Vittorio Zucconi: Presidenziali USA. E Obama vola sulle ali del crac

Per chi sta suonando la campana di Wall Street? Per l' agitato e scomposto McCain che sta scivolando nei sondaggi? Per l' impassibile e fin troppo distaccato Obama che fa melina per difendere il vantaggio? Si è scatenato, nella Washington devastata e umiliata dalla prova di irresponsabilità offerta dal Parlamento ammutinato contro Bush, il «blame game», il gioco del torto, quel triste e universale spettacolo che la politica sempre offre quando cerca di lasciare il cerino acceso dai propri errori nelle mani dell' avversario. Ma la sbornia ideologica e provinciale sembra passata. Nel mal di testa del giorno dopo, la prospettiva di una legge approvata domani è concreta e infatti Wall Street ha preso un brodo e tutti si preparano al «Sarah show», preziosa distrazione. Mancano 24 ore al dibattito televisivo più golosamente atteso dal pubblico, l' incontro fra la preoccupante governatrice dell' Alaska Sarah Palin e il garrulo gaffeur che Obama ha scelto come compagno di corsa, il senatore Joe Biden. Mentre George Bush lancia dalla Casa Bianca il suo ormai consueto appello mattutino che nessuno ascolta, le due crisi parallele di questo ottobre nero si intrecciano e si alimentano a vicenda. McCain, dopo la sciarada grottesca della «campagna sospesa» e poi ripresa, dei dibattito rifiutato e poi accettato, ha visto la propria immagine di stagionato e affidabile statista incrinarsi e alzarsi lo spettro della sua celebre impulsività stizzosa. Obama sta toccando, e in alcuni polls attraversando, la soglia fatale del 50% nei sondaggi. Come ha detto Howard Fineman di Newsweek, «ci si domanda se oggi saremmo ancora vivi, se McCain fosse stato presidente durante la crisi dei missili nel 1962». Oggi, nelle ore successive all' ammutinamento in massa dei repubblicani contro Bush, e di molti democratici contro la loro presidente della Camera, Nancy Pelosi, la linea che entrambi i candidati sembrano avere adottato è quella dell' unità nazionale, della bipartisanship, invitando i parlamentari dei due partiti a trovare quei 20, 25 voti bicolori necessari per lanciare questa ciambella da 700 miliardi alle banche e alla Borsa, già domani, giovedì, quando il Congresso tornerà a riunirsi dopo i due giorni di vacanza per onorare il capodanno ebraico, il Rosh Hashanà. Una festa religiosa che ha avuto il merito di spegnere le luci sulla incandescente collina del Campidoglio e di dare a tutti il tempo per inghiottire la retorica ideologica e rendersi conto di quello che hanno fatto lunedì, scavando a Wall Street un cratere da mille miliardi di dollari perduti, dunque una cifra enormemente superiore ai quei 700 miliardi potenziali stanziati dalle legge di salvataggio. Sia McCain che Obama ieri hanno invocato ragionevolezza, rapidità e buon senso di fronte a questo 11 settembre finanziario destinato a portare la disoccupazione oltre il 7 per cento, dal 4 per cento dove l' aveva trovata Bush nel 2001. Nessuno dei due vuole ereditare in gennaio un' America in rovine, con aziende costrette a licenziare o chiudere per la mancanza di quei crediti con i quali sempre funzionano gli impianti, si pagano le retribuzioni e si lubrifica il commercio minuto come quello all' ingrosso. Proprio per sottolineare questa mesta e ritrovata sobrietà, e l' effetto che la irresponsabilità ideologica avrebbe sulla vita dei singoli cittadini, ieri McCain ha fatto la sua orazione bipartisan davanti a una muraglia di scaffali desolatamente vuoti, una scenografia spoglia e volutamente simbolica. I disastri economici votano invariabilmente contro il partito al potere del quale, nonostante le piroette, McCain resta l' alfiere ufficiale, portandosi sulle spalle la croce degli otto anni di Bush, e per questo la Palin contro Biden, nel solo dibattito al quale la signora sarà esposta, sarà una delle poche occasioni residue per «cambiare discorso», per spostare l' attenzione. Ma la reginetta dei ghiacciai alla quale McCain aveva affidato il compito di rassodare l' ala destra del partito e di smuovere l' entusiasmo delle elettrici è stata spietatamente esposta, dalla satira televisiva e dalle sue balbettanti interviste. È in crollo di popolarità (meno 16 punti dal suo picco quando era una milite ignota) e si è trasformata da badante di McCain a una sovergliata speciale, che alcuni commentatori di destra ormai giudicano una zavorra da scaricare. Il dibattito sarà l' ultima chance offerta alla Palin per uscire da quella immagine di macchietta che la sua ovvia impreparazione le ha cucito addosso e che lei ha incoraggiato con frasi ormai celebri quali: «Dono esperta di politica estera perché dalla mia casa si vede la Russia». Il che non è neppure vero. Vale dunque per lei lo stesso argomento che ora vale per la legge salvataggio: qualunque provvedimento, anche ridotto nella cifra globale, sarà meglio del vuoto. E qualunque cosa dirà la Palin potrà sembrare un trionfo, viste le attese ridotte al minimo. «Tutto quello che lei dovrà fare per vincere il dibatitto è restare viva alla fine», ha commentato acida Gail Collins, opinionista del New York Times e naturalmente donna, perché nella gabbia della political correctness soltanto una donna può sbranare una donna.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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