Vittorio Zucconi: L’America riparte dall’Iowa

Non ci sono giornali, radio, televisioni, siti Internet nel mondo, né covi di cospiratori o terroristi, che in queste ore non si curvino sul primo atto del ‟greatest show on Earth”, sul Barnum del più grande spettacolo politico del mondo, le elezioni presidenziali americane partite ieri verso la finalissima del 4 novembre prossimo. I trecentomila intirizziti cittadini che hanno votato nello Iowa, uno Stato che per tre anni e 11 mesi viene serenamente ignorato, reincarna per un giorno la osservazione di Winston Churchill sulla battaglia di Inghilterra, mai tanti uomini e donne hanno prestato tanta attenzione a così pochi. Una frenetica premura che illumina una verità trascurata: la permanente, e determinante, centralità degli Stati Uniti nel corso politico, economico e strategico del mondo, non soltanto in quello che chiamiamo Occidente. Anche nel tempo della multipolarità economica, dell’euro pigliatutto e della globalizzazione, l’appuntamento quadriennale con le elezioni presidenziali americane rimane la "singolarità", come direbbero gli astrofisici, l’evento, il "black hole" che attira con la propria forza di gravità tutti gli sguardi del mondo. Nell’attesa che Cina e India traducano il proprio gigantismo economico e demografico in crescita civile e internazionale, è la democrazia americana, nei suoi limiti, imperfezioni e manipolazioni, quella che detta il tempo al dissonante concerto del mondo e ne indirizza i temi di discussione, come fu nel ‘68 della rivolta giovanile e come è stato nei primi anni 2000 del riflusso moralista e cristianista post Clinton. Gli Stati Uniti rimangono la sola nazione che ha i mezzi per imporre, o tentare di imporre, la propria volontà e che investe questa primazia in una persona sola, il monarca costituzionale inamovibile per quattro anni. Per questo si cade spesso nell’equivoco della «corsa dei cavalli», del dibattito su «chi» abbia vinto, quando ci si dovrebbe piuttosto preoccupare del «che cosa» abbia vinto. In una democrazia di massa e diretta come quella statunitense, dove gli umori e i malumori popolari raggiungono il vertice senza i filtri e le pulegge dei sistemi parlamentari, tutti i Presidenti sono condizionati dalle circostanze più di quanto loro credano di condizionarle. Bastino i ricordi di Roosevelt, l’isolazionista che portò l’America in Normandia e a Okinawa, di Nixon, il crociato anticomunista che "sdoganò" la Cina rossa o di "W" Bush, che aveva garantito un uso modesto e parsimonioso della forza militare, per vedere come sia il mondo a cambiare i capi di Stato americani, più di quanto loro cambino il mondo. E il «che cosa» gli americani di questo gennaio 2008 vogliano si riassume in una parola che suonerà familiare anche a un italiano: «change». Cambiamento. Di stile, di classe politica, di sensibilità, di facce, di generazioni. Ma l’ansia di cambiare è tanto facile da enunciare, quanto difficile da tradurre e da leggere. «Throw the bums out», buttate fuori quei buffoni, è un classico motto nel dialetto elettorale americano, ma cambiare significa cose diverse per persone diverse. Questo, insieme con l’assenza per la prima volta da 80 anni di un candidato «in carica» alla Casa Bianca come presidente o come vice e per l’irrilevanza di un Bush che non ha ormai alcuna influenza neppure sul proprio partito e non osa investire nessuno per non stroncarlo, spiega la fluidità di favori e di candidati che si accapigliano per cogliere il vento del cambiamento. Essere femmina, come Hillary Clinton, è sicuramente un segnale di novità, ma il suo nome, la sua appartenenza alla premiata ditta "Clinton & Clinton" parla più di un ritorno al passato che del grande balzo verso il nuovo. Difficile per lei vantare insieme la propria lunga esperienza nel convento del potere e poi offrirsi come novizia. Essere neri e quarantenni come Obama è sconvolgente, dunque "nuovo", ma per non spaventare il giovane senatore deve arroccarsi al centro e far dimenticare nelle parole il messaggio rivoluzionario che il suo volto trasmette, come lo trasmetteva quello dell’altro quarantenne JF Kennedy. «Cambiare» per i fedeli del reverendo Huckabee, candidato a divenire il "pastore presidente", vuol dire invece tornare indietro, alle radici cristiane (più immaginarie che reali) dell’America, mentre «cambiare», per il levigato e artificiale Mitt Romney comporta soprattutto per lui cambiare continuamente idee e posizioni, passando dal sostegno all’aborto alla difesa della vita in embrione, dalla tolleranza per l’immigrazione alla xenofobia oggi popolarissima a destra, secondo i sondaggi della notte. Mentre l’unico che fieramente corre verso il passato, Rudy Giuliani, scopre con orrore che la "guerra al terrore", l’Iraq, il 9/11, l’offensiva contro il "male" incarnato dall’Islam sono precipitati verso l’irrilevanza nelle preoccupazioni della gente. Giuliani ha puntato tutto su un numero, il 9/11, che non esce più sulla ruota degli «issues», dei temi chiave. Azzeccare il «che cosa» è la condizione vitale per estrarre il nome del «chi» e quanto più gli umori popolari sono flottanti, tanto più è difficile farlo. Per gli elettori repubblicani, oggi meno ossessionati dagli stracci valoriali logorati da Bush nelle sue campagne sulla «moralità», i gay, l’aborto, è l’immigrazione clandestina, che attacca salari già consunti dall’esportazione di stabilimenti e produzione in Asia, a terrorizzare. Per i democratici è l’economia, che vacilla sulla voragine dei possibili crack bancari e delle case - il principale investimento per il 68% dei cittadini - che perdono valore di mercato ogni giorno. La «sicurezza fisica», sta diventando la «sicurezza economica» e se la recessione, con il collasso del mercato immobiliare volano dei consumi, dovesse materializzarsi in primavera inviando le proprie onde sismiche sull’Europa, sarà quello il vento del cambiamento di clima economico che spingerà al traguardo il successore di Bush. E ci darà quell’uomo o quella donna che avrà, per noi che siamo elettori passivi e dunque succubi delle scelte americane, il compito di restituire agli Stati Uniti d’America il prestigio, e soprattutto l’ammirazione affettuosa, che sette anni di presidenza Bush hanno sperperato. Siamo necessariamente ancora tutti un po’americani, ma vorremmo tornare a essere contenti di esserlo.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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