Vittorio Zucconi: Gli zombie della guerra dimenticati dall’America

Sono l’armata degli zombie dimenticati dalla storia, i relitti umani di un altro naufragio bellico creati e poi abbandonati dagli imperi che gli usano e li gettano quando non servono più. Nel cuore più profondo della giungle indocinesi, nella valli del Laos accanto al Mekong che fanno subito Apocalypse Now, sopravvive una banda di irregolari del popolo Hmong che la Cia reclutò negli anni '60 come ausiliari nella guerra in Vietnam e che ora Washington ignora. Li ha abbandonati alla estinzione insieme con i loro bambini e alla lenta, crudele caccia all’uomo che il governo comunista della capitale Vientiane conduce per eliminare anche quest’ultima traccia di una guerra che tutti, vincitori e vinti, vorrebbero dimenticare. Li ha rintracciati un inviato del New York Times, seguendo per giorni i sentieri che gli uomini della Cia avevano tracciato per raggiungerli, armarli, e mobilitarli nella guerra segreta che Washington conduceva contro i comunisti del Pathet Laos, i Vietcong e i Nord Vietnamiti che da quelle montagne transitavano per rifornire la guerriglia rossa nel sud, lungo il Sentiero di Ho Chi Minh. Per conto della Cia, senza che il Congresso o la nazione americana sapessero nulla, gli Hmong del Laos controllavano basi aeree, snodi stradali, villaggi agli ordini di un ‟signore della guerra” locale, il sedicente generale Van Pao, con i soldi e le solite promesse delle potenze coloniali quando hanno bisogno di tribù locali per sostenere le loro battaglie. Ma 30 anni dopo la fuga americana dall’Indocina, la vittoria dei comunisti in Vietnam e in Laos oggi divenuti insieme con la Cina grandi amici e partner di quegli Usa che avevano invano cercato di sterminarli, queste poche migliaia di irriducibili, che hanno scelto di restare asserragliati nella giungla, o non sono riusciti a raggiungere i 300 mila Hmong rifugiati in America, muoiono la lenta morte dei soldati giapponesi abbandonati nelle Filippine o in Nuova Guinea dopo la resa di Tokyo. Molti di loro, e tutti quelli che hanno meno di 40 anni, non avevano mai visto un "bianco", e un americano, da quando "Mister Tony", come era chiamato il funzionario della Cia che li controllava, li aveva lasciati per tornare a casa. Di questa tribù perduta si conosceva l’esistenza attraverso le indagini di Amnesty International e i rapporti di Medici Senza Frontiere che visitavano e curavano quelli che riuscivano ad attraversare il confine con la Thailandia e rifugiarsi negli squallidi accampamenti dove l’Onu e il governo thailandese, ora in ottimi rapporti con il Laos comunista, li accoglieva di malavoglia. Quando l’inviato americano li ha raggiunti, racconta di avere assistito a scene di entusiasmo straziante, come se lui, un qualsiasi giornalista coraggioso, fosse il segno che l’ingrata madre America era tornata a riprenderseli per portarli via, verso i "paradisi" della California, dove vive la maggior parte dei profughi Hmong. Almeno per far tornare quei bimotori DC3 di Air America, la linea aerea della Cia, che scaricavano sulle piste fra i monti, oggi divorate dalla giungla, cibo, indumenti, armi e medicine. Aspetteranno un pezzo, perché questi duemila zombie di una guerra che nessuno ha più interesse a resuscitare, ora che fra Stati Uniti, Cina, Vietnam, Laos, Cambogia, Thailandia si combatte a colpi di commerci di giocattoli e di scarpe fabbricate a salari da fame, sono un imbarazzo per tutti. Gli Hmong emigrati in California, dove faticosamente cercano di integrare le loro tradizioni, come i matrimoni combinati tra famiglie con bambine minorenni, che cozzano contro le leggi americane, mantengono qualche contatto con i parenti all’altro capo del Pacifico. Uno degli anziani del villaggio, Xan Yang - i Hmong sono una popolazione cinese sparpagliata tra quattro nazioni vicine - dice che un paio di volte all’anno riesce a raggiungere clandestinamente un telefono pubblico in un paese e a parlare con la figlia, che lavora come postina a Fresno, in California, per farsi mandare qualche soldo. Cosa che la figlia fa, subendo i ricatti e i taglieggiamenti degli "spalloni" che si intascano la metà delle piccole somme che lei invia. Sono poche centinaia, questi guerrieri dimenticati senza speranza di essere mai strappati alla loro esistenza sostenuta dalla carità del riso offerto, a grave rischio, da villaggi vicini, dalle patate dolci selvatiche, dai piccoli animali della foresta che cacciano con archi e frecce, riservando i pochi fucili per gli scontri con l’esercito regolare laotiano che compie periodiche incursioni, più per tormentarli che per eliminarli. Pochi giorni prima dell’arrivo del giornalista, era stato seppellito un bambino di 5 anni, nella fossa ancora di terra soffice smossa e molti bambini portano le cicatrici di colpi d’arma da fuoco e di shrapnel, di frammenti metallici dei colpi di mortaio che l’esercito tira a caso sui loro accampamenti e sulle capanne. Nessuno muoverà un dito per salvarli. Il governo americano preferisce dimenticarli, come dimenticò i montanari del Vietnam, i Montagnards che pure si erano battuti contro i Vietcong con enorme vigore, e rifiuta di riconoscere che quelli furono soldati reclutati dalla Cia, anche se Yang e i vecchi ricordano ancora benissimo i codici, le parole d’ordine, le istruzioni passate da "Mister Tony" che recitano come preghiere e giaculatorie a un Dio indifferente. Per la Cina e il Vietnam, i due maggiori vicini, sono una seccatura, ma ben più piccola rispetto alla piaga aperta del Tibet. E per la nuove leggi americane sull’immigrazione, lo sciagurato Patriot Act votato nel panico del dopo 11 settembre, questa banda di spettri emaciati e di bambini malnutriti sono "terroristi", perché, come avverte la legge, presero le armi per combattere da irregolari contro un governo riconosciuto. Il fatto che fosse stata l’America stessa a pagarli, a sollevarli e ad armarli contro un governo riconosciuto, dunque a far di loro dei terroristi non turba Washington. Le grandi potenze, insegna la storia, non hanno amici, hanno soltanto interessi.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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