori dell’emancipazione, ma i Repubblicani, nati nel 1854 proprio sulla base di un programma anti schiavitù. La percezione del Partito Democratico come partito "di sinistra" nasce nel Ventesimo secolo, e negli stati del Nord atlantico, certamente non in quelli del Sud dove proprio i Dixiecrats e i democratici incappucciati alla George Wallace dell’Alabama difesero all’ultimo cappio la supremazia bianca. Si intravede prima con l’idealismo internazionalista e vanamente generoso di Woodroow Wilson e poi, e soprattutto, con Frankyln Delano Roosevelt, nella risposta al collasso sociale e morale della Grande Depressione, prodotta non da un sistema di convinzioni ma dalla feroce lezione della realtà di un paese naufragato, dopo la sbornia degli anni Venti, nel crac finanziario del '29. Come sempre, quando il pane scarseggia, si guarda al governo come all’ultima salvezza e il Roosevelt che creò il primo e il secondo New Deal, i programmi di lavori pubblici, i grandi interventi redistributivi di ricchezza secondo filosofie che noi avremmo chiamato socialdemocratiche, e infine portò l’America in guerra contro il Patto Tripartito Roma-Tokyo-Berlino, non era il Roosevelt che i suoi stessi elettori si attendevano, il patrizio, sdegnoso, superbo erede della "nobiltà" newyorkese. Sarebbero stati necessari cinquant’anni, e il ritorno in forza delle vacche grasse, perché un altro democratico, chiamato Bill Clinton, si proclamasse un ‟Nuovo Democratico”, come Blair si sarebbe proclamato un ‟Nuovo Laburista”, e dichiarasse la fine del New Deal rooseveltiano, riconfermando la legge del pragmatismo e dell’adattabilità come primo comandamento per la sopravvivenza e il successo. Poiché la coerenza è una condanna che gli dei gli hanno sempre risparmiato, i Democratici ne sono immuni. In una nazione dove il 68 per cento degli interrogati risponde che ‟c’è troppo stato nella vita dei cittadini”, ma poi lo stesso 69 per cento chiede che non vengano toccati programmi pubblici come le pensioni sociali, le garanzie sui conti bancari, l’assicurazione malattie per gli anziani o gli stanziamenti per la difesa, la coerenza sarebbe suicidio per un partito con ambizione di governo nazionale. Sono soltanto le opposte caricature da polemisti quelle che dipingono l’avversario come ‟il liberal comunista” o il ‟conservatore vampiro che deruba i poveri”. Nella quotidianità della politica e dei voti parlamentari è una rara eccezione, mai la regola, che un partito americano voti compatto o che un presidente rispetti quel fumoso libro dei sogni che viene presentato a ogni congresso quadriennale chiamato la ‟piattaforma”, cioè il programma. Scritto e dimenticato prima ancora che l’inchiostro sia asciutto. Senza autentica organizzazione sul territorio, formandosi e deformandosi a immagine del proprio candidato elettorale e secondo il flusso dei finanziamenti privati o pubblici, regolati dalla legge (ma non sempre rispettati), Democratici come Repubblicani sono più che partiti leggeri, partiti inesistenti, montati e smontati per le occasioni. Tra i cinquantuno senatori del gruppo democratico su cento, teoricamente la maggioranza eletta al Senato nel 2004, ci sono senatori completamente allineati con Bush, come Joe Liebermann, ebreo ortodosso praticante, che oggi viene accusato di essere ‟il barboncino della Casa Bianca”, un ex iscritto al Ku Klux Klan, Robert Byrd della West Virginia, una senatrice come Dianne Feinstein, femminista, pro abortista, pro gay. Nell’agitazione della sinistra internettista autoreferenziale, che si contempla in sé stessa, si autoesalta e già produsse il disastro del candidato on line nel 2004, Howard Dean, e ora torna a illudersi con Barak Obama, si attende di capire che presidente sarebbe Hillary Clinton, la inevitabile candidata. Fatica vana perché anche lei, come ogni presidente prima di lei, diverrebbe quello che le circostanze ne farebbero. Come il George Bush che ragliò contro l’interventismo militare umanitario dei democratici per ‟costruire nazioni” e da cinque anni sta consumando invano vite e tesoro per cercare di costruirne addirittura due, in Afghanistan e in Iraq. Se questo partito vive e sopravvive da duecento anni, dopo essere stato dichiarato più volte morto, è perché sembra avere capito il segreto impronunciabile della politica, almeno negli Stati Uniti: che un partito ‟deve sempre essere un passo indietro rispetto ai propri elettori”, come diceva l’uomo che per anni controllò la Camera come un capitano negriero, il deputato di Boston Tip O’Neil ‟e la gente che proclama di voler seguire un leader in realtà vuole che sia il leader a seguire loro”, in fondo definizione non pessima di democrazia. Cinismo, realismo, opportunismo. Ogni accusa, e ogni ammirazione è possibile. ‟Ma se esistiamo e prosperiamo da duecento anni”, mi disse un democratico italoamericano del Rhode Island, Peter Rodino, protagonista della demolizione di Richard Nixon, ‟forse qualcosa di giusto abbiamo fatto”.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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