Michele Serra: Se Mastella vuole spegnere la fiction su Totò Riina

Raccontare la mafia, e raccontarla piuttosto bene come fa la fiction di Canale 5 "Il capo dei capi", può indurre all’emulazione? E’ quanto ritiene il ministro della Giustizia Clemente Mastella, che si è espresso per la sospensione dello sceneggiato. Voce di minoranza ma non del tutto isolata, preceduta da un magistrato e un paio di sindaci siciliani, forse preoccupati da leggende metropolitane e paesane. Leggende che descrivono ragazzini in estasi di fronte alle gesta televisive di Totò Riina. La polemica è solo parente di quella, decisamente scellerata, che giudica sconveniente parlare di mafia perché "mette in cattiva luce la Sicilia". Come se il peccato fosse indicare il male, e non tenerselo in seno. Qui il dubbio è meno ipocrita, meno omertoso, meno mafioso e decisamente più "moderno". Nel senso che coglie una delle rischiose ambiguità della società dello spettacolo: mostrare il male con tanto talento, tanta cura formale, tanta capacità d’analisi, da renderlo infine appetibile. Per fare un esempio extra-italiano, è come accusare Scorsese di intelligenza con la malavita per avere girato "Gangs of New York", splendidamente coreografico nel racconto delle guerre ferine tra le bande etniche. O "West Side Story", o l’intera sterminata cinematografia (soprattutto americana) sul crimine: immagini, volti, gesta, emozioni che rischiano di travolgere molta etica mettendo l’accento sull’estetica. Nel caso dello sceneggiato in questione, la qualità effettivamente è alta, specie per gli standard italiani. E’tratto dal libro sui corleonesi scritto quindici anni fa da Attilio Bolzoni e Giuseppe D’Avanzo, e tra gli sceneggiatori della fiction attualmente in onda ci sono Domenico Starnone e Claudio Fava. Che sia proprio questa qualità il problema? Questo salto di qualità (specie rispetto al canone televisivo) che promuove la mafia a alta tragedia sociale? In questo senso Mastella ha ragione: il cursus honorum dei corleonesi, da ragazzotti di paese senza mestiere e speranza a despoti onnipotenti di una regione intera, può anche indurre qualche minorenne frustrato a immaginare migliore un futuro da delinquente che un presente da nullità. Il problema è che, magari, è proprio questo il fascino del male, proprio questo il motore profondo della mafia. Tanto è vero che, per averlo descritto così bene, anche Roberto Saviano ha ricevuto qualche accusa, neanche tanto velata, di subire la fascinazione della camorra, rischiando di trasmetterla ai suoi lettori. A questo punto la domanda è: che cosa incide di più nelle coscienze, che cosa cambia cultura e mentalità dei singoli e delle comunità, una facilissima retorica che relega il crimine alla sua sola bruttura, o una definizione veritiera, faticosa, intelligente della potenza mafiosa? La mafia ha già deciso, e da tempo, che attorno a sé preferisce il silenzio. Dentro il quale può snodarsi tranquillo e non visto il serpente del male. E su questo silenzio ha costruito il suo potere. Noi dovremmo avere coscienza che la parola e lo sguardo degli artisti, degli intellettuali e della politica non dovrebbero mai "stare sotto" la realtà, ma cercare di starci dentro e possibilmente sopra, per leggerla tutta intera. A giudicare dallo stato di salute della mafia, anzi delle mafie, l’equivoco non è raccontare il male, ma non averlo raccontato abbastanza o avere rinunciato del tutto a raccontarlo, per convenienza, per complicità o per pigrizia. Nessuno di questi tre vizi può essere ignoto a un ministro della Giustizia in carica, che ben conosce quanta strada ha potuto fare il crimine, specie nel Meridione, contando sul silenzio e agendo nell’ombra.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma e cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su ...

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