Vittorio Zucconi: Presidenziali USA. L’altra strada dell’America

L’angoscia che da giorni viviamo al risveglio e che ci manda a letto con l’incubo di alzarci senza futuro, senza casa e senza risparmi, non è la fine del mondo. E’al contrario il travaglio per partorirne uno nuovo e che questa sera, nel penultimo scontro fra il passato e il futuro, vedremo interpretato da McCain e Obama, ormai separati da un sensibile margine dei sondaggi a favore di Obama, stabile oltre il fatidico 50% dei favori. L’America ha creato il «meltdown» politico e finanziario globale. L’America deve risolverlo, sbarazzandosi di chi l’ha reso possibile e indicandoci una strada nuova. Nessuna flebo di analgesico, neppure quella da 850 miliardi di dollari complessivi, potranno cambiare il fatto che questo travaglio non si concluderà fino a quando la nazione avrà partorito la nuova classe dirigente che ci dovrà guidare attraverso la recessione globale che la incompetenza strategica, economica e finanziaria dell’America morta del fondamentalismo liberista e neoconservatore hanno prodotto. Ormai è l’economia, non più la sola finanza come si era cercato di spacciare anche in Europa, la partoriente in travaglio. «Ci vorrà tempo» ha detto ieri sera Bush. Ci vorrà soprattutto una leadership diversa. Se tutte le campagne elettorali sono ormai esercizi per incantare i serpenti, agitando stracci o utilizzando attacchi personali comi quelle che la strana coppia McCain-Palin ha deciso di scatenare per bloccare l’ascesa di Barack Obama nei sondaggi (53 contro 45, secondo Cnn ieri), vi sono momenti nei quali neppure il più abile degli illusionisti riesce a nascondere i trucchi. Le ricerche demografiche sono eloequenti: peggio va l’economia, più cresce Obama, perchè McCain è visto come la continuazione del fallimento Bush. Non c’è esercizio di «persuasione occulta» che possa distogliere gli occhi dai fatti: l’indice delle Borse americane, cioè il valore delle aziende quotate, è tornato al livello della fine 1999, dunque a nove anni or sono. I 75 milioni di americani che hanno risparmi, investimenti, pensioni, a Wall Street hanno perduto in media il 30% dei loro soldi soltanto dall’inizio di questo 2008, in dieci mesi. Una perdita alla quale di deve aggiungere quel 15 o 20% di valore perduto dal principale investimento di ogni elettori di classe media: la propria casa. Un "uno-due" micidiale, che colpisce coloro che meno potrebbero reggerlo, quei consumatori che hanno aperto linee di credito sul valore teorico delle proprie abitazione per alimentari i consumi, dalle automobili alle borsette, e che ora sprofondano in debiti che non sono più coperti, né dal gruzzolo in Borsa, né dal valore reale della propria casa, dunque riducono i consumi. Il punto dove finanzia ed economia, in una società a credito come quella americana, dominata per il 75% dai consumi privati, s’incontrano e si alimentano. Di fronte a questa congiunzione viziosa fra credito e consumi, fra finanza ed economia, il sentimento che si diffonde è che sia finita un’epoca e un’altra debba cominciare, quella di un capitalismo responsabile, governato da adulti responsabili, non da vecchi collerici ed «erratici», come dice un efficace spot dei democratici, che fino a un mese addietro annunciavano la «solidità fondamentale dell’economia» e invocavano, come terapia per la sregolatezza, ancora più sregolatezza, più benzina per spegnere le fiamme. Talmente sensazionale è il fallimento della cultura della destra repubblicana e del mito della riduzione fiscale come toccasana espandendo a dismisura le spese pubbliche anche con follie militari dissanguanti, e così stravagante la campagna elettorale di McCain e della sua valletta, la vaporosa Palin, che persino l’handicap centrale e potezialmente letale di Barack Obama comincia letteralmente a impallidire. La sua "negritudine", la sua visibile diversità radicale dalle 43 presidenze che hanno regnato nei secoli americani, diventa, da freno, un acceleratore di consensi, presso un elettorato che ormai ha chiaro soltanto un obbiettivo: cambiare e finalmente partorire il bambino di una nuova epoca. Si deve tornare al 1932, all’anno in cui Herbert Hoover, inchiodato dalla sua famosa frase «la prosperità è dietro l’angolo» fu travolto da Franklyn Delano Roosevelt per ritrovare quel clima di ansietà, quel desiderio di cambiare rotta dopo otto anni di George «Manteniamo la rotta» Bush che persino il candidato repubblicano, McCain, ha dovuto farlo suo, dipingendosi come un «maverick», un cavallo sciolto, e come alfiere del «cambiamento giusto». Ma nel suo saltabeccare, nella sua associazione con personaggi quali il senatore Phil Gramm, suo consigliere economico principale e autore di un commento offensivo («l’America è diventata una nazione di lagnoni») la sua credibilità si è andata sgretolando. Il dibattito di questa sera, penultimo dei tre fra candidati alla presidenza, è l’occasione finale, prima che le scelte elettorali si solidifichino, per dimostrare quella «gravitas» presidenziale che il collasso dell’economia richiede. La «middle class» americana, non vuol sapere se in Iraq i 150 mila soldati ancora inchiodati al fronte stiano vincendo, perdendo o pareggiando, se Obama abbia avuto rapporti (già ben noti) con radicali di sinistra degli anni '60, quando lui era un neonato, e se il nuovo presidente si chiuderà in quelle sagrestie «valoriali» e bigotte nella quali i registi di Bush lo nascondevano per attirare la destra più arcigna e intollerante. E’di nuovo «the economy, stupid» a far vincere le elezioni, come Clinton si doveva ripetere. Obama deve soltanto essere credibile, serio, professionale (sì, la politica è una professione che come tutte le professioni va esercitata bene). Deve far capire che con lui torneranno alla Casa Bianca gli adulti, non i fanatici o i dilettanti o gli amici di famiglia che hanno infestato l’amministrazione Bush e ora circondano, con tanti saluti al «cambiamento» propria la squadra di McCain, ma gli amministratori che seppere costruire, sopra il senso di respoabilità del vecchio Bush che sistemò il bilancio sfasciato da Reagan a costo di perdere le elezioni, il boom clintoniano degli anni '90. I cento milioni di famiglie americana che stanno soffrendo nel travaglio sembrano pronte, nel panico, a sottoscrivere il famoso motto di Deng Xiaoping: «Alla fine non importa che il gatto sia bianco e nero, ma che sappia prendere il topo».
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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