Vittorio Zucconi: La figlia di Kennedy. Barack Obama come papà

Le pareti di cristallo del Palazzo dei Congressi imbullonate ai supporti di acciaio, vibravano attorno a noi come pelli di tamburo sotto le spallate sonore dello ‟Yes-we-can”, sì, possiamo, del coro di vittoria ritmato coi piedi e intonato dai 30 mila assiepati ad attendere Obama. Senza neppure aspettare che la prima scheda aperta annunciasse alle sette di sera la più travolgente vittoria elettorale che mai un candidato con sangue e nome africano avesse ottenuto nella storia euro-americana. Non in un luogo qualsiasi, ma nella nazione che per ultima fra quelle che si vogliono civili si rassegnò a rinunciare agli schiavi. E nello stato del South Carolina che sacrificò 150mila dei propri figli per difendere fino all’ultima cartuccia il diritto di venderli e comprarli al mercato della carne umana. Ma nel mare nero di uomini e donne stravolti dalla felicità, dalla ebbrezza per l’enormità di quanto avevano osato fare e dalla paura che domani tutti tornasse alla normalità del vecchio Sud, c’erano sette facce che colpivano più di tutte le altre e raccontavano la storia segreta di questo evento al quale l’America, e il mondo, ancora assistono increduli. I nomi non sappiamo, perchè sono rigorosamente segreti come il servizio al quale appartengono, il Secret Service, ma i volti sono inconfondibili. I loro gesti, quel parlottare frenetico la manica della giacca dove è nascosto il microfono, quel chinare improvviso del capo per concentrarsi sulla voce che abbaia dentro l’auricolare, li rendono più riconoscibili che se indossassero un’uniforme arancione da pompiere. Ne ho visti a centinaia, seguendo elezioni e presidenti, di questi uomini e ora anche donne, addestrati a fermare col proprio corpo la pallottola destinata al loro protetto, attorno a presidenti e a politicanti che a volte amano e a volta disprezzano segretamente, ma per i quali devono comunque essere pronti a morire. Ma non avevo mai visto nessuno stringersi attorno a un uomo politico, come sabato sera i cinque armadi umani bianchi e i due armati quattrostagioni neri che lo circondavano, lo stringevano, lo puntellavano e sollevavano da terra spostandolo con il petto senza neppure usare le mani e lo accudivano come un neonato. Perchè lo sanno loro, lo sa la moglie Michelle, lo sanno le due figlie Malia e Saha, poco più grandi di quanto fossero i figli di Kennedy, lo sa Caroline Schlosseberg Kennedy, che lo ha ufficialmente assimilato al padre JFK che lei perse quando aveva sei anni e lo sa soprattutto lui, che là fuori, nell’America dei ‟boia chi molla”, dei figli della Confederazione ribelle, del Klan, c’è sicuramente qualcuno che in questo momento unge la canna di un fucile e calibra il mirino elettronico. ‟L’America non è questo, l’America non è l’odio che divide le razze, i sessi, gli anziani dai giovani, gli ultimi arrivati dai primi arrivati”, salmodiava la sua voce dal corpo finalmente sfuggito alle mani della gente e alla gabbia umana dei sette samurai che lo avvolgevano e ha ragione, perchè se questa fosse l’America lui non sarebbe salito su quel palco e non sarebbe l’uomo che sta facendo tremare i Clinton, piangere Hillary e agitare quei repubblicani che stanno pregando i loro dei assortiti affinchè sia la Clinton a vincere la candidatura e non Obama, che non saprebbero come attaccare senza sembrare razzisti. ‟Io faccio appello agli angeli della nostra natura migliore”, suonava la voce che sa pronunciare discorsi come nessun altro, sforzandosi di dimenticare i demoni dell’odio del quale, da troppi anni e specialmente grazie prima ai Clinton e poi a Baby Bush, si nutrono il successo elettorale e il potere. Divide, odia et impera. Formula ben collaudata. Lui ha scommesso sulla riconciliazione delle civiltà, incarnata da una persona che le concentra in sè tutte, l’Africa tribale di suo padre, un Luo, l’America bianca dei campi di mais della madre nel Kansas, Harvard e gli slums di Chicago, l’infanzia vissuta in Asia e la frequentazione di chiese cristiane fin troppo militanti, il tocco di Islam in quel nome Hussein e il cosmopolitismo che trasuda da come si veste e parla, esecrato dall’America interiore lontana dagli oceani. E sembrava una follia, nel tempo degli scontri di civiltà. Forse lo era, perchè anche in questa Carolina del Sud che lo ha portato in trionfo, lui ha ottenuto meno voti di elettori democratici bianchi di quanti ne abbiano ottenuti Clinton (lei) e il patetico John Edwards, che pure è figlio nativo di questa terra. Tra i white Obama è finito terzo su tre e soltanto il maremoto di elettori afroamericani, andati a votare come mai avevano fatto, neppure per il pirotecnico Jesse Jackson negli anni '80, lo ha portato oltre la diga. Ma la domanda chiave resta, più che mai ora, alla vigilia di quel martedì 5 febbraio nel quale voteranno ‟finalmente” (ha detto Clinton, lui, con sottile malvagità anti-Obama) milioni di cittadini: l’America non nera, i bianchi, gli ispanici, la California, New York, il Texas, la Florida, il New Jersey, la Pennsylvania, il ‟suo” Illinois, gli stati dove si decidono le presidenze e i brothers, i fratelli neri, non sono necessari, ma non sufficienti per vincere, è davvero, ma davvero, disposta a votare per un Presidente chiamato Obama Hussein Barack? Erano le nove e trenta di sera, in South Carolina, tra le vetrate del Centro Congressi di Columbia, quando l’uomo che ha fatto la scommessa impossibile, che pretende di fare il presidente dopo appena 3 anni in Senato (come il papà di Caroline, che però ne aveva trascorsi prima 14 alla Camera), che punta sulla ‟fine della paura e delle divisioni fra noi” è entrato senza toccare coi piedi per terra, letteralmente, stretto fra i suoi sette samurai con l’auricolare che lo portavano in giro come sopra una sedia gestatoria umana. Bisognava forse avere qualche esperienza diretta di che cosa sia il Sud, di che cosa significhi vivere la black experience, l’esperienza di nascere con la faccia ‟sbagliata”, dalla parte sbagliata dei binari delle ferrovia come si dice qui, per sentire il riflesso del pianto liberatorio che arrossava gli occhi di quelli che avevano scritto col marker nero i cartelli ‟Change x Obama”, rifiutando i poster distribuiti dai volontari della campagna elettorale. Ma comunque a un uomo bianco è impossibile capire l’enormità di una sera che ha contato più cittadini di colore andati a votare per lui, di quanti fossero andati, una settimana fa, a votare per tutti i candidati repubblicani. La Carolina del Sud non è soltanto uno stato radicalmente conservatore, che dopo avere votato per anni in favore dei ‟Dixiecrats”, dei democratici segregazionisti, è traghettata in permanenza fra i repubblicani, quando i democratici si sono scoperti progressisti. Questo è lo stato nostalgico, che elesse per 60 anni, prima come governatore e poi come senatore, Strom Thurmond, imbullonato alla poltrona fino all’età di 100 anni e morto senza mai davvero rinnegare quello che aveva detto nella sua prima campagna elettorale del 1948: ‟Non ci sono abbastanza soldati e carri armati a Washington per costringere noi gente del Sud ad accettare la razza negra (sic) nei nostri cinema, nei nostri ristoranti, nelle nostre piscine, nelle nostre chiese”. Ancora nel 2001, a 99 anni, era stato nominato ‟Presidente emerito del Senato” dai suoi colleghi. Fanno bene quei sette dalla faccia tesa a stare stretti attorno a Barack Obama come un mazzo di asparagi, perchè quello che difendono non è soltanto un politicante ambizioso e carismatico che ha deciso di lanciarsi in un volo che sembrava impossibile. Anche Clinton (lui) figlio di padre ignoto, cresciuto nel più miserabile paesino dello stato più misero, l’Arkansas, parve un progetto impossibile. Ma lui è qualcosa di più tremendo, di più allarmante per quell’America che da otto anni Bush governa: è l’ipotesi che l’America debba cambiare sè stessa, prima di pretendere di cambiare il mondo a propria immagine e somiglianza, che debba abbattere le dighe di civiltà al proprio interno per poter essere credibile quando vuole abbattere le dighe degli altri. Obama non è soltanto un candidato, è l’esame di coscienza che una ‟nuova generazione di americani” vuole fare, dopo il lungo sonno della propria anima e lo stordimento dell’11 settembre, come ha detto Caroline Kennedy, usando di proposito della formula usata dal padre nel proprio discorso d’insediamento. Può davvero ‟la torcia” passare nelle mani di uno di ‟razza negra” nel tempo del razzismo dilagante? Caroline spera e, come i sette samurai del Servizio Segreto, probabilmente trema.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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