Vittorio Zucconi: Presidenziali USA. Un seduttore di folle. La parola è il suo segreto

Era gennaio, la strada ancora lunga. In una palestra del North Carolina, ascoltai la Voce intonare il salmo: "Questa sera una luce scenderà dall’alto per illuminarvi, conoscerete un’epifania e voi vi scoprirete a dire: "Devo votare per Obama"". La sua bocca si stirò in un sorriso autoironico, ma la folla non rise. Due giorni dopo, i convertiti ascoltarono la Voce, andarono in processione a votare come mai si era visto votare in un’elezione primaria e segnarono la strada che avrebbe portato Barack Hussein Obama fino alla soglia della Casa Bianca. Ancora una volta, in principio fu il verbo. E il soggetto, e il complemento, e il predicato. Fu quella semantica dell’obamismo che potrebbe avere convinto una nazione a eleggere il primo presidente non bianco in 220 anni di storia. Fu il "discorso della luce", quella sera del 26 gennaio 2008, ad appiccicargli addosso l’etichetta del novello "messia" e a portare al centro dell’attenzione dell’America l’eloquenza, la tecnica oratoria, i tic, la dizione che fanno del candidato democratico alla Presidenza il più formidabile oratore dai tempi del grande comunicatore Ronald Reagan. Sondaggisti, opinionisti e politologi discutono di fattori economici, di importanza della razza, di errori strategici e di tesori elettorali ma il segreto di questo quarantasettenne con le orecchie a sventola e la spalle magre da gruccia porta abiti, è la parola. Non c’era il vento di nessun uragano finanziario sull’America di fine 2007, quando lui annunciò la pazza idea di sfidare la macchina da guerra clintoniana e strappare la candidatura democratica. C’erano soltanto lui e la sua voce, con quella «silver tongue», quella lingua d’argento che faceva sembrare scintillanti e preziose anche le frase del più banale politichese. Nessuno sapeva leggere come lui i discorsi preconfezionati e passati sul teleprompter, il pappagallo elettronico davanti al podio. «Change» ripeteva, nelle vocali piatte del Midwest assorbite crescendo a Chicago, è ora di cambiare. E finiva ogni frase con un rapido gesto della mano stretta a pugno, con l’indice e il pollice chiusi a «O», sapendo che ogni altro verbo, predicato, complemento, doveva essere soltanto la preparazione alla parola finale: «Change». Io sono colui che cambierà. La semantica dell’obamismo è nella convergenza fra la parola e la persona, che raccontano a vicenda, anche in silenzio, la parabola vivente del cambiamento. Dalle chiese battiste che aveva frequentato, aveva imparato la tecnica dell’iterazione, dell’allitterazione, del gioco di parole che suona ritmico e rimato, e del «sing song», quella modulazione fra toni alti e toni bassi della voce usati per calmare ed eccitare, "largo", "adagio" e poi il finale dell’"andante con moto". Ma, sempre attento a non cadere nell’inflessione sudista dei predicatori neri per non sembrare mai "troppo nero" (mai dire «po-ooolice» come nel Sud, ma seccamente «po-lice»), Obama ci aveva innestato la formazione dell’avvocato, cresciuto nelle aule puritane e ferocemente competitive del New England, a Boston. Per questo, a rischio di apparire - insinuazione orribile nell’America rustica di "Joe lo Stagnino" e "Anna prendi il fucile" - intellettuale, anziché lasciarsi ubriacare dalla propria oratoria, come accadeva ad altri politicanti di colore, Obama sa tenere a freno gli spiriti animali dell’esaltazione. Sa portare l’audience al punto di ebollizione senza mai lasciar traboccare il latte. Quando, pochi giorni or sono, una folla cominciò a gridare «buuuuu» alla menzione di McCain e della Palin, il messia divenuto direttore d’orchestra nella seconda fase del suo peregrinare verso il potere, alzò la mano per calmare le acque: «No, no, non ci servono i buuuu, ci servono i voti», e il lago di Tiberiade si tacque. Irritava, all’inizio, quel suo vezzo di parlare un po’rap, pieno di sincopati e di balbuzie apparenti, che sembrano lasciare un frase appesa a mezz’aria, «credo che... noi dovremmo prima di... tutto pensare a... la condizione della classe... media americana», un tic nel quale indulge soltanto quando deve parlare a braccio. Ma se ai fan e agli adoratori viene voglia di lanciargli contro un martello per farlo parlare, la sua è la doppia prudenza dell’avvocato, che non vuol dire cose delle quali poi dovrà pentirsi in appello, e dell’uomo di colore, che preferisce il rischio di apparire cerebrale allo stereotipo micidiale del "negro" da vaudeville sui battelli a pale, ciarliero e garrulo. Una retorica a schiuma frenata, un’oratoria che non aggredisce ma che costringe ad ascoltare, secondo il vecchio assioma, sconosciuto nei talk show italiani, che insegna a parlare a bassa voce se vuoi essere davvero ascoltato. Il suo «discourse marker», come i linguisti definiscono quelle parolette senza senso infilate nel discorso - beh..., ma..., dunque..., per così dire..., in qualche modo..., mi consenta..., insomma... - è un perentorio, quasi paterno «look», guardate. Mentre il suo avversario si aggrappa a un «my friends», amici miei, che sembra più una preghiera che un attestato, Barack Obama è l’adulto che richiama il bambino distratto: «Guarda, tieni gli occhi sul quaderno, concentrati». Quando non sa che cosa rispondere attacca con «look», mentre lo sguardo si abbassa e sembra volgersi all’interno, nella ricerca del verbo giusto. L’obamaspeak, come avrebbe detto Orwell, l’"obamese" è un lingua abbastanza raffinata per piacere agli snob, ma abbastanza snob per non sembrare tale. L’uso delle cifre, notoriamente disastrose nei discorsi pubblici dove i numeri stordiscono e annoiano, è parsimonioso e per questo efficace. Tenete a mente due numeri soltanto: «Taglierò le tasse a tutti coloro che hanno un reddito inferiore ai 250mila dollari l’anno» (rapido conto dell’ascoltatore che non ha 250mila dollari) e «McCain ha votato per Bush il 90 per cento delle volte». Ergo, è soltanto una brutta - se fosse possibile - copia del detestato presidente. Obama possiede una prodigiosa capacità di imparare: dagli altri, il che è facile, ma soprattutto dai propri errori, che è difficile. Nella sua prima fase, quella messianica, si concesse una battuta paternalistica e condiscendente verso la sua avversaria Hillary, «sei abbastanza brava per entrare nel mio governo», provocando l’inviperita reazione della suscettibilità femminile che lo trombò alla prima occasione elettorale. E dunque mai, una sola volta, si è permesso di mancare di rispetto al venerabile residuato di guerra che gli sta di fronte adesso. «Sono assolutamente d’accordo con il senatore McCain», ripeté otto volte nel primo dibattito. E non c’è espediente dialettico più carogna che dirsi d’accordo con il tuo avversario, il quale non può obbiettare, senza smentire se stesso. Mai mostrarsi "superiore", ma neppure cadere nella complicità da taverna, tanto cara a Bush. Ostentare il proprio «judgement», la capacità di giudizio, che piace anche alle mamme che raccomandano ai figli, invano: «Fa’giudizio». «Responsabilità individuale», formula per rinnegare l’ideologia e lo stereotipo afro dello Stato mamma. «Classe media», la categoria sociale dove si vincono e si perdono le elezioni. «Negoziati e non guerra», ma non «pacifismo», per non sembrare un softie, un mollaccione. E poi «cambiare, cambiare, cambiare», come la gente dice di volere, per essere, come tutti i grandi oratori, non colui che insegna la musica ai coristi, ma il diapason che vibra della nota che dalla folla proviene. Disse: «Noi siamo coloro che abbiamo atteso», e fu sfottuto molto. E chi sei, il Dio della Bibbia, il Roveto ardente, Jahvè, l’inviato del Signore?, sogghignarono. Oggi non ridono più. Ascoltano il verbo.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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