Michele Serra: Funari, l’urlatore solitario che inventò la rissa in tv

Funari da vecchio era uno spettacolo fantastico. Aspro, ingovernabile, fiero delle sue innumerevoli malattie delle quali parlava con cinico narcisismo, vecchio fino all’esibizionismo in un mondo che ha il tabù delle rughe e del declino fisico. Lo vedemmo in televisione per l’ultima volta – in uno show di Raiuno, complice Diego Cugia, troppo estroso e indigesto per avere successo - con il bastone, il fiatone, la smemoratezza, la commozione facile. L’intero armamentario della senescenza ostentato come la spada del samurai. A suo modo: bellissimo. Nel suo ultimo periodo era diventato totalmente dissonante rispetto al suo elemento naturale, la televisione. Tanto da farci dubitare di alcune cattive opinioni che il primo Funari, tra i principali inventori del telepopulismo, si era attirato. Le cattive opinioni riguardavano la fiducia quasi tracotante che Funari nutriva per la vox populi, della quale riteneva di essere l’interprete perfetto, il demiurgo impareggiabile. Il sospetto era che ci fosse un calcolo, che cavalcasse la tigre. Che il lessico efficace e volgare fosse un abile espediente di scena, perfettamente sintonico con il passaggio della televisione da strumento pedagogico a sbocco incontrollato di ogni istinto.
Ma l’ultimo, doloroso, vigoroso tratto del lungo cammino di Funari ha dimostrato che le cose non stavano proprio così. Funari non era un demagogo come ce ne sono tanti, era un rarissimo esemplare di populista solitario. Un populista alla fine senza popolo, troppo indisponente e imprevedibile per attraccare, finita la piena della tivù strillata, nelle acque tranquille del consenso. Si poté scoprire, infine, che gli istinti incontrollabili che aveva portato in televisione erano solamente i suoi. Che non aveva mai seminato scandalo o rotto le scatole per conto terzi, ma per conto suo. Che sbraitava contro i partiti, sibilava contro questo e quello, sghignazzava e pontificava, non per farsi una rendita ma piuttosto per il sommo piacere di dissiparla, come un capo-popolo che al momento delle elezioni non si presenta perché sta già pensando ad altro. In fin dei conti, uno snob nel senso migliore del termine, mai irreggimentabile.
Rientrava nell’archetipo artistico, molto italiano, molto romano, del fustigatore irridente, di quello che trova sempre da ridire, ma di suo ci aveva aggiunto un’irrequietezza e uno slancio quasi ingenui, dunque poco italiani. Gli mancava il cinismo. Tanto è vero che molti lo avevano apparentato al conduttore "impazzito" di Quinto potere attribuendogli (meritatamente) un oltranzismo, e perfino un autolesionismo, che non sono affatto tipici dei rivoltosi made in Italy, in genere abilissimi nel fermarsi un attimo prima di essere fuori dal gioco.
Fuori dal gioco, e fuori dal coro, negli ultimi dieci anni lui ci era finito in pieno. La tivà post-spazzatura, quella che i rifiuti ha saputo riciclarli in innocua massa di consenso, non sapeva più come maneggiare un rompiballe isolato, pieno di pensieri di morte, avido lettore di giornali e capace di leggere e imparare, lui di umili origini e di curriculum non certo "intellettuale", anche le cose che non sapeva. Leggendo sue interviste non si riusciva a collocarlo più da nessuna parte, non si capiva dove la sua testa caparbia e il suo estro da comiziante avrebbero voluto portarlo. Se ne è andato in silenzio, e nessun funzionario televisivo se lo troverà più tra le scatole cercando di capire che cosa diavolo vuole. Salutiamo un uomo libero.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma e cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su ...

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