Umberto Galimberti: Quelle pulsioni distruttive che sono dentro di noi

Dall' esibizionismo al voyeurismo, dal feticismo al travestitismo, dal sadomasochismo alla pedofilia, le perversioni, per il comune sentire, hanno sempre avuto una connotazione negativa che segnala la deviazione, il degrado, l' aberrazione, il ribrezzo, la ripugnanza, lo schifo. Non varrebbe quindi la pena di parlarne in questa sequenza di articoli dedicata all' amore, se Freud non smontasse questo luogo comune con un' affermazione a prima vista sconvolgente: «L' onnipotenza dell' amore forse non si rivela mai con tanta forza come in queste sue aberrazioni». L' interpretazione che Freud dà della perversione è nota. Essa, a differenza della nevrosi, non nasce dal conflitto tra le pulsioni inconsce e i divieti del Super-io, ma dal «misconoscimento delle differenze» che il bambino acquisisce quando, nella fase edipica, apprende di non possedere un organo sessuale adeguato come quello del padre, e quindi di non essere un partner adeguato per la madre. Per effetto di questo riconoscimento, il bambino individua la differenza tra i sessi e, insieme, la differenza tra le generazioni, che invece la perversione misconosce, generando un universo caotico, dove ogni pulsione si muove per suo conto, senza raggiungere l' organizzazione genitale. Ce ne dà un esempio il marchese De Sade ne Le centoventi giornate di Sodoma, dove uomini e donne, bambini e vecchi, vergini e prostitute, suore e maîtresse, madri e figli, padri e figlie, fratelli, sorelle, zii e nipoti, nobili e plebei «saranno tutti mischiati, tutti stravaccati su cuscini, in terra e a mo' degli animali, si cambierà, si farà incesto, adulterio, sodomizzando». Qui ogni differenza sessuale è cancellata, ogni differenza generazionale è abolita, ogni barriera che separa l' uomo dalla donna, l' adulto dal bambino, il fratello dalla sorella cade, per poter tornare a quel caos originario che annienta l' universo delle differenze. Per questo Noirceuil, un personaggio de L' histoire de Juliette, può dire: «Desidero sposarmi due volte nello stesso giorno: alle 10 di mattina mi vestirò da donna e sposerò un uomo; a mezzogiorno mi vestirò da uomo e sposerò un omosessuale travestito da donna. In più voglio che una donna faccia le stesse cose: e quale altra donna se non tu potrebbe indulgere a queste fantasie? Devi vestirti da uomo e sposare una donna nella stessa cerimonia nella quale io vestito da donna sposerò un uomo; e poi tu come donna sposerai un' altra donna travestita da uomo, mentre io, indossati gli abiti che si confanno al mio sesso, sposerò, come uomo, un omosessuale vestito da ragazza». L' aspirazione del perverso è quella di raggiungere uno stato di completa mescolanza, dove è soppressa ogni nozione di organizzazione, struttura, separazione, dove è abolito l' universo delle differenze da cui prende avvio ogni principio d' ordine. Così almeno parla la tradizione giudaico-cristiana che fa nascere il mondo dalla «separazione» della luce dalle tenebre, ma così parla anche la tradizione greca quando individua nella «hybris», nella tracotanza, nell' eccesso, la colpa più grande che ci espone alla minaccia dell' «ibrido», dove tutto si mescola nella cancellazione di ogni differenza. Contro questo rischio ci difende la legge che gli antichi greci chiamavano nomos che letteralmente significa «ciò che è diviso in parti», come in parti è divisa la terra, affinché a ciascuno sia assegnata la sua «regione» (in greco nomos, con l' accento sulla seconda sillaba). Misconoscendo le differenze, il perverso non riconosce la legge e il limite che dalla legge deriva. La sua tensione è volta all' eccesso. Non è la soddisfazione sessuale in cima al suo desiderio, ma, come dice Freud, la celebrazione della sua onnipotenza, che trova forma nella negazione dell' altro, o come dice Franco De Masi in un suo saggio sulla perversione pubblicato ne I concetti del male (Einaudi), nella «degradazione dell' oggetto d' amore che trasforma la persona in una cosa». Ne deriva quella che Blanchot chiama: «La morale della solitudine assoluta» tipica del perverso. L' isolamento morale comporta l' annullamento dei freni che il rispetto degli altri ci impone, impedendoci un atteggiamento «onnipotente» come dice Freud o «sovrano» come dice Bataille. Chi si dedica agli altri non è sovrano, perché in cuor suo ritiene di aver bisogno di loro. Sovrano è chi sa di essere solo e accetta di esserlo. Non si tratta di una solitudine malinconica, perché, scrive Blanchot: «Tutto ciò che nel perverso si riferisce agli altri, egli lo nega. Per esempio: la pietà, la gratitudine, l' amore, tutti sentimenti che egli distrugge e, distruggendoli, egli recupera tutta la forza che avrebbe dovuto consacrare a tali impulsi e, cosa ancor più importante, ricava da questo lavoro di distruzione il principio di una vera energia». Un' energia non compromessa né incrinata dalla sensibilità per gli altri, per cui il perverso non compie il crimine in un raptus di follia come si è soliti credere, ma a sangue freddo. Si tratta di un crimine cupo e segreto, perché è l' atto di chi, avendo distrutto ogni forma d' amore e dedizione dentro di sé, ha accumulato una forza immensa che si rende visibile nella distruzione che prepara. Il perverso, infatti, ride della mediocrità delle voluttà a cui solitamente si concedono gli uomini, e ciò di cui gode non è il piacere che deriva dalla sessualità, ma della sessualità portata a quel limite oltre il quale c' è l' incontro con la morte. Qui l' insensibilità del perverso si fa fremito che pervade l' intero suo essere, perché, scrive Bataille: «E' entrato in quel gioco che lega l' erotismo alla morte». Se la perversione è la negazione della vita, non c' è società che possa accoglierla al suo interno neppure per un istante. E infatti le società sono nate separandosi dal principio della distruzione che Freud chiama «pulsione di morte» rintracciabile in ogni perversione, e che, prima di Freud, l' umanità ha sempre conosciuto e chiamato col nome di «sacro». «Sacro» è parola indoeuropea che significa «separato». Maledetto nella comunità degli uomini, il sacro, con tutto il suo corredo di trasgressioni divine, di pratiche sessuali proibite, di forme di violenza e di brutalità, che ogni mitologia ospita senza vergogna e senza ritegno, diventa benedetto quando è trasferito all' esterno. Con questa espulsione l' uomo è strappato alla sua violenza che, divinizzata, è posta al di là dell' umano come entità separata, come cosa che riguarda gli dèi. Per questo i riti sacrificali, officiati da tutte le religioni, compresa la religione cristiana, assomigliano così da vicino alle proibizioni che interdicono. «La religione infatti, come scrive Bataille, non è altro che la spiegazione di fatto di un' aberrazione» che l' uomo sente come costitutiva della sua natura, e mentre assegna al perverso il compito di rappresentarla senza ritegno, non si lascia neppure sfiorare dall' idea che forse il perverso non è altro che l' eccesso di ciò che noi siamo. Questa mancanza di consapevolezza è quella che fa ritenere noi «civili» e gli altri «selvaggi», noi «ragionevoli» e gli altri «violenti», ma la civiltà sa quanta barbarie al suo interno deve contenere, così come la ragione sa quanta violenza ogni giorno deve comprimere. Se si evita questa consapevolezza, proiettando all' esterno la sregolatezza che ci costituisce, questa non può che esplodere devastandoci, perché abbiamo evitato alla nostra coscienza di aprirsi a ciò che più profondamente la disgusta, e soprattutto le abbiamo impedito di riconoscere che ciò che più profondamente la disgusta è dentro di noi, come sfondo pre-umano da cui un giorno ci siamo emancipati, ma non per sempre e soprattutto mai definitivamente. In questo senso diciamo che amore, se vuole essere all' altezza della sua verità più sincera, forse deve amare anche il disgusto, anche la sregolatezza, anche la perversione che, dice Freud: «Opportunamente sublimata, è destinata a fornire le energie per gran parte dei nostri contributi alla civiltà». Ne sono testimoni gli artisti e i poeti che, per creare, attingono al caos primitivo, dove non c' è regola, non c' è legge, non c' è riconoscimento della differenza, ma restaurazione simbolica di quell' indifferenziato che precedeva la creazione, e a cui forse bisogna attingere perché prenda vita un nuovo genere di realtà, al di là di quella esistente che più non affascina e non richiama amore.
Umberto Galimberti

Umberto Galimberti

Umberto Galimberti, nato a Monza nel 1942, è stato dal 1976 professore incaricato di Antropologia Culturale e dal 1983 professore associato di Filosofia della Storia. Dal 1999 è professore ...

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