Michele Serra: Taxi a Roma. Il ricatto corporativo

A Roma trovare un taxi è raramente facile, spesso difficile, qualche volta impossibile. Un gesto ordinario, che nelle altre città europee richiede minimo sforzo e rapida soddisfazione, nella capitale d’Italia è una piccola scommessa. Questo dato di fatto - inoppugnabile, arcinoto, da anni denunciato come una delle più inaccettabili scomodità romane - ha spinto il Comune a concedere cinquecento nuove licenze, applicando (sia pure dopo un anno) il decreto Bersani. In cambio, per mitigare gli umori fumantini e la mentalità chiusa della consorteria dei tassisti, entrerebbe in vigore un consistente aumento tariffario: diciotto per cento. La risposta della categoria è stata la paralisi di Roma. Campidoglio preso d’assedio, traffico infartuato, cassonetti rovesciati e spintoni ai fotografi. Già si sapeva, del resto, che in seno alla categoria esiste una "racaille" ringhiosa e manesca. Quattro canaglie, ma evidentemente non isolate a sufficienza dal resto dei colleghi. Ma forse non è neanche questo il problema (anche se i modi e la mentalità da squadrista non sono un dettaglio). Il problema è la persistente, ingombrante, quasi solida sensazione che nel nostro paese le resistenze corporative siano altrettanti macigni sulla strada di qualunque tentativo di miglioramento. Dico "miglioramento", e non liberalizzazione o modernizzazione, per levare ogni ombra di ideologia da questo discorso. Se in una città non ci sono abbastanza taxi, la logica elementare suggerisce di aumentarne il numero per migliorare il servizio. Attualmente il servizio è tra i peggiori d’Europa: ammesso e concesso che la clientela e i cittadini possano avere voce in capitolo, non è forse da questa ovvia constatazione che ogni trattativa, ogni legge, ogni provvedimento dovrebbe partire? Possono forse i tassisti romani, rimanendo quelli che sono, garantire un salto di qualità al loro servizio, non lasciare i clienti a piedi o attaccati al telefono per ore? Evidente che non possono: altrimenti avrebbero già provveduto a farlo, visto che sono parecchi anni che si parla della questione e da almeno un anno che su di loro pende la "minaccia" di una (timida) liberalizzazione delle licenze. Il tumulto di ieri sera, con Roma presa in ostaggio dall’ennesima bega di categoria, sottolinea con rinnovata eloquenza che i tassisti di Roma e i loro rappresentanti sindacali sono in un vicolo cieco: non sono nelle condizioni numeriche di soddisfare la domanda di taxi, ma non sono neanche nelle condizioni "politiche" di accettare una ragionevole, parziale e fin troppo tardiva decisione del Municipio, che vorrebbe infine aumentare le licenze. Si suole parlare, in queste circostanze, di impotenza delle istituzioni (il governo, che ha dovuto rimangiarsi buona parte delle sospirate liberalizzazioni, e il Comune di Roma cinto d’assedio dai tassinari), ma è anche venuto il momento di parlare della desolante sensazione di impotenza che promana delle varie caste e corporazioni italiane. Che non sanno da che parte cominciare per riformare il proprio lavoro, i servizi mediocri che offrono alla collettività, ma neanche si sognano di accettare che una qualche autorità esterna le aiuti a rinnovarsi, a riformarsi, a crescere civilmente. Il risultato è che l’immagine del tassinaro romano è ai suoi minimi storici. Turbolenta e ieri quasi sediziosa, anti-cittadina, anti-romana. Impopolare. Bisognerebbe che qualche sindacalista illuminato riesca a mettere la categoria nelle condizioni di essere aiutata. Aiutata a lavorare per la città e non contro. Aiutata a lavorare per i cittadini e non contro.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma e cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su ...

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