Quando, nel novembre del 1957, dopo travagliate vicende, la Feltrinelli pubblicò Il dottor ŽZivago nella traduzione storica di Pietro Zveteremich, Boris Pasternak scrisse a un’amica: ‟Per un cieco gioco del caso il mio sogno si è realizzato, per quanto io forzosamente lo ostacolassi”. Queste parole contraddittorie testimoniano l’atteggiamento e lo stato d’animo dell’autore nei confronti della propria opera: da un lato l’urgenza della scrittura, l’esigenza pressante di mettere sulla carta l’analisi puntuale e sofferta di un cambiamento epocale, nel quale però si muovono mille microcosmi personali, i percorsi individuali dei personaggi che si intrecciano e si allontanano, e nel quale l’artista sempre e comunque si interroga sul senso e sulla funzione dell’arte; dall’altro, invece, la consapevolezza delle conseguenze che quella prima esigenza avrebbe avuto sulla propria vita e sulla vita delle persone care.
Fino al novembre del 1957 Pasternak era considerato fondamentalmente un poeta e un traduttore: sopravvissuto alla propria generazione, sterminata da suicidi, morti violente, stenti, aveva sviluppato appieno il proprio percorso poetico cominciato nel 1913 con Il gemello tra le nuvole e continuato con Al di sopra delle barriere (1916), Mia sorella la vita (1922), i poemi L’anno Novecentocinque e Il luogotenente Schmidt (1925) e così via, fino alle poesie che compongono l’ultimo capitolo di Živago. L’esperienza della grande traduzione l’aveva invece tenuto in un contatto profondo con le radici della cultura europea: due nomi, soprattutto, ci fanno capire l’importanza di questa attività di Pasternak – Shakespeare (da Amleto a Romeo e Giulietta, da Otello a Macbeth) e Goethe (Faust). E, in quegli stessi anni, il poeta aveva portato avanti nel tempo anche l’attività di scrittore, dapprima come corollario all’opera in versi, ma in seguito con un peso sempre più importante e fondamentale, fino a trovare un equilibrio ideale proprio nell’ultima opera.
Dopo il novembre del 1957, Pasternak venne espulso dall’Unione degli Scrittori, subì una violenta campagna denigratoria, rischiò di essere privato della cittadinanza sovietica e di essere quindi espulso dal suo paese: parallelamente si sviluppò l’odissea del testo russo del suo romanzo, che dopo una prima edizione pirata in Olanda, fu pubblicato da Feltrinelli, quindi rivisto e migliorato nel 1978, mentre il testo definitivo apparve sul ‟Novyj Mir” nel 1988 e, in volume, nel 1991. Anche la traduzione italiana, nel frattempo, era passata attraverso complesse vicissitudini e revisioni, operate da Maria Olsufieva, Mario Socrate e da Zveteremich stesso.
Da quella prima edizione sono oggi passati cinquant’anni: come per tutti i grandi classici, si è ritenuto doveroso offrire al lettore una nuova traduzione che riproponesse il romanzo recuperandone un aspetto che nel corso delle varie revisioni era passato in secondo piano, ovvero l’attenta riflessione condotta da Pasternak sull’evoluzione della lingua russa dal livello alto della grande letteratura di fine Ottocento alla lingua delle sigle e degli acronimi della rivoluzione, alla lingua imbarbarita di un popolo passato attraverso gli orrori del terrore staliniano e della guerra.

Il DVD
In un raro documento dagli archivi RAI, Italo Calvino, Ignazio Silone, Vasco Pratolini, Giangiacomo Feltrinelli, Angelo Maria Ripellino, Carlo Muscetta, Nicola Chiaromonte, Paolo Milano, Gianni Granzotto, discutono del ‟Caso Pasternak”. E’ il novembre 1958, da pochi giorni Pasternak ha ricevuto il Premio Nobel e, dopo averlo in un primo tempo accettato con gioia, è stato costretto a rifiutarlo dalle pressioni e dagli attacchi violentissimi della stampa ufficiale sovietica.
Bianco e nero e sapore di ‟guerra fredda” tra gli intellettuali della sinistra italiana.

Boris Pasternak

Boris Pasternak

Boris Pasternak, nato nel 1890, iniziò l’attività artistica nelle avanguardie, ma la sua opera resta saldamente legata alla grande stagione dell’Ottocento russo, e in particolare a Tolstoj, amico del padre pittore. Poeta, membro non allineato dell’intellighenzia, visse in disparte, in una colonia di scrittori a Peredelkino, nei pressi di Mosca, senza mai volersi accattivare la simpatia delle autorità sovietiche. Insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1958, non poté andare a ritirarlo, perché il ritorno in patria gli sarebbe stato precluso. Morì poco dopo, nel 1960. Feltrinelli ha pubblicato Il Dottor Živago (1957, in nuova traduzione nel 2007), l’Autobiografia (1958), con i nuovi versi, Disamore e altri racconti (1976), e Il soffio della vita. Corrispondenza con Evgenija (1921-1931) (2001).

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