Vittorio Zucconi: George, Silvio e gli altri. Tutti i raccomandati dal Signore

In un tempo non lontano, che ora sembra un’altra era, politici e governanti ambivano all’endorsement, all’investitura, alla raccomandazione di giornali, tv, partiti, finanziatori generosi maître à penser assortiti per ottenere l’ultima spintarella necessaria alla vittoria. Ma dal novembre del 2000, quando George W. Bush strappò la Casa Bianca ad Al Gore nella Florida governata da suo fratello ‟perché così ha voluto il Signore”, secondo il presidente della evangelica Bob Jones University, una nuova e più sublime raccomandazione è divenuta necessaria: l’endorsement diretto di Dio. Non basta più dire ‟mi manda il partito” o esibire un programma di governo. Per vincere un’elezione, per fare gol, per lanciare una guerra, ci vuole la raccomandazione dell’Onnipotente. Mi manda Dio. Dall’inizio del millennio che sta assistendo al ritorno prepotente dell’irrazionale e del ‟mitico” in forme a volte tragiche, la pretesa di parlare a nome di Dio ha fatto irruzione sui palcoscenici della vita politica anche nelle nazioni apparentemente meno devote e più scettiche. È tramontata la blanda associazione con la parola ‟cristiano”, utilizzata in contrappunto al materialismo socialista, da gruppi come la Dc di Don Sturzo o la Cdu bavarese di Joseph Strauss, che comunque mai pretesero di possedere un telefono privilegiato con la Provvidenza. L’identificazione passiva e collettiva con il Dio del Nuovo e dell’Antico Testamento deve oggi trasformarsi in ostentazione, in testimonianza attiva e individuale, fino alla proclamazione solenne della banda larga con il cielo. Lo intuì Silvio Berlusconi, la cui religiosità non sembrava ai più essere testimoniata dalla pratica di vita, trasformando negli anni '90 una ‟discesa in campo” in una allegorica ‟discesa dal cielo”, via elicotteri, quando cominciò a giocare con formule rischiose quali ‟l’unto del Signore” e l’”Uomo della Provvidenza”. Accolto dallo scandalo e dall’indignazione di coloro che ricordavano chi avesse già utilizzato queste false attribuzioni di titolo, ma benedetto dai cappellani della corte di Arcore, il segnale della ‟provvidenzialità” e dell’unzione sacra fu recepito e assimilato da coloro ai quali era diretto, dai naufraghi dei partiti cosiddetti ‟cristiani”. In hoc signo, vinse. Ma se in Italia la presenza a Roma di un rappresentante ufficiale del cielo limita la possibilità di vantare raccomandazioni divine, nessun Papa vieta invece agi aspiranti cesari americani di proclamarsi vicari di Dio in politica. Sfiorando il rischio di passare per folle (‟chi parla con Dio è una persona devota, chi sostiene che Dio parla a lui è da ricoverare”) Bush seguì i consigli del proprio stratega Karl Rove e spiegò che ‟Dio parla attraverso di me” (16 luglio 2004). Fu Dio a dirgli, come l’arcangelo a Maria, ‟vai e porta la pace in Medio Oriente, dai uno stato ai palestinesi e la sicurezza agli israeliani” come riferirono stupefatti il presidente palestinese Mahmoud Abbas e il suo ministro degli esteri Nabil Shaath, dopo un colloquio con lui. In La fede di George Bush, scritto da un importante leader cristianista, Stephen Mansfield, e mai smentito, il presidente spiega, tra virgolette: ‟Ho sempre sentito che era Dio a volere che io diventassi presidente. Non so spiegarlo, ma so che è Dio a volerlo”. Tra l’ovvio e il messianico, essendo comunque evidente per una persona di fede che ‟nulla avviene senza la volontà di Dio”, la nuova generazione di raccomandati dal Signore mercanteggia la propria fede in voti. Il ricorso a Dio nei momenti di difficoltà politica non è nuovo né esclusivo dell’Occidente, come dimostrò Stalin riesumando dalle galere sovietiche il metropolita ortodosso di Mosca per benedire l’Armata Rossa mentre la Wehrmacht era alle porte. Ma la pretesa di essere il portatore di un endorsment divino in politica non era stata così sfacciata dalla visione di Costantino sul Ponte Milvio. Tutti i concorrenti alla Casa Bianca collassano lungo la via di Damasco. Lo fa la Clinton, la cui devozione ci era rimasta oscura per 60 anni. Barack Hussein Obama, sul quale pesano micidiali insinuazioni di frequentazioni giovanili di moschee, non si perde una funzione nella chiesa della Trinità a Chicago. E non si ricorda un candidato come il pastore battista Mike Huckabee, ex governatore dell’Arkansas, che da simpatica comparsa sta scavalcando nei sondaggi repubblicani i pezzi grossi Giuliani, Romney, McCain e Thompson sparando nei propri spot la dizione "Christian Leader". Dunque un cristiano prima che leader, per una nazione troppo spaventata e confusa dal Dio degli altri (il ‟Dio cattivo” secondo il generale del Pentagono Boykin) per ricordarsi della Costituzione che vieterebbe ogni test di religiosità in politica (Art VI, sez. 3). Neppure il televangelista Pat Robertson osò mai descriversi prima come ‟cristiano” e poi come ‟leader” nella sua corsa presidenziale del 1988. Il senatore Joe Libermann, arrivato a 537 voti dalla vicepresidenza, pur ebreo ortodosso praticante mai si sarebbe sognato di definirsi come un ‟leader ebreo”. Quello che appare chiaro, nelle nazioni dove più profonda è la diffidenza verso la politica, è che il ricorso a Dio è inversamente proporzionale alla fiducia negli uomini. L’apparentamento al divino, la fuga verso il cielo, è una sorta di bollino di garanzia trascendentale che si può rifiutare, ma non confutare. Quando le benedizioni degli uomini divengono sospette agli occhi dei cittadini, o i propri precedenti terreni sono dubbi, e lì che scatta ‟l’uso politico del discorso mitico” nella definizione del politologo Stephen O’Leary, l’apparentamento con l’ineffabile e l’indimostrabile. È l’equivalente mistico del leggendario ‟parola di re” che Farouk d’Egitto oppose agli avversari di poker che chiedevano di vedere i suoi quattro assi. Tony Blair smentì la notizia secondo cui lui e Bush si sarebbero inginocchiati insieme a pregare alla vigilia dell’invasione dell’Iraq. Ma Dio non smentisce nessuno.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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