Vittorio Zucconi: Presidenziali USA. McCain: così guiderò l’America

Come era vecchio, come era ‟già visto”, con quella sua vita stancamente eroica, con quella faccia raccontata troppe volte, il candidato repubblicano John McCain ieri sera quando ha chiuso la Convention sullo stesso palco dove 24 ore prima Sarah ‟Zanna Bianca” Palin aveva sbranato Barack Obama ed eccitato un partito boccheggiante. Come era buffo sentire questo anziano e rispettabile signore che da 25 anni siede nelle aule del potere, esemplare ‟sedere di pietra” della politica politicante, proporsi come forza di cambiamento, come ‟riformista” che avrebbe ripulito quelle stalle di Washington, nelle quali sta piacevolmente soggiornando da un quarto di secolo. Pasticciando e sporcandosi come gli altri con le lobby dei bancarottieri, nel crack delle casse di risparmio, dalle quale si salvò soltanto con una reprimenda ufficiale. McCain ha chiuso nella forma, con il discorso di accettazione, quello che nella sostanza sarà ricordato, nella sconfitta o nella vittoria, come il Congresso di Sarah Palin, della donna che lui ha scelto come vicepresidente. Il suo discorso dignitosamente scontato, con tutte le previste e trite formule sulla ‟sicurezza”, la ‟guerra al terrore” che lui s’immagina vinta in Iraq, le tasse, l’esperienza, la bandiera e l’inadeguatezza dell’avversario, risuonava nella caverna della Convention soltanto perché ancora l’aria ribolliva di passione dopo la notte degli estrogeni, dopo l’arringa della piccola donna con la gonna attillata, i tacchi a spillo e l’acconciatura stile famiglia Simpson. Perché da mercoledì sera tutti, i ‟pundits” dei media, gli avversari, gli amici, gli Obamiani sotto choc, e anche questi repubblicani che si davano per battuti, hanno capito che la vera scelta per il prossimo presidente è diventata tra lei, la signora bianca venuta dal nulla e l’uomo nero, fra il ‟Palin Power” e l’”Obama Dream”, con John McCain nella parte dello sponsor. Ha, finora, vinto la scommessa della disperazione, ma non grazie alla propria esitante oratoria, ma grazie a quella donna con il mento ambizioso e le mandibole strette, disposto a perdere se stesso nel ‟glamour” della propria co-pilota, per non perdere le elezioni. Il suo manifesto, oltre la ormai insopportabile recitazione della prigionia, è stato quella figuretta di donna lanciata come un esorcismo contro Obama, in un sottile, o forse neppure tanto sottile, richiamo alla paura impronunciabile che ancora oggi le donne bianche provano incrociando sul marciapiede un uomo di colore. Ha vinto, almeno fino a quando l’immaginetta spumeggiante di zanna bianca, o ‟pitbull col rossetto” come preferisce chiamarsi lei, non verrà sottoposta a quell’esame diretto di domande e di confronti nei quali non basterà ostentare l’innocente e dolce neonato Down che è stato usato sfacciatamente come ‟prop”, come attrezzo di scena. Il senatore, e chi gli fa la campagna, hanno capito che il motore di questa stagione elettorale post Bush sin dalle primarie nello Iowa nove mesi or sono, era la voglia di novità, la febbre di cambiamento che ha afferrato tutta l’America, che ha contagiato entrambi i due grandi partiti e che lui, pur con tutto il medagliere, le cicatrici, le bastonate dei carcerieri, non poteva incarnare, soprattutto nei confronti di quegli elettori confessionali che lo hanno sempre guardato come un renitente e tiepido soldato di Cristo. E se il cambiamento non poteva avere grande sostanza politica per un partito che da 8 anni fa l’esatto contrario di quel che aveva promesso, essendo lo spettro di Bush sempre aleggiante sopra McCain, gonfiando a dismisura il potere federale sull’onda della guerra e della paura, e non potrà cambiare nulla se non riportare indietro di 40 anni la Corte Suprema con giudici codini e sanfedisti alla Antonin Scalia, doveva almeno essere segnalato in facce nuove. John McCain, dato per probabile se non sicuro sconfitto nella stagione che anela (o crede di anelare) a novità e cambiamenti, non aveva nessuna proposta politica o di governo nuova che non fosse prolungare quei tagli alle tasse che Bush aveva voluto e ai quali proprio lui, McCain, si era opposto in Senato. Si è allora abilmente nascosto dietro la gonna della hockey mom, della mamma con le lame sotto le suole, il prodotto dalla femminilità più rassicurante e conservatrice, quella delle mamme bianche dei sobborghi nel sobborgo più estremo e bianco d’America, l’Alaska, dove i residenti con la carnagione di Obama sono un insignificante 4%. Per dire agli elettori, dietro tutti gli slogan e le rimasticature patriottarde: non saremo perfetti, io e la mia badante, ma almeno non siamo neri.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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