Vittorio Zucconi: Obama. L’avanzata del grande seduttore

Balza leggero sul podio mentre gli altoparlanti urlano la voce di Diana Ross che canta la vecchia hit ‟Non ci sono per noi montagne troppo alte” con l’agilità dei suoi 40 anni e delle sue lunghe gambe magre. Nella politica dell’immagine anche quella sua freschezza un po’insolente, nonostante 20 ore filate di comizi, è un grido di sfida. Perché il senatore Barack Hussein Obama, l’uomo venuto dall’Africa a mescolare il sangue di due continenti e di due razze per incarnare finalmente il mito americano del melting pot e a rovesciare il banchetto delle previsioni elettorali 2008, non ha veramente programmi da lanciare. Non porta proposte, piani, punti da snocciolare con pedanteria diligente come fa la sua sempre più spiazzata e sbigottita rivale Hillary Clinton, meno tasse o più tasse, pace o guerra, pane e lavoro. Il programma è lui, è la sua faccia color carta da pacchi, la sua figura dinoccolata e disinvolta in un fumo di Londra leggermente cangiante come gli abiti che indossavano i "sorci" di Frank Sinatra a Las Vegas e la giacca senza spacchi che cade bene sulla sua figura magrissima. Dice frasi cattivissime e avvelenate come frecce, «la Casa Bianca non è una residenza ereditaria», ma il veleno della cerbottana contro le dinastie Bush e Clinton, si scioglie nel sorriso ironico, nella mano sinistra ficcata in tasca mentre parla camminando avanti e indietro con aria degagé, proprio come faceva Kennedy nelle conferenza stampa. Tremano anche i sette agenti del Servizio Segreto che lo devono accompagnare ormai ovunque, da quando i messaggi di morte sono arrivati a duemila e cinquecento, perché assassinare Obama fa gola. Nell’uomo si uccide il messaggio. Lo aspettiamo ovunque per ora con devota pazienza a ogni incontro nel vasto nulla innevato del New Hampshire, dove oggi si attendono più elettori del solito alla primarie dei due partiti perché un’improvvisa ondata di calore ha portato il termometro durante il giorno a 5 gradi che qui sono considerati canicola in gennaio. E quando, naturalmente in ritardo di ben due ore, perché sembra che fra la sinistra e la puntualità esista un conflitto ideologico insanabile, arriva finalmente annunciato dalle facce di pietra del servizio segreto con l’auricolare e il microfono nella manica, anche i ragazzi, gli anziani, i disabili, gli scettici, i curiosi del paesetto di Keene (non chiedetemi dov’è, perché non ci saprei tornare) perdonano le terrificanti file che hanno dovuto formare fuori dal liceo locale. Obama gioca con il pubblico, scherza, improvvisa, semina a bracciate quel carisma che nessun altro candidato possiede e certamente manca, fra tante virtù, alla sua avversaria diretta, a Hillary, che ormai per i sondaggi è almeno dieci punti indietro (29% contro il 39% dei consensi, secondo Cnn). Lo vedo aprire davanti a sé, sul podio, il classificatore ad anelli con le 20 pagine del discorso standard, plastificate perché non si disintegrino a furia di girarle dieci volte al giorno, ma se lo segue, non si vede. Se ne allontana, si lancia in assolo da break jazzista, si interrompe e si confonde. E’un uomo, ci vuol dire, non un robot. Quando un ragazzino di 12 anni gli grida, «Obama ti piace la pizza?». «Molto, anche se ne ho mangiata troppa di fredda quando facevo l’avvocato dei licenziati». «Allora te ne mando una», replica il ragazzino, lui subito si rivolge al suo capo campagna, Gibbs: «Dobbiamo ingaggiarlo questo, è troppo sveglio». Ma poi ammette: «O mio Dio ho perso il filo, Di che accidenti stavo parlando?». Se lo avesse detto un McCain, con i suoi 72 anni, sarebbe parso un segno di rimbambimento senile terminale. Se lo dice lui, il parterre ride e applaude e una voce grida: «Pizza». Ah già, la piazza, l’economia che va male. Era dal 1976, da quando avevo visto un certo Ronald Reagan, sedurre ed emozionare folle in villaggi sparsi nel grande vuoto americano per la sua prima corsa, che non avevo riavvertito lo stesso rapporto fisico tra un politico e una folla dove almeno la metà si dichiara ancora indecisa su chi votare ed esce dopo mezz’ora convertita. Il vecchio "Bubba", Bill Clinton, aveva e ha grande carisma, una dote che sfortunatamente per la moglie non è contagiosa, ma neppure Bill sapeva essere così sfacciatamente sincero come Obama. E Obama è per metà africano, per metà straniero, in una nazione dove la xenofobia, travestita da «problema dell’immigrazione clandestina» e da lotta al «jihadismo islamo fascista», sembrava, dopo l’11 settembre, destinata a spazzare via le dighe dello spirito americano. Ma l’uomo venuto dalle due Kappa, il Kenya del padre e il Kansas della madre, per esorcizzare definitivamente l’incubo delle tre K del Ku Klux Klan, non ricorre mai esplicitamente alla «carta razziale», non dice mai votatemi perché ho una carnagione diversa e quindi sono l’attore di un cambiamento storico. Mentre Hillary è stata costretta a calare la carte del suo genere e chiedere il voto delle donne a una donna. Cita Martin Luther King quando invocava «la feroce urgenza dell’adesso», ribatte alla Hillary che lo accusa di incendiare «false speranze», spiegandole paziente che tutte le speranze nella loro alba sembrano false, «la fine della segregazione, il viaggio verso la Luna, il voto alle donne, l’idea che un bambino scaricato a due anni dal padre che piantò in asso mia madre costringendola a lavorare in fabbrica, potesse un giorno essere candidato alla presidenza degli Stati Uniti». La realtà si cambia con la speranza e con il coraggio di immaginare l’impossibile, è la sua risposta alla Clinton, non con il regolo. Vuol essere un Ronald Reagan nero, un presidente che predica a un’America tornata a essere «una nazione, non due mezze nazioni di colore politico opposto». Ma lo fa con autoironia, una delle doti più rare in politica, ondeggiando con la mano in tasca all’eco di una musica che lui sente, da quel formidabile entertainer naturale che è. Con quella carnagione color cappuccino non ha neppure bisogno di spalmarsi la faccia o il cranio di fondotinta e di cipria e se la voce gli si è appannata, come si arrochiva in Clinton durante le campagne, sembra ancora più sexy, più confidenziale. Nessuno in questa folla si sorprenderebbe se si metamorfizzasse improvvisamente in Harry Belafonte e si mettesse a cantare con quella voce opaca "My Island in the Sun". Forse non riuscirà a strappare la «nomination» alla Clinton Machine, quando il voto uscirà dai confini di questi piccoli stati esagerati nella loro importanza dall’essere primizie. Potrebbe essere un pessimo presidente, se eletto, perché i capi di stato sono come le scatole di cioccolatini di Forest Gump, non sai mai prima che cosa ti tocchi. Ma so di avere assistito al piccolo miracolo politico della possibile e impensabile riconciliazione dell’America con se stessa e quindi con il mondo, dopo anni di odio usato come combustibile per il potere. Un’ipotesi fragilissima, carica di troppo ricordi cupi per essere ancora accettata e che Obama rievoca con una piccola frase buttata lì, sotto forma di una polemichetta apparente con il repubblicano Giuliani, che sta affondando aggrappato alla macina da mulino del terrore: «Non ho bisogno che Rudy mi ricordi che là fuori c’è qualcuno che vorrebbe ammazzarmi, lo so bene». Anche il monello della pizza taceva.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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