Vittorio Zucconi: Stanno entrando, buttiamolo giù

Il volo United 93 "Heavy", pesante, come si dice per gli aerei grossi, era in ritardo di 25 minuti, i 37 passeggeri erano di pessimo umore e il comandante pilota, Jason Dahl, lesse con qualche impazienza il messaggio radio urgente inviato dalla compagnia: "Attenzione alla possibilità di irruzioni in cabina di pilotaggio. Due aerei hanno colpito le Torri Gemelle". Rispose con qualche stizza e con incredulità: "Confermare msgg, plz, per favore, Jason" e la conferma arrivò quattro minuti dopo, alle 9 e 28 dell'11 settembre, alla quota di 11.500 metri, quando due uomini spalancarono la porta della cabina e il comandante Jason Dahl gridò le ultime parole della sua vita prima di essere sgozzato con un taglia carte: "Ehi! Ehi! Uscite subito da qui, uscite subito". Non uscirono, Ziad Jarrah e il suo complice e 45 minuti più tardi il Boeing 757 "Heavy" si disintegrò su una collina della Pennsylvania, precipitando alla velocità di 933 chilometri l'ora, in picchiata. Aveva avuto ragione il passeggero di un altro volo suicida, United 175, quando aveva rassicurato il padre via telefonino: "Stai tranquillo, papà, la nostra sarà una fine velocissima". Le pagine fredde e perciò insopportabili del rapporto finale sulla tragedia che ha cambiato la storia del XXI secolo, raccontano con il distacco di una autopsia gli ultimi dettagli sconosciuti o segreti dei quattro voli consumati nell'apocalisse terrorista, con le voci dei carnefici e delle vittime. Si chiarisce il mistero doloroso del volo UA 93, l'unico tra i quattro a non avere colpito il bersaglio voluto, che doveva essere il centro di Washington, la Casa Bianca o la cupola del Congresso, sul quale abbiamo le registrazioni della "scatola nera" e le telefonate degli ostaggi che i terroristi permisero, Cade la leggenda del jet abbattuto dai caccia, e cade anche un piccolo mito, quella frasetta che un passeggero sembrava avere detto, "let's roll", su, andiamo, per incitare i compagni di sventura all'assalto della cabina. Era divenuta una citazione fissa nei discorsi di Bush, un best seller in libreria e il titolo di una ballata rythm & blues di Etta James e di Neil Young, e fu invece "roll it", spingilo, fallo rotolare, indicando il carrello delle bevande che i passeggeri volevano usare come ariete per sfondare il cockpit, la cabina. Torniamo a bordo del "Boeing 757" pesante. Sono le 9:32:00. Jarrah, che ha preso i comandi dell'aereo e dimostrerà, come tutti i dirottatori, una capacità di pilotaggio tale da far sospettare che i terroristi avessero avuto ben altro addestramento che poche ore in un simulatore o in monomotore da turismo, comunica ai passeggeri: "Signore e signori, vi parla il comandante. Per cortesia rimanete seduti. Abbiamo una bomba a bordo. Restate seduti". Si sente il gemito di una voce femminile nella cabina, forse un'assistente di volo presa in ostaggio, che poi tace, probabilmente uccisa come Jason Dahl. I passeggeri, sospinti dai complici nei posti in coda, hanno il permesso di usare i cellulari e i telefoni pubblici a bordo. Chiamano le famiglie e gli amici. Vengono a sapere che già due jumbo jet si sono vaporizzati contro i grattacieli di Manhattan. Capiscono che per loro non c'è scampo. "Roll it" dice una voce d'uomo, quella dell'ex rugbista Todd Beamer. Rumori di bottiglie rovesciate, di vetri rotti, di piatti. "Stanno tutti avanzando verso la prima classe" mormora una donna al suo cellulare... devo andare anche io... good bye... addio". Ai comandi dell'aereo, Jarrah sente i rumori e capisce che le pecore sono divenute leoni, stanno soverchiando i suoi due complici dietro e avanzano verso la cabina di pilotaggio. Afferra la cloche, e comincia a virare violentemente a destra e a sinistra, poi a puntare il muso verso il basso, poi a riprendere bruscamente quota, per sbilanciare i passeggeri e impedirgli di avanzare. Mancano, in quel momento, 20 minuti di volo per arrivare su Washington, ce la può fare, la sua missione è ancora possibile, deve tenerli a bada ancora per poco. Le 9:57:00. Gli assalitori, inferociti dalla disperazione, sono alla porta, si sentono colpi, forse il carrello delle bibite sbattuto come ariete. ‟È finita? È finita? Dobbiamo farla finita?” chiede il secondo in cabina. "Non ancora, no, aspettiamo che entrino per farla finita" risponde Jarrah. Le 9:58:57. Jarrah ordina al compagno di far blocco contro la porta. "Andiamo dentro, andiamo dentro nel cockpit o qui moriamo tutti" incita la voce di un passeggero. La porta della cabina comincia a cedere, scricchiola. "Allah è grande" recita Jarrah e vira violentemente sulla destra, "Allah è grande" ripete. ‟È ora di farla finita. Ci ripensa, riesce a stabilizzare l'aereo. Le 10:03:00 "Lo butto giù?" domanda al suo complice. Silenzio. Ripete: "Dunque è la fine? Voglio dire, lo devo buttare giù?". "Buttalo giù" sentenzia l'altro e la scatola nera, il "flight recorder" registra indifferente la fine. Due minuti per finire. Il grande aereo fuori controllo si capovolge nella picchiata, si mette sottosopra, vola di schiena, sparando i passeggeri sul tetto della carlinga divenuto il pavimento, forse, sperabilmente, tramortendoli. Punta in maniera ormai irrecuperabile verso le colline verdissime e disabitate dei monti Laurel, l'ultima dorsale degli Appalachi prima della pianura che scende verso Washington. "Allah è grande", ancora una volta e poi il volo United 93 si polverizza, a 580 miglia, a 933 km ora, tra l'erba di un campo vuoto a Shanksville. Sono le 10:04 dell'11 settembre 2001. Di quell'aereo non resterà quasi nulla, per la forza dello schianto, e un'altra leggenda nascerà, quella del Boeing fantasma. Resteranno solo le voci, come ci sono rimaste soltanto le voci del comandante Victor Saracini, il veterano del Vietnam che pilotava il volo United 175, carbonizzato nel forno della prima Torre e le telefonate dei dieci passeggeri che riuscirono a chiamare i parenti. Come l'avvocata Olsen, che raccontò minuto per minuto la fine al marito, sottosegretario alla Giustizia, nel suo ufficio di Washington a poche centinaia di metri, che se si fosse affacciato alla finestra avrebbe potuto vedere l'aereo conficcarsi nel Pentagono, o come Lisa Frost, fresca a 22 anni di laurea all'Università di Boston, che tentò di consolare il padre al telefono "Se moriremo, sarà veloce, papà, rapidissimo". Il padre era in aula, giovedì al Senato, per ascoltare ancora una volta quella voce.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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