Umberto Galimberti: La tortura delle donne

Le ultime torture in Iraq hanno visto protagoniste anche delle donne, alcune delle quali dai lineamenti giovani e gentili, quasi fossero appena uscite dal liceo o dall'università. Che gli uomini siano capaci di torture sembra quasi ovvio, qualche interrogativo invece lo suscita la presenza femminile, perché la tradizione occidentale ci ha dato della donna un'immagine che confligge con le atrocità. Ma così non è. Affine alla natura, capace di creare e distruggere, la donna detiene quel potere assoluto che il re le ha invidiato, cercando in qualche modo di appropriarsene: il potere di vita e di morte. La donna infatti può generare così come può spegnere la vita prima della nascita. È un suo potere esclusivo, nessun maschio lo detiene. I maschi, liberi da impegni biologici, hanno creato quel teatro che è la storia, dove, nella rappresentazione, hanno cercato di conquistare quel potere che le donne conoscono per natura. Ma la rappresentazione non riesce con la stessa naturalezza. Il re condanna a morte, ma non esegue la condanna. Il suo potere, che ha la storia come luogo del suo esercizio, non ha familiarità con la natura, di cui il corpo è la prima espressione. Col corpo, invece, la donna si muove come nel suo elemento, lo genera, lo cura, lo controlla. Il corpo è il suo linguaggio, fatto di baci, carezze, percezioni subliminali, per cui, ad esempio, la donna intende il linguaggio corporeo degli infanti che accudisce a spese del suo stesso corpo. Corpo che si deforma nella gestazione, per ospitare nella sua carne un'altra carne che nella donna concresce, creando quella dualità dove un corpo, quello del feto, vive della materia del corpo della madre. Qui incomincia l'ambivalenza femminile, dove il dono di sé, che siamo soliti chiamare "amore", coincide anche con un sentimento di consumo di sé per formare la vita di un altro. E allora, accanto al sentimento, dichiarato, riconosciuto e anche enfatizzato, prende a radicarsi anche il risentimento che, nei casi estremi, approda all'abbandono del figlio appena nato, o a quel gioco ambivalente di vita e di morte che ha come suo linguaggio il cibo, come ben sanno tutte le anoressiche che, senza mediazioni razionali, rispondono al gioco dell'ambivalenza dei sentimenti della madre con il linguaggio corporeo che si chiama rifiuto del cibo e deperimento del corpo. Questa familiarità tra la donna e il corpo rende comprensibile perché, quando il sentimento diventa risentimento e fiancheggia le figure dell'odio, la donna non uccide, ma, come dicono quegli allampanati dei maschi che conoscono il corpo solo come corpo di fatica e corpo di piacere, la donna "tortura", logora, infligge quelle pene che, con un linguaggio ricavato dalle torture, siamo soliti chiamare "stillicidio". E l'accanimento non ha fine, perché il piacere non è la morte, ma il disfacimento di quella cosa che solo la donna sa fare e disfare: il corpo. Le penitenze corporali inflitte nei collegi e nei conventi (di una volta?), la gestione dei corpi negli ospedali, dove un tempo erano le suore caposala a governare una squadra di infermiere, in quella condizione di potere giocata sull'impotenza dei corpi, quando l'infermo non ha più anima ma solo corpo, reso cedevole dall'infermità, dicono non tanto astio generato dalla repressione sessuale (che appartiene solo all'immaginario maschile, perché la donna neppure la concepisce) quanto esercizio di potere in quell'ambito dove la donna non teme concorrenti: il corpo. Forse per questo Nietzsche, che queste cose le aveva intuite, a un certo punto esce con questa espressione: "Quando incontri una donna cerca subito un bastone". Non è misoginia, è un modo truce di dire che la donna capisce meglio dell'uomo il linguaggio del corpo, così come riteneva Dante là dove scrive: "Le donne, se il tatto non le ravviva, nulla le rattiene". A questo punto tutte le donne che leggeranno questa pagina mi odieranno. Il modo truce in cui mi sono espresso è solo per rendere consapevoli le donne della loro stretta parentela con la natura, che crea con la stessa indifferenza con cui distrugge, e così facendo, tiene in mano le vere regole del gioco della vita. Si tratta di regole che sono scandite dai ritmi biologici del corpo, di cui i maschi non sanno nulla, presi come sono dal fascino della storia, dove creano e distruggono illusioni (dal latino "ludo", gioco), giochi per vivere, perché nulla sanno della materia e del corpo, dove si disputa la vera partita, dalle cadenze inequivoche, della vita e della morte. Nessuna meraviglia quindi che le donne sappiano torturare meglio degli uomini. La ragione è la stessa per cui sanno amare meglio degli uomini, perché, a differenza di loro, conoscono il corpo.
Umberto Galimberti

Umberto Galimberti

Umberto Galimberti, nato a Monza nel 1942, è stato dal 1976 professore incaricato di Antropologia Culturale e dal 1983 professore associato di Filosofia della Storia. Dal 1999 è professore ...

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