Vittorio Zucconi: La cupola globale

Già verso le sette e mezzo di sera, la saletta riservata era piena di ceffi internazionali, anzi, multietnici, come dicono le persone molto istruite o molto spaventate. Uno alla volta, diligentemente spinti dai loro assistenti e accompagnatori, i campioni delle più pericolose popolazioni della terra erano tutti presenti, con quella loro aria strafottente di chi crede che tutto gli sia dovuto, C'erano tutti, proprio tutti, gli alfieri delle famiglie più pericolose e invadenti della terra. In un angolo, silenziosi e vicini come sempre, i due gemelli Chung, con quelle solite facce da cinesi impenetrabili, perché i cinesi, lo sanno tutti, sono così, imperscrutabili, altrimenti non avrebbero gli occhi a fessurina, ma belli rotondi come i nostri di europei e di americani, che invece siamo tanto trasparenti e onesti. Stravaccato poco distante, stava Trung il vietnamita, pure lui con gli occhietti a mandorla chiusi - il pericolo asiatico avanza - e la mano grinzosa stretta davanti alla bocca, come se avesse paura di lasciarsi scappare un suono o una parola di troppo. Sotto una lampada accesa da un inserviente premuroso, come se volesse farsi bello e crearsi un'aureola, c'era un coreano con una gran testa di capelli neri, come, si sa, hanno i coreani, e nella penombra un paio di "boss" indiani, i temutissimi Sendap fratello e sorella. Poiché quella riunione di ceffi avveniva in America, a San Francisco, non poteva mancare qualche personaggio locale, per rappresentare le famiglie Californiane, una Susan e un Herb, una Katherine e un Nicholas, poi russi, naturalmente russi. E la minaccia islamica? Eccola. Due arabi, o forse un iraniano e un arabo, non si capiva bene dai capelli e dagli occhi, ma non importa, perché erano probabilmente musulmani, questi musulmani che ormai si infilano dappertutto, invece di stare buoni a casa loro. Erano tutti regolarmente schedati dalle autorità, quei bei tipini con le facce tumefatte dalla fatica che avevano fatto per ritrovarsi in quella sala, eppure ci fu un momento di rispettoso silenzio, o almeno così parve a chi come me li guardava intimorito dalla parete di vetro rinforzato, quando arrivò il più temibile di tutti. Era un tipaccio grande e grosso con un berrettino sulle ventitré e dentro il sangue misto delle peggiori gangs di New York, mezzo irlandese e mezzo italiano, proprio il peggio del peggio, un tale che la scheda segnaletica indicava chiamarsi Tommaso Augusto Maher, già bastava il nome a dare i brividi. Un filosofo per tutte le stagioni? Un imperatore? Un altro cantore di ballate celtiche? Aiuto. La riunione cominciò, indisciplinata e rumorosa, tra grida scomposte e pugni agitati in aria, in un clima torrido, e inconcludente, da Nazioni Unite, nella saletta del California Pacific Medical Center di San Francisco, questa città di pazzi e di incoscienti che permettono a chiunque di venirci ad abitare, e addirittura di sposarsi e fare figli. Quali spaventosi piani, quali macchinazioni mostruose quella ventina di figuri stessero progettando, non sapremo mai, perché poco dopo le 8 di sera, ora della California, un coraggioso corpo di volontarie decise a portare, se non proprio la democrazia, almeno la pappa, fece irruzione nel covo e li portò via impacchettati come involtini, uno per uno. Pochi minuti più tardi, coreani e arabi, americani e indiani, russi e vietnamiti e anche i temuti gemelli cinesi erano tutti aggrappati al seno delle loro madri, tentando di imparare come si succhia il latte. Anche Tommaso, una volta appeso alla sua mamma, perse tutta la sua grinta. Non faceva più tanta paura mentre era lì a cercare di capire cosa demonio fare con quel coso davanti, se dovesse soffiare, succhiare, suonarlo come il campanello della porta, giocarci o semplicemente arrendersi e tornare a dormire. Sembrava soltanto un bamboccetto fragile fragile, come gli altri, soltanto molto più bello e grosso e intelligente di tutti gli altri, sia detto con la assoluta obbiettività clinica del nonno. Un altro che cominciava il suo viaggio in un casino di mondo dove nessuno vuol più stare fermo nella propria stalla, nella propria valle, nel proprio ovile, magari credendo, come gli altri stupidini, che il mondo sia tutto ospitale come una nursery di San Francisco. Forse ha ragione lui, Tommaso. Forse i summit e i consigli di guerra andrebbero tenuti dentro la nursery di un reparto di maternità, dove nessuno fa il bullo e tutti se la fanno addosso esattamente allo stesso modo. E a chi fa il catttivo, niente pannolino pulito. Caro presidente, illustre eccellenza, onorevole ministro, peggio per lei se l'ha fatta fuori dal vaso. Ora è nella cacchina e ci resta. E allora grazie per la lezione di scienze politiche, e buon viaggio, Tommaso Augusto da San Francisco, nome da santo, da profeta, da missionario e da neonato, figlio di un'italiana, di un irlandese e del mondo che ti sei trovato attorno senza averlo chiesto, verso le sette di sera. Che il tuo pannolino possa sempre essere fresco.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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