Vittorio Zucconi: In America il secondo baby boom

Sono i baby della speranza, i figli dell’amore più forte del terrore. Come l’appetito o la voglia di sesso che aggrediscono spesso chi ha confrontato la morte, l’America del dopo 11 Settembre sta vivendo un secondo ‟baby boom”, un aumento delle nascite come non vedeva più dagli anni Sessanta, quando si esaurì l’onda lunga dei figli del dopoguerra e della prosperità. Nessun’altra nazione sviluppata, non in Europa, non in Asia, non in Australia ha il tasso di natalità che gli Stati Uniti registrano in questo inizio del Terzo Millennio, avendo raggiunto nel 2006 quel numero magico di 2,1 figli per coppia che garantisce, anche senza immigrazione, il mantenimento dei numero di abitanti e il ricambio delle generazioni. I quattro milioni e centomila nuovi nati nel 2006 non si erano più visti da 15 anni.
Ci si appella alla prolificità delle legioni di immigrati come prima, ovvia spiegazione a questo boom di nascite. I cinici e gli xenofobi, che anche in una nazione fatta tutta di ‟stranieri” vorrebbero mettere il catenaccio contro quelli come loro, osservano che il massimo numero di nascite si osserva tra gli ‟illegali”, fra quei 12 milioni (cifra ufficiale) o più realisticamente 20 milioni che esistono negli scantinati della società, senza documenti e senza alcuno status. Fanno figli, le donne e le coppie honduregne, salvadoregne, ecuadoriane, ma soprattutto messicane clandestine, perché nella terra dove vige lo ‟ius loci”, il diritto automatico alla nazionalità per nascita, l’incentivo a produrre figli con la cittadinanza è potente. Tra i senza documenti, la natalità è addirittura oltre i quattro figli per coppia, il doppio della media nazionale. Ma in un Paese di ormai 310 milioni di abitanti, non possono essere soltanto loro a muovere la media nazionale. La fertilità sta crescendo anche fra i perfettamente in regola, tra chi fa figli perché li vuole, e non li deve, fare. Nel 2006, le nascite sono state di 2,1 baby per gli americani di colore e di 1,9 per i bianchi, ben più elevate di quell’1,3 segnato in Italia o in Giappone, le due nazioni avanzate con la natalità più bassa. Tra i centroamericani regolari, con permessi di residenza o cittadinanza acquisita, siamo quasi a tre bambini per coppia. Dunque il "boomlet", la piccola esplosione di piccoli americani non si spiega soltanto con il colore della pelle, la diversa cultura familista o religiosa.
C’è proprio una voglia di avere più figli, di ricostruire famiglie se non numerose come quelle dipinte da Norman Rockwell, almeno con più del figlio unico. Una voglia che sembra muovere soprattutto le donne, secondo le ricerche della Johns Hopkins University e della Mayo Clinic, senza distinzione di età, ventenni, trentenni, quarantenni, spinte da motivazioni opposte, le giovani perché vogliono avere bambini presto, per poi riprendere lavoro o carriere, le meno giovani perché sentono ticchettare quell’implacabile orologio biologico oltre quelle frontiere di età, come i temuti 35 anni, che i genetisti e i ginecologi indicano progressivamente più a rischio per le madri come per i figli.
Questa corsa alla culla avviene senza speciali politiche pro famiglia, come sono invocate nelle nazioni a bassa natalità, in assenza di ‟nanny state”, dello stato balia. Il tempo della ‟regina del welfare” inventata da Ronald Reagan negli anni 80 per denunciare l’assistenzialismo statalista, della classica ‟mama” quasi sempre nera che partoriva bambini a raffica per avere l’assegno di 300 dollari a bebè e quindi assicurarsi un reddito più alto di quanto avrebbe mai potuto sognare lavorando, finì con Bill Clinton e non ricominciò certamente con i Bush. ‟C’è qualche cosa di misterioso, di inspiegabile con gli strumenti della sociologia in questo inatteso risveglio della natalità” ha detto Jim Passel, demografo del Pew Center, un istituto di ricerca di opinioni e di tendenze.
I nuovi arrivati fanno figli perché i figli sono il pegno morbido di quel sentimento che sempre spinge a emigrare, che è la speranza. ‟Non sono i disperati a emigrare, sono coloro che hanno ancora la forza per credere di potercela fare, che abbandonano tutto e attraversano frontiere od oceani e i figli sono la testimonianza della loro fede nel futuro” dice ancora Passel. È l’ottimismo che fa figli e l’ottimismo è il sentimento nazionale. Se è vero che la natalità tende, anche in America, a diminuire con l’aumentare del reddito, dell’istruzione, della condizione sociale delle donne, non sono soltanto le ‟miserabili” a sentire il nuovo richiamo alla maternità. Sovente sono proprio le più ricche e le più colte, le più ‟realizzate” come si sarebbe detto nella semantica del proto femminismo, a volere avere figli, prima che l’orologio biologico si fermi. Perché sono le donne in condizioni economiche e sociali migliori a poter utilizzare quella forma di assistenza personale e diretta che nessun sistema collettivo può offrire: l’aiuto del padre, del marito, del compagno. Per le famiglie che non subiscono il ricatto del doppio o triplo lavoro per mantenersi, per chi può fare professioni libere, o lavorare da casa, come oggi il telependolarismo consente, la collaborazione di entrambi i genitori è possibile e fondamentale.
Dicono le grandi catene di distribuzione come Wal-Mart, Target, K-Mart, che il 40% degli acquirenti di pannolini, formula in polvere, passeggini, succhiotti e tutto il mostruoso arsenale consumistico necessario ormai per accudire un neonato, sono maschi. Dunque padri che poi a casa cambiano pannolini, scaldano biberon e si alzano la notte per alleviare le coliche o dolori della dentizione.
Una madre su tre, il 34% è ‟pienamente soddisfatta” della collaborazione offerta dal proprio uomo nella cura del neonato, e il 56% ‟abbastanza soddisfatta”, una proporzione che ogni padre, condizionato dal lamento del ‟non aiuti in casa” troverà sbalorditiva.
Le spiegazioni classiche della fiacca natalità, l’insicurezza sociale, l’assenza di supporti pubblici, la precarietà del lavoro, non funzionano in questa America dove la precarietà del lavoro è la norma, nessuno ha il posto garantito, il supporto pubblico è quasi inesistente e, da sette anni, la gente si sente ripetere dai trombettieri della paura che la nazione è ‟in guerra” e un nemico orrendo trama dal buio per sterminarla. Al contrario, è stato forse l’effetto paradossale, ma classico, dell’amore nel tempo del terrore, l’istinto primordiale del rispondere alla minaccia producendo più cuccioli per garantire la sopravvivenza del branco e della tribù, a far scattare la più elementare e ancestrale delle risposte, l’amore. È lo stesso meccanismo, in questo caso negativo, che ha prodotto e ancora produce la tragedia della gravidanze adolescenziale soprattutto fra le più povere, le quasi bambine dei ghetti e dei ‟projects”, delle atroci case popolari, che si fanno mettere incinta, spiegano poi agli assistenti sociali, ‟per avere qualcosa di mio, qualcosa che appartiene soltanto a me”. In questa onda di natalità, purtroppo anche le gravidanza adolescenziali sono tornate a crescere, nonostante la diffusione della pillola RU-486, la pillola del mattino dopo, che ovviamente funziona soltanto per chi la vuole inghiottire e per chi riesce a farsela ordinare dai pochi medici disposti a farlo o farmacisti disposti a venderla.
Neppure l’andamento degli aborti legali spiega questo baby boom del Terzo Millennio. Il numero delle interruzioni volontaria di gravidanza, dopo il picco di un milione e quattrocentomila nel 1990 è diminuito drasticamente e si è ormai stabilizzato a 800 mila dal 1996. Ci deve dunque essere qualche elemento non quantificabile, qualche movimento profondo dentro una società che ha superato la propaganda della paura con i vagiti della speranza e si è scossa, grazie ai nuovi arrivati ma non soltanto a loro, da un declino demografico che sembrava inesorabile. Fu nel dicembre del 2005 che la prima figlia del ‟baby boom” post bellico, la signora Kathleen Casey andò in pensione, rondine di un temuto stormo di 60enni che promettano di sfasciare i bilanci pubblici e di portare con sé gli Stati Uniti verso il tramonto, al ritmo di 365 pensionati in più ogni ora. Ma se è stato il 2006 l’anno dell’inatteso rinascimento delle nascite, non c’è bisogno dei conti del ginecologo per sapere che quei neonati erano stati concepiti proprio mentre le prime vecchie rondini di un altro tempo e di un altro cielo se ne andavano. Una pura coincidenza? Forse. Oppure il segnale di una nazione che rifiuta di invecchiare.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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