Vittorio Zucconi: Presidenziali USA. Obama, una pagina di storia

Quando Barack Hussein Obama è salito in quel tempietto greco-romano eretto nello stadio di Denver per riprodurre l’effetto visivo di Luther King davanti alle colonne del mausoleo di Lincoln nel «discorso del sogno», una processione invisibile di vivi e di morti, di martiri celebri e di vittime ignote, è salita con lui e dietro di lui. Ora che il Partito Democratico americano è finalmente tutto di questo allampanato «Leone» (il suo segno) alto 187 centimetri, che i clan dei Kennedy e dei Clinton che lo hanno dominato dal 1960 sono stati costretti a concedergli lo scettro che aveva vinto nelle primarie, alle 7 di sera ora delle Montagne Rocciose l’impensabile è divenuto normale. Potrebbe essere, se eletto, un pessimo o un eccellente capo di stato, nessuno lo può mai predire. Ma la carovana America non tornerà più indietro. Questo «untermensch», questa sottospecie umana, come i nazisti e non soltanto i nazisti lo avrebbero chiamato, è il padrone politico, il leader ormai assoluto, almeno fino al 4 novembre elettorale, del più antico partito americano fondato nel 1792 da Thomas Jefferson, proprietario di schiavi e padre di «meticci» come Obama, avuti da schiave arrendevoli. Se è vero che antenati e antenate ci guardano da chissà dove, Jefferson ieri sera non doveva credere ai propri occhi. La favola delle Convention, che viene scambiata per uno show televisivo da chi non sa che la grande bambina America non è mai tanto seria come quando gioca, era finita mercoledì sera con il discorso di concessione fatta dal patriarca del partito, il vecchio e inimitabile Bill Clinton. Dopo che lady Hillary aveva rilasciato le proprie truppe riluttanti («No, Hillary, no» imploravano le «hillaristas») per consentire la vittoria per acclamazione di Obama e lord Bill aveva detto le frasi che la moglie non aveva avuto l’autorità per dire: «Credete a me che l’ho fatto per otto anni: quest’uomo, Barak Obama, è pronto per essere Presidente e Comandante supremo», la transizione si era consumata. E gli anziani della tribù democratica avevano consegnato le chiavi del partito al figlio di un keniano, con un nome swahili e islamico, Barack e Hussein, colui che è buono e benedetto dal Signore. La sua ascesa nel tempietto di cartone è stata, più che l’inizio di una storia nuova, la fine dell’inizio. E’stata la chiusura formale, se non ancora sostanziale, qui negli Usa, di un lungo e ignobile capitolo, la schiavitù di diritto e poi l’apartheid di fatto e se il razzismo non si può mai estirpare, le sue manifestazioni pratiche possono essere stroncate. Con tutto il suo carisma, Obama non sarebbe mai salito dove si trovava senza secoli di sacrifici, di resistenze vinte, di uomini e donne illuminati, di cadaveri di bambine dilaniate, di politicanti opportunisti e incoerenti come quei segregazionsti democratici del Sud i cui figli hanno eletto a proprio leader oggi uno che i loro padri avrebbero volentieri impiccato ieri. Per questo Martin Luther King era un Repubblicano, nella sua Georgia, prima di convertirsi ai Democratici, con Kennedy nel 1960. Come lui stesso ha dovuto ricordare nel tempietto, Barack Obama si regge sulle spalle di chi ha reso possibile la sua scalata. Avremo due mesi, da oggi al 4 novembre, per analizzare i discorsi, piluccare idee e programmi da questi effluvi di chiacchiere che i candidati dei due partiti offrono, pronti a dimenticarli appena entrano nello Studio Ovale e scoprono, come disse proprio JFK, che il mondo è molto diverso da come se lo erano immaginato. Ma oggi, mentre il più antico partito dell’Occidente si consegna, entusiasta e timoroso come neppure con Kennedy, a questo affascinante sconosciuto, si deve rammentare che ancora 40 anni or sono, quando Lyndon Johnson impose le leggi sui diritti civili, di fatto i neri non potevano votare a sud. Che i «dixiecrats», i boss bianchi in Alabama, Mississippi, Lousiana, Arkansas, Georgia, permettevano in pratica a un cittadino afro su 10 di votare, sottoponendo chi voleva iscriversi alle urne a domande di culturale generale sul tipo: «Quante bolle ci sono in una saponetta?». Si dovette aspettare il 1968, perché la Corte Suprema, quella che il futuro presidente, McCain od Obama, dovrà ridisegnare in senso reazionario o progressista, rimpiazzando almeno due giudici su nove troppo anziani o malati, mettesse al bando le leggi contro la «miscegenation», i matrimoni interraziali, per mantenere «la purezza della razza». Per permettere a Obama di pronunciare il suo discorso ieri sera a Denver, sono stati uccisi studenti ebrei che avevano osato appoggiare i diritti di voto dei neri, bambine dilaniate nelle chiese di Birmingham demolite con il tritolo, cittadini ostinati che avevano chiesto di iscriversi alle liste di voto e si trovavano per ricompensa la casa bruciata, mentre Obama nasceva, 47 anni or sono. Si capisce perciò perché la silhouette smilza del senatore candidato alla Casa Bianca, o la figura sontuosa e dolcemente aggressiva, da regina di Saba, della moglie Michelle facciano tanta paura a tanta gente e gli avversari repubblicani contino su questo impronunciabile e profondo terrore dell’uomo (e della donna) neri, danzando sulle perifrasi, le allusioni e gli eufemismi. Lasciando a cagnetti da presa, surrogati, autori di pamphlet o di blog d’assalto, il compito di dire le cose che il candidato repubblicano non potrà dire. Non è realmente questione di tasse o di sicurezza quella che deciderà il duello fra il «troppo nuovo» e il «troppo vecchio», le due eredità politiche estreme lasciate all’America dal fallimento della presidenza Bush. Obama è uno scandalo della storia che può essere accettato o respinto con eguale e opposta violenza. Ma che incarna tutto ciò che ancora amiamo dell’America e della sua meravigliosa capacità di scandalizzarci.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

Vai alla scheda >>

Scopri il negozio Feltrinelli più vicino a te