Vittorio Zucconi: La biografia truccata di Obama smascherata dal “New York Times”

Più che un attacco politico frontale, è un calcio negli stinchi, un fallo da dietro, quello che il ‟New York Times” ha sferrato a Barack Obama, pizzicato a massaggiare la propria biografia. Reinventare se stessi è una virtù cardinale americana, in una società che cambia ogni giorno. Ma inventarsi una vita immaginaria, una "second life" di comodo, è un rischio e Barack Obama, il solo avversario vero di Hillary per la "nomination" democratica, lo ha corso. Se ‟il New York Times”, i blog e i vecchi amici di giovinezza hanno ragione, ci è caduto e si è fatto male. La sua autobiografia, "In the Long Run", "sui tempi lunghi", che è all’ottavo posto nella classifica dei libri non di fiction più venduti e vorrebbe raccontare la storia della sua maratona personale di ragazzo di colore verso traguardi a lungo termine, sarebbe una sorta di Vangelo autoapocrifo. Una parabola riveduta e corretta per descrivere come lui abbia saputo resistere alla tentazione della carriera nel mondo delle grandi corporation, per diventare invece il campione della gente qualsiasi, e soprattutto della sua gente. Che sia stato il ‟New York Times”, schierato con la senatrice dello stato di New York, Hillary Clinton, a parte la più brillantemente dispeptica delle sue columnist, Maureen Dowd, che la sbrana con l’intensità che soltanto una donna può permettersi contro un’altra donna, a smascherare le licenze poetiche di Barack Hussein Obama, è naturale. Non soltanto per simpatie politiche, ma per la evidente ingenuità commessa da Obama, o da chi gli ha scritto il libro, nel reinventare una giovinezza a New York, nel cortile di casa del giornale. Il senatore afroamericano ha appena 46 anni, ha studiato alla Columbia University a Manhattan, ha trovato il primo lavoro nella stessa città e coetanei, colleghi, amici abbondano. Dunque trovare testimoni pronti a smentirlo è facile. «Appena uscito dall’università fui assunto in una finanziaria, per occuparmi di investimenti e fui sbalordito dal vedermi subito assegnata una segretaria, un ufficio, un ottimo stipendio. Mi guardavo allo specchio, nel mio completo scuro con camicia e cravatta e mi chiedevo: ma sono io, quello riflesso?». Certamente no, risponde dal proprio blog.Analyzethis.net, un analista finanziario che lavorava con lui, nella scrivania accanto e ricorda una storia molto diversa. «Non aveva nessun ufficio e nessuna segretaria», «era pagato malissimo come tutti noi» e il lavoro consisteva nel «tagliare e incollare rapporti economici fatti da altri per presentarli in una cartellina ai superiori». Un umile redattore da newsletter, che pare si tenesse anche alla larga dagli altri afroamericani in quell’ufficio, padre e figlio che lavoravano nell’ufficio posta, l’ultimo gradino. Per non dire della sua militanza nella Black Student Organization, fortemente derubricata da chi allora la guidava. O di dettagli epici, e oggi dubbi, sulla prima notte alla Columbia quando dovette dormire per strada con i barboni per lavarsi all’indomani con l’acqua di un idrante. Ma perché mai Barack Obama, onestissimo in altre pagine nell’ammettere di avere fumato marijuana senza ricorrere al leggendario «ma non ho mai aspirato» di Bill Clinton, dovrebbe aver mentito su un dettaglio così banale? La risposta è cattivella. Lo fa per raccontare "la Tentazione di Obama", per narrare la parabola di un messia tentato, ma non sedotto, dalle lusinghe del successo privato e del danaro, prima di scoprire la propria vocazione di attivista civile e di avvocato dei senza avvocati a Chicago. Ma in compenso è caduto nella tentazione della memoria agiografica. I libri, e le autobiografie, dei candidati importanti sono, notoriamente, propaganda. Quasi mai scritti da loro, come alle fine, e dopo querele e premi Pulitzer, risultò anche per il famoso "Profili del coraggio" firmato da John F. Kennedy ma scritto soprattutto da Theodore Soerensen, raramente vengono presi sul serio. Se il ‟New York Times” è andato a studiarlo con il microscopio, pizzicandolo su peccati in fondo assai veniali e su una sua oscura riluttanza a rendere pubblico il curriculum accademico alla Columbia (come Bush ha fatto sigillare il proprio curriculum di liceale) la vera ragione è politica. Il senatore figlio di un’americana del Kansas e di un kenyota, Barack sr., che lei aveva conosciuto alle Hawaii, cominciava a passare dalla interessante curiosità giornalistica che i media avevano coccolato nella noia di una campagna presidenziale troppo lunga, a una possibile minaccia reale per la regina già incoronata, per Hillary. Nei due stati chiave che apriranno le fase dei voti alle primarie, nel bianchissimo Iowa e nel sempre imprevedibile New Hampshire a gennaio, i sondaggi indicano che ormai il "nero" ha mosso e ha quasi raggiunto la "bianca". Se i voti destinati alla debole terza ruotina del triciclo democratico, John Edwards, tornassero in libertà, potrebbero riversarsi su Obama, non sulla sempre più formidabile e sempre meno amata signora Rodham in Clinton. La "Clinton Machine", che sta per raggiungere i 100 milioni di dollari di fondi elettorali ma vede Obama crescere e tallonarla con oltre 70 milioni, teme i suoi attacchi, soprattutto sul fronte della machiavellica ambiguità di Hillary sulle guerre passate e su quelle future, da lei votate e da lei disapprovate. Pudicamente, non essendo riuscita l’autrice dell’articolo ad ottenere rivelazioni sui "peccati" importanti di Obama, il New York Times ha relegato questo calcetto negli stinchi del senatore nella cronaca locale, ma il segnale è chiaro. Il duello degli scheletri negli armadi è cominciato e nessuno resisterà alla vera tentazione di ogni campagna, che è quella di scavare nei sepolcri degli altri. La prima regola delle elezioni americane rimane quella definita proprio da colui che salvò Billary, Bill e Hillary, dai guai, e ora li odia, il consulente Dick Morris: ‟Se tu non riesci a definire te stesso in positivo, saranno i tuoi nemici a definirti in negativo”.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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