Vittorio Zucconi: Presidenziali USA. Finisce l’era Bush. George, il tragico destino di un uomo svogliato nel mondo che esplode

Fu alle ore 9.05 dell’11 settembre 2001 che la presidenza, la vita, il futuro di un uomo fortunato di 55 anni chiamato George Walker Bush furono inchiodate alla realtà, come una farfalla a uno spillo. Fu nello smarrimento dei suoi occhi, nel panico che le parole mormorate dal capo di gabinetto della Casa Bianca Andy Card («Presidente, hanno colpito anche la seconda Torre, l’America è sotto attacco») mentre leggeva il libro La mia cara capretta a una classe elementare in Florida, disegnarono sul suo volto, che Bush fu condannato a diventare Bush per sempre. Ora che mancano al suo addio soltanto 80 dei tremila giorni che l’America gli aveva concesso per governarla, il giudizio sull’uomo e sul presidente è inquinato dal fango della campagna elettorale e dai rottami di un’economia che lui non ha demolito da solo, ma che gli è sprofondata sotto i piedi. Oltre i disastrosi indici di impopolarità, il fortunato rampollo di buona famiglia che la stessa mamma Barbarona considerava da piccolo «un affettuoso buono a nulla» e una «pecora nera», rimane, per i detrattori come per i supporter, un enigma avvolto in un mistero. Non ci possono essere dubbi, per noi contemporanei, che il bilancio, come vuole l’espressione burocratica, sia tragicamente in passivo. Come ha detto un osservatore poco obiettivo ma lucido, come Barack Obama: «Bush ci lascia il più grande debito pubblico della storia americana senza averci dato nulla in cambio» e questo è un fatto. Ma qui la litania dei fallimenti diventa scontata. Le due guerre d’oltremare non vinte dopo otto anni in Afghanistan, come sono lapalissianamente tutte le guerre che continuano e dalle quali i vincitori non possono ritirarsi. L’economia a pezzi che lui lascerà al malcapitato successore. L’infrastruttura nazionale, strade, rete elettrica, ferrovie, gasdotti e oleodotti che si è degradata in otto anni mentre la Nuova Asia e persino la "Vecchia Europa" continuavano ad ammodernarsi. La Russia burbanzosa e autocratica di Putin. New Orleans rimasta quella che Katrina lasciò e la chiazza di Guantanamo, delle torture, di Abu Ghraib, che sarà così difficile da lavare. Ma anche il più puntiglioso elenco di errori e di ragioni false per fare una cosa giusta, rimuovere Saddam Hussein, dicono ancora poco su di lui, sull’enigma Bush, sulla personalità che spiega il fallimento della sua presidenza. La tragedia di quest’uomo senza sfumature sta nel suo essere una creatura in bianco e nero chiamata a muoversi in un mondo di ombre. «Bin Laden preso vivo o morto», che otto anni dopo non è né morto né preso. E qui dobbiamo tornare all’attimo spaventoso nel quale questo cinquantenne che aveva creduto di passeggiare pigramente attraverso la Presidenza come aveva passeggiato, sempre tenuto per la manina da "Poppy", il paparino, attraverso la vita e si scoprì in caduta libera in un abisso che nessun presidente americano aveva mai dovuto vivere. Nelle vicende degli Stati Uniti, altri uomini mediocri erano stati confrontati da eventi spaventosi, uscendo travolti o esaltati, perché così vuole la democrazia, che non elegge condottieri, ma persone qualsiasi. Nessuno aveva immaginato che Abramo Lincoln avrebbe cambiato la nazione; che Truman, scelto dal cinico Roosevelt per la sua pochezza, sarebbe emerso come il costruttore del sistema di sicurezza euro-americano. O che Kennedy, lazzaroncello figlio di papà anche lui, avrebbe stroncato le ambizioni sovietiche e preparato il crollo dell’avversario. Ma nessuno di loro, si era mai trovato sul cumulo di rovine fumanti di Manhattan, solo, senza Poppy, senza Mommy, con un megafono in mano, davanti a una nazione straziata che gli offriva tutta sé stessa. Pronta, al 95%, a seguirlo ovunque. Ubriaco di angoscia, di attese, di emozioni. Un altro uomo, capace di vedere e non di temere le ombre del mondo, («non mi ossessionate con la vostre sfumature, non sono tipo da sfumature» sbottava) avrebbe visto l’occasione e la trappola che quella tragedia gli apriva. Non Bush, che trovò nel circolo dei suoi pessimi consiglieri, come il vice Cheney e il ministro Rumsfeld, e nelle teorie allucinate di un gruppo di estremisti con radici addirittura in quel trotzskismo che aveva terrorizzato persino Stalin, i neo-con, quello che la sua natura e il suo istinto gli suggerivano: una soluzione semplice, comprensibile, elementare, diretta. In bianco e nero. La guerra insieme missionaria e vendicatrice. La strada maestra per risolvere in un colpo solo 60 anni di conflitti arabo israeliani, decapitare il terrorismo, democratizzare il mondo e garantire la sicurezza della nazione. Male e Bene, luce contro buio, «mission from God» in stile Blues Brothers, fu irresistibile per George W Bush. Si disse che era un po’stupido, profondamente incolto nonostante lauree prese più per il nome di famiglia che per i voti, citando i suoi famosi "bushismi", il mitico «i nostri figli a scuola stanno imparando davvero?», il leggendario «il guaio delle importazioni è che arrivano dall’estero», la sua ostinazione nello storpiare nomi stranieri o semplici parole inglesi per sembrare uno di noi somari. Ma Bush non è stupido, anche se fa ogni sforzo per sembrarlo. È pigro mentalmente, è vittima della propria accidia e svogliatezza che nei momenti chiave lo hanno sempre portato a scegliere l’uscita facile rispetto alla via difficile, a leggere il Bignamino delle dottrine precotte piuttosto che il testo integrale e complesso della realtà. E’altamente paradossale che un presidente vissuto nel culto della semplicità spinta al semplicismo, lasci uno dei gomitoli strategici, bellici, economici, diplomatici, finanziari, più aggrovigliati della storia americana, in casa e fuori. Può darsi che nessun essere umano avrebbe potuto fare meglio del Peter Pan texano abbattuto dall’orrore mentre leggeva la Mia Capretta, alle 9 di un mattino di settembre. Ma pochi avrebbero saputo fare di peggio.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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