Michele Serra: Il Calcio in mano all’Anti-Stato

Al netto del cordoglio per un ragazzo morto in maniera inconcepibile, e al netto di ogni possibile opinione, da domenica 11 novembre è definitivamente chiara una cosa: il calcio è la quarta regione italiana sotto il controllo dell' anti-Stato. Una specie di Locride o di Scampia diffusa, spalmata per ogni angolo del Paese, nel quale le regole e le convenzioni normalmente riconosciute e applicabili altrove non hanno più luogo. E da tempo. Gli ultras ne sono oggettivamente i padroni. E lo sono per usucapione, cioè per abbandono del campo, negli ultimi venti o trent' anni, da parte dei proprietari legittimi ma del tutto teorici (lo Stato, gli enti locali, il Coni, la Lega, le società calcistiche). Lo sono per ragioni specifiche e "locali": la scadente cultura sportiva italiana più l' eccezionale mix di pavidità e di demagogia che ha progressivamente concesso spazio, fiato e peso politico alle organizzazioni di curva, fino a considerarle (da anni) parte integrante del sistema-calcio, soggetti riconosciuti e ufficialmente muniti di potere di contrattazione e di ricatto. Ma lo sono anche per ragioni più generali: in questo Paese la logica delle consorterie, delle caste alte e basse, del tribalismo comunque dissimulato e travestito, finisce sempre per avere la meglio sugli interessi della collettività. Tanto che "interessi della collettività" è diventato un concetto astruso, incomprensibile e impraticabile, per quanto è sommerso dalla foga e dal narcisismo di interessi di gruppo oramai incapaci perfino di cogliere le conseguenze della loro prevaricazione, e della privatizzazione di tutto, niente escluso. I gruppi ultras non sono tutti di eguale natura e composizione (si va dalle formazioni paramilitari alle cosche d' affari ai puri e semplici assembramenti di esaltati), ma sono saldamente legati tra loro da una profonda cultura anti-statale e anti-legale, quella che domenica scorsa ha fatto da immediato, spontaneo tramite, di città in città, tra gruppi di giovani così convinti di essere in guerra con la polizia e con lo Stato da prendere per "atto di guerra" un orrendo incidente. La guerra, del resto, è il solo linguaggio connettivo rintracciabile negli slogan e negli striscioni della cultura ultras. "Onore", "tradimento", "infamia", "gloria", tutto il retorico clangore degli assembramenti di giovani maschi in marcia verso il cosiddetto Destino. E ogni occasione o pretesto di guerra, non importa quale, è atteso dai capi ultras per rinverdire il loro controllo sui suggestionabili e sugli incerti, che riconoscono nelle parole d' ordine bellicose o vendicative la ragione stessa della loro appartenenza al gruppo: molti nemici, molto onore. Conseguenza significativa, anzi illuminante di questo sostanziale stato di occupazione degli stadi da parte di "famiglie" in grado di decidere - incredibile ma verissimo - se disputare oppure no una partita, disponendo di una cosa pubblica secondo intenzioni private, è la progressiva emigrazione del pubblico dagli stadi. Emigrazione è la parola giusta. E' la rinuncia forzata a un luogo amato, un luogo dell' infanzia non più vivibile, non più riconoscibile. E' lo struggimento di chi è costretto a decidere, per dignità e per rispetto di sé, che rimanere significa rendersi complici di uno stato delle cose insostenibile. Sono tra i non pochi che è andato allo stadio per una vita, e da qualche anno non ci mette più piede. E per una ragione semplicissima: non è più casa mia, non è più "Italia", è un posto dove si possono esporre svastiche o insultare gli ebrei, dileggiare i neri, augurare la morte alla curva opposta Ciò che avviene in quei catini, un tempo colmi di un popolo sparso, rumoroso e sostanzialmente allegro, dipende soprattutto dalle scelte e dalle intenzioni di poche centinaia di capi-bastone che decidono tono e volume della rappresentazione. Per rimanere comodamente seduti al proprio posto, negli stadi italiani, bisogna macchiarsi della colpa antica degli ignavi (non vedo, non sento, non parlo) oppure bisogna rischiare l' eroismo, come quel tifoso che a Torino ha denunciato il vicino di posto che sparava razzi (razzi!) in campo. Francamente, per esercitare l' eroismo si preferiscono altre opzioni e altri contesti. Meglio prendere atto, anche se con dolore e profonda amarezza, che gli ultras hanno stravinto la loro guerra contro il resto del pubblico. E contro il pubblico in senso lato, in senso italiano: contro tutto ciò che è pubblico, tutto ciò che impedisce di esercitare il proprio potere personale e i propri comodi. Buonanotte, calcio.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma e cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su ...

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