Vittorio Zucconi: Presidenziali USA. Ora il sogno è possibile

Ora che l’inimmaginabile è divenuto il probabile, e l’ipotesi di una presidenza Obama comincia a solidificarsi in previsioni di voto che neppure i dibattiti riescono a invertire, l’enormità di quello che l’America potrebbe produrre il 4 novembre va registrata in tutta la sua dimensione storica. Un uomo nero al timone della nazione cardine dell’occidente bianco. In una fase di violenta involuzione razzista planetaria che la recessione mondiale non aiuterà a lenire, in un momento di velenoso ritorno delle ideologie degli odi manifestata nelle opposte chiamate a quelle guerre di civiltà che nei più deboli di mente si esprimono con le sprangate, gli Stati Uniti si collocano in assoluta controtendenza rispetto al mondo. Propongono a un’umanità ipnotizzata da ciniche sirene "identitarie" e da mitologie neotribali, la possibilità concreta di un presidente con sangue bianco e nero, con padre naturale, africano, madre bianca, patrigno musulmano, cresciuto alla fine da una madre "single" una persona che è la fotografia del mondo come è e non come i predicatori del buon tempo antico vorrebbro. Propongono un magnifico "scandalo" storico che sarebbe semplicemente la manifestazione della avvenuta rivoluzione etnica in una nazione che ha sempre più il volto del mondo. In questo senso, anche il secondo e penultimo incontro fra il settuagenario campione di un’America nata quando il mondo era governato da Roosevelt, Stalin, Hitler e Mussolini (1936) e il quarantasettenne afro-americano nato durante il primo anno di presidenza di John F. Kennedy (1961), è stato esemplare. Ha offerto una rappresentazione coerente dello shock che comprensibilmente molti avvertono di fronte all’enormità di un "negro", di un "meticcio", di un "mezzosangue", di uno chiamato "Hussein", al timone della nazione cardine dell’Occidente. Primo magistrato di un Paese nel quale ancora una generazione fa - non uno o due secoli or sono - il matrimonio fra persone di diverso colore e razza era un reato in 11 stati dell’Unione, punibile con il carcere. Le risposte riscaldate al microonde che i due hanno offerto, con nettissima supremazia di Obama su McCain in materia di economia, che è oggi l’alfa e l’omega delle preoccupazioni di noi tutti, non sono riuscite a nascondere lo sbigottito disprezzo che il troppo vecchio prova per il troppo giovane, quell’usurpatore che osa sfidare 230 anni di controllo anglo del potere. Hanno espresso quella paura del salto nell’ignoto che è l’ultima arma ancora a disposizione dei repubblicani e della valletta che il vecchio ha avventatamente scelto, così rivelando la propria vulnerabilità, con criteri da Miss Cotonella, non da possibile presidente degli Stati Uniti. Il McCain che per i 90 minuti del primo match aveva rifiutato di guardare anche una sola volta l’avversario, come fosse una nullità da ignorare, è diventato la caricatura classica del bisbetico vegliardo da giardini pubblici che si rivolge all’impertinente ragazzino che gioca al pallone chiamandolo "quello lì", "that one", come neppure ci si rivolgerebbe al garzone del barbiere. Ma "quello lì", nella sua imperturbabile e persino irritante compostezza, a ogni stoccata di McCain acquistava un’altra tessera nel mosaico della immagine presidenziale che i candidati al massimo ufficio devono proiettare a un pubblico che, prima di leggere programmi scritti sulla sabbia («noi sappiamo di non sapere che cosa ci attende» ha detto Obama in una delle sue frasi più efficaci e oneste), deve vedere, fisicamente vedere, quell’uomo o quella donna seduti alla scrivania dello Studio Ovale. Gli attacchi personali raggiungono sempre un punto di ritorno calante, nei quali essi danneggiano chi li lancia, più di chi li riceve. E questo è il paradosso nel quale la coppia Palin-McCain ora si dibatte: deve accentuare le aggressioni personali a Obama, alludendo (senza esplicitarla) alla sua spaventevole "diversità", ma sapendo che la politica in negativo, il "non votate per lui", può essere un boomerang micidiale, come anche l’Italia ha sperimentato. A 26 giorni dal voto, potrebbe essere stato raggiunto quello che il sociologo americano Malcolm Gladwell chiamò, in un suo libro di grande successo, il "tipping point", il punto nel quale, senza ragioni chiare, la spinta inerziale delle cose non è più invertibile e si capisce che una squadra vincerà la partita, un prodotto conquisterà il mercato, un pugile sta domando il rivale. La "base repubblicana", la coalizione di colletti blu negli stati industriali massacrati dalla delocalizzazione, di cristiani fondamentalisti negli stati del sud aggrappati ai "valori", di America rurale che si sente eternamente esclusa e dileggiata dalle "elite" urbane e dissolute, si sta disintegrando sotto l’urto di un maremoto economico che colpisce devoti e infedeli, scapoli e ammogliati, sodomiti e madri di famiglia e che ha il volto di George Bush e del partito che da otto anni governa, sei dei quali con la maggioranza anche in Parlamento. Promettere di ridurre le tasse, classico refrain repubblicano, a chi non ha lavoro o sa di essere sul punto di perderlo, a chi ha visto la pensione e il proprio "tesoretto" privati sfumare nel vento, è come promettere uno sconto sulla benzina a chi non ha più l’automobile Per invertire il "momentum", la spinta inerziale McCain, e la sua graziosa valletta sguinzagliata all’attacco, dovranno fare molto più che strizzare l’occhiolino alla propria base che si sta restringendo. O proporre altre colossali spese pubbliche, come ha fatto il senatore, per assorbire con danaro dei contribuenti i mutui in sofferenza. Un intervento che, oltre ad aggiungere 300 miliardi di dollari all’Himalaya di debiti che il malcapitato successore di Bush erediterà, sicuramente indisporrebbe la maggioranza degli americani che invece pagano regolarmente i loro ratei e sarebbero puniti, come contribuenti, per essere stati ragionevoli e disciplinati nel proprio indebitamento. Non resta a loro che puntare sulla paura dell’ignoto, sul "chi è questo sconosciuto?", sul ripiegamento verso il diavolo bianco che conosci piuttosto che sul diavolo nero che non conosci, sull’usato sicuro. La buona notizia per questa strana coppia del vecchio e della reginetta è che mancano 26 giorni, e un giorno vale un millennio alla vigilia delle elezioni. La cattiva notizia è che in uno stato chiave come l’Ohio, la terra delle acciaierie fredde e della disoccupazione galoppante, si vota già da quattro giorni e 500 mila elettori sono già andati alle urne, grazie alla bizzarra legge che consente il voto anticipato. Ci sono andati proprio mentre cominciava la "surge", la montata della popolarità di Obama e del terrore finanziario. E nessun candidato repubblicano nell’età moderna ha mai vinto la Casa Bianca senza vincere l’Ohio.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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