Michele Serra: Sessantotto. Il bene e il male di quell’anno fatale

Le fotografie e i filmati delle prime manifestazioni studentesche, sul finire dei Sessanta, sono dominate da giacche e cravatte, camicie candide, capelli corti, occhiali con grosse montature. Gli universitari, in larghissima maggioranza maschi, hanno sembianze di adulti, paiono docili repliche dei loro padri impiegati, funzionari e operai, il colpo d’occhio antropologico e sociale non è molto dissimile da quello del vicino dopoguerra: in molte città italiane le macerie belliche ancora ingombrano alcuni isolati, in molte case il bucato si fa sempre a mano, i calciatori hanno maglie vergini in attesa dell’evo degli sponsor, le figurine si attaccano con la colla Coccoina, la televisione è in bianco e nero, si accende girando una grossa manopola e i canali sono appena due.
Appena si scavalla nei Settanta (il tempo brevissimo di un anno o due), l’immagine cambia radicalmente. Maglioni, barbe e capelli lunghi, jeans e giacconi militari, le stesse fisionomie fino a poco prima contenute nei canoni del decoro piccolo borghese sembrano quasi esplose, come ritratti che hanno spaccato una cornice troppo stretta.
Volendo riassumere all’osso, probabilmente il cosiddetto Sessantotto è stato fondamentalmente questo: una drammatizzazione-celebrazione collettiva del ripudio del Padre (a partire dalla sua immagine), estrema nei modi ma soprattutto nei tempi, concentrata in uno scorcio di vita individuale e sociale così breve da deflagrare con potenza impressionante. Mai più ripetuta. La gioventù, in virtù di un inedito benessere che preservava dal lavoro e concedeva il lusso o il vizio di pensare, provò ad autodefinirsi, a fissare i punti di una condizione umana nuova e sconosciuta tranne che nella sua ferrea determinazione a discostarsi dai costumi e dalle intenzioni degli adulti.
Per merito o per colpa delle rievocazioni di questo quarantennale, avremo modo di discutere fino alla nausea se quell’alluvione libertaria e ribelle (solo successivamente incanalata negli alti argini dell’ideologia) ha lasciato più rimpianti o più rimorsi. Se, cioè, ribellarsi ai divieti e alle norme, rinnegare l’obbedienza, e farlo fino allo stremo, sia stato "giusto" oppure "sbagliato". Se al vecchio ordine se ne sia sostituito uno più fantasioso e più sopportabile, oppure si siano gettate le fondamenta di un caotico individualismo narciso, ingordo di diritti e sordo a qualunque dovere.
Ma a monte di questa discussione, anche per non rischiare di trascinare il Sessantotto dentro il ring dei nostri attuali rovelli - che sono rovelli di quasi mezzo secolo più nuovi - mi sembra indispensabile dire questo: che se è vero - ed è vero - che quell’esplosione fu tanto rapida e potente da non lasciare quasi il tempo agli italiani di allora di capacitarsene, questo vuol dire che sopra la pentola c’era un coperchio pesantissimo. Nessuna esplosione può avvenire se non in seguito a una forte compressione.
Quanto al coperchio. Nel mio liceo milanese, il Manzoni, che pure era la scuola della buona borghesia della città allora più moderna e culturalmente avanzata d’Italia, le ragazze erano invitate dalle professoresse più solerti a non tenere i capelli sciolti, a non indossare i pantaloni, men che meno a truccarsi con quel poco di rimmel e di fard allora in circolazione. Nel 1966 tre studenti-modello del liceo classico Parini erano stati inquisiti dalla magistratura, e sospesi dalla scuola, per avere condotto sul giornalino d’istituto, la Zanzara, un’inchiesta sull’amore tra i giovani senza omettere brevi e garbati cenni sulla vita sessuale. In quello stesso decennio la siciliana Franca Viola era oggetto di qualche lode e di accese critiche (anche sulla televisione pubblica) per avere rifiutato di sposare il suo "rapitore", un mafioso di paese, disobbedendo a un’antica consuetudine di sottomissione. Il delitto d’onore era ampiamente in auge nel codice penale, con forte attenuante della pena. Non esisteva divorzio, e si abortiva clandestinamente dalle mammane di paese (le donne povere) o nelle cliniche private dei cosiddetti Cucchiai d’Oro (le donne ricche). Il certificato di buona condotta rilasciato dal parroco valeva ancora, e non solo al Sud, come viatico per l’assunzione, specie per le mansioni umili. Nelle fabbriche (in primis la Fiat) gli operai sindacalizzati erano schedati e malvisti. La dolce vita di Fellini aveva destato enorme scandalo e rischiato di non avere il visto della censura perché si parlava di suicidio. Il professor Aldo Braibanti, "reo" di avere una relazione omosessuale con un ragazzo consenziente e maggiorenne, venne processato e condannato per plagio da un tribunale della Repubblica, dopo avere sollevato grave scandalo, in quanto corruttore della gioventù, sui rotocalchi da parrucchiere come sui quotidiani nazionali.
Questo breve excursus era forse pedante, magari in parte tendenzioso. Ma necessario. Se si perdono la memoria, e la definizione storica, di come poteva apparire la società adulta di quegli anni a un ragazzo di qualche pensiero, di qualche inquietudine culturale, di qualche curiosità politica, non è possibile capire come sia potuto accadere (in Italia più ancora che in altri paesi occidentali) uno sconquasso così profondo. E il "gap" di cui sopra tra le foto del 1969 e quelle del 1971 apparirebbe incomprensibile, quasi un refuso nelle didascalie.
Con il senno di poi, siamo invece in grado di dire che il discrimine raccontato da quelle fotografie è stato davvero un discrimine d’epoca: le prime immagini, quelle dei ragazzi in giacca e cravatta, ci rimandano indietro, lungo il declivio che ci riconduce a ritroso verso il boom economico, la ricostruzione, il dopoguerra e la guerra. Le seconde già accennano all’oggi, basta andare davanti a un liceo del Duemila per scoprire che non c’è poi un grande scarto tra gli studenti di adesso e quelli degli anni Settanta, vestiti e musica si assomigliano, le pettinature anche.
Non è in discussione il fatto che anche il pre-Sessantotto ebbe le sue virtù (molte ci risultano più chiare adesso, e vorrei dire adesso che i nostri padri purtroppo non ci sono più). E nemmeno che anche il dopo-Sessantotto ha avuto i suoi vizi, alcuni dei quali sicuramente imputabili anche alla perdita di una bussola mai rimpiazzata da altri strumenti d’orientamento. Mi premeva soltanto chiedere, se possibile, che commemorazioni e maledizioni tengano ben presente in quale società, quale atmosfera, quali istituzioni politiche e religiose accadde che un gran numero di ragazzi gridassero enormità come "è vietato vietare", o "la famiglia è una camera a gas". Dell’Italia in bianco e nero possiamo rimpiangere infinite cose, l’eleganza, il quartetto Cetra, il cinema, Studio uno, Mina e Modugno. Ma rileggetevi, se ne avete la pazienza, il breve elenco di eventi degli Happy Sixties che ho citato poco fa, e chiedetevi se quell’Ordine e quella Morale meritavano di convogliare ancora un paio di generazioni di italiani lungo i binari di quella censura, di quella disciplina nelle fabbriche-caserma, di quella sessuofobia, di quella fragile ipocrisia.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma e cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su ...

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