Michele Serra: Dottor Inter e mister Hyde

Sebbene le squadre di calcio, grosso modo, si rassomiglino tutte, ogni tifoso ama colorire la sua comunissima passione di sfumature eccezionali. Forse per giustificare la matrice infantile del tifo (si diventa tifoso da bambino, per mano al padre), per sdoganare la puerilità di questa simil-fede, la si corrobora con gli anni di pagine tempestose, drammatiche e dunque adulte. La frase fatta, e molto detta, è "nessuno soffre come noi…. (riempire i puntini)". Quasi che l’indice di sofferenza, come nell’eros romantico, fosse anche indice di intensità sublime, dell’amour fou, di invidiabile dissipazione.
Però bisogna ammettere che noi interisti, nel campo delle coloriture romanzesche, possiamo davvero godere di una condizione privilegiata. La squadra, come certe bellissime dame tisiche o amanti perdute del melodramma, ha una indubbia vocazione alla disgrazia. Vocazione incrementata - va detto - durante la favolosa gestione Moratti, che ha di molto enfatizzato lo scenario del dramma, spargendo oro e broccati preziosi in misura zeffirelliana. E da che mondo è mondo il patimento dei ricchi è uno spettacolo molto popolare, che attira lacrime (e pernacchie) in misura direttamente proporzionale al reddito di colei che giace, pallida e inutilmente amata.
In questo senso il 2008 promette di essere, per l’interismo, un anno perfetto. Non il primo e certamente non l’ultimo, ma uno dei più memorabili. Dopo le prove di autospegnimento nel derby milanese, perduto contro una squadra di anziani per un inceppo mentale durato una settantina di minuti, l’Inter ha perfezionato la sua voluttà di morte (sportiva) centrando un nefasto pareggio casalingo con il valoroso Siena, che tirando due volte in porta ha impattato i trecento inutili e sfortunati assalti dei nerazzurri. Indubbia scena madre il rigore prima estorto (all’arbitro e ai compagni) da Materazzi, e poi tirato in pancia al portiere mentre l’intera tribuna d’onore collassava, muta e inorridita, e la curva inveiva come il loggione dopo la peggiore stecca.
Ci fosse ancora Brera, credo non gli sarebbe sfuggito l’aspetto da hidalgo di Massimo Moratti, il cui volto cervantesco, perfino quando sorride, sembra esprimere nobili lampi di sconfitta. Il presidente è perfetto interprete del noir-azzurro, Milano ha un lato spagnolesco meno evidente di quello nordico-luterano, ma radicato nei secoli, manzoniano e doloroso, annidato negli androni neri e nelle anguste strade patrizie del centro storico. San Siro, quando gioca l’Inter, perde il brillio entusiasta e diavolesco del rosso milanista, diventa un catino ombroso, spesso anche adombrato, il catino che riflette e raccoglie l’incertezza degli umori celesti, mezzo azzurri mezzo neri. E a proposito di nero non sarà mica un caso che le due grandi Inter della storia (quella di Moratti padre e, checché se ne dica, questa di Moratti figlio) inzuppano nel nero petrolio la loro lauta pagnotta.
In ogni modo, e per farla corta (il tifoso, quando comincia a blaterare dei suoi casi, non la smetterebbe più): dopo un campionato in solitaria fuga, una squadra così forte da resistere anche al crocchio delle ossa di molti suoi campioni, così altera da infischiarsene anche delle maldicenze provinciali sugli arbitraggi, così solida da poter rinunciare anche ai due pezzi da novanta di difesa e attacco (Cordoba e Ibra), così avveduta da rispedire lo sciamannato Adriano a fare i bagordi a casa sua, ora rischia seriamente di cadere sul filo del traguardo come l’ultimo dei maratoneti sfiatati, dando via libera alla brava Roma di De Rossi e Totti e soprattutto del professor Spalletti, il cui italiano perfetto e acuto onora oltre il lecito l’ambiente calcistico nel suo complesso.
Il traguardo è a Parma, sede melodrammatica e dunque congrua, dove l’Inter, domenica prossima, affronterà ancora una volta l’Inter, il suo avversario più temuto, il suo Hyde. L’intero direttorio di demoni che possiedono la squadra uscirà dallo spogliatoio all’unisono, ogni giocatore nerazzurro avrà accanto il suo doppio suicida. Folate di paura, scariche di insicurezza bruceranno adrenalina e consumeranno le notti di vigilia. Beghe di spogliatoio riaffioreranno come le macchie dell’intonaco. Il respiro di tutto il mondo interista, nelle case, allo stadio, in automobile con la radio accesa, sarà mozzo come sempre. Un palo, una slogatura, un cartellino giallo, un refolo di vento tengono appeso a un filo il destino della adorabile isterica. La gloria, se ci sarà, avrà la gioia supplementare dello scampato pericolo. Il lutto, se ci sarà, sarà comunque ostentato con la nostra solita, stolta fierezza sul nero della maglia. Adelante, Inter.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma e cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su ...

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