Michele Serra: Tocca all'Inter, come ogni anno

Da parecchi anni, senza tema di smentita, ogni campionato è "il campionato dell'Inter". E non si dica che la squadra tradisce le attese: il tragico tonfo che regolarmente conclude la corsa nerazzurra è la scena madre della stagione, in grado di offuscare, per tragicità e spettacolarità, perfino le smaglianti vittorie altrui. In questo senso, gli ultimi dieci campionati sono stati tutti dell'Inter, e non c'è dubbio che anche questo promette bene. La campagna acquisti morattiana, secondo tradizione, è stata munifica. Con una variante sorprendente, però, che rischia di confondere le carte: poiché servivano centrocampisti, sono stati comperati centrocampisti. È la prima volta che accade, e l'inatteso criterio di razionalità ha spiazzato la tifoseria, abituata a fare i conti con rose di visionario ardimento (tipo: diciotto centravanti e nessun tornante di destra) ma di nessuna logica. Ne sortiva, più che una squadra, una specie di sogno futurista, che in allenamento, nella folla esorbitante e confusa dei campioni in nerazzurro, prometteva un dinamismo inaudito. Ma sul campo si afflosciava inesorabilmente, priva di struttura portante, come una turbina montata sui bastoncini del mottarello. Come le componenti dell'Ulivo quando si tratta di fare gioco di squadra. Questa volta la struttura sembra esserci, e da quei tifosi sempliciotti che siamo ci piace attribuirla, oltre che alla scienza calcistica del nuovo allenatore, e naturalmente ai quattrini di Massimo Moratti, al solido buonsenso del nuovo presidente Facchetti, uno che ha misurato con mano, in tutti questi anni, la generosa, entusiasmante e inconcludente frenesia della proprietà morattiana, e dunque non può non sapere che la prima cosa da fare è dare logica, calma e continuità al lavoro nerazzurro, anche per rispetto dei soldi, che sono pur sempre soldi del padrone. Siccome i miracoli non si fanno, resta, identico a sempre, il problema dell'abnorme numero di giocatori a disposizione di Mancini, più vicino a quaranta che a trenta, e sempre suscettibile di new entries a causa della diaspora laziale, che ha trovato a Milano la sua terra promessa (vedi il formidabile Sinisa Mihajlovich, che ormai ha la prestanza fisica di Vasco Rossi). Solo in attacco, per due ruoli due, c'è da tirare a indovinare tra Adriano, Vieri, Recoba, Martins, Cruz, perfino Ventola e sicuramente altri che mi sfuggono (e sfuggono anche a Mancini, che li saluterà alla Pinetina con il rituale "ma come, anche tu qui?"). Ovviamente inamovibile Adriano, ci si domanda come inganneranno il tempo tutti gli altri, specie adesso che i disco-bar di Milano Marittima stanno per chiudere - l'inverno è lungo, e svernare ad Appiano Gentile è più lungo che altrove. Ma sono dettagli, via, perché comunque questo sarà, come sempre, il campionato dell'Inter, con l'emozione inedita di una squadra costruita, almeno sulla carta, quasi normalmente, con una difesa un centrocampo e un attacco, un allenatore così lungamente voluto da Moratti che potrebbe rimanere più di qualche mese, e un presidente operativo, Facchetti, così devoto al presidente effettivo che potrebbe addirittura riuscire a impedirgli di continuare a farsi del male. Certo, la domanda che assilla gli interisti è quest'anno, se possibile, perfino più inquietante del solito: con una squadra ben costruita, una società ben sedata (da Facchetti), un allenatore primo della classe, e il più forte attaccante del mondo, non si correrà il rischio di vincere davvero? E se si decide di crederci, che si vincerà davvero, come sopportare il nuovo eventuale smacco, che arriverebbe non già al termine di una teoria catastrofica di errori, ma al termine di una campagna acquisti così intelligente che potrebbe averla fatta Moggi (Moggi coi soldi di Moratti, però, mica con gli spiccioli della crisi Fiat). Quale nuova scusa cabalistica, alambicco psicologico, alchimia mentale potrebbe permettere agli interisti di reggere un nuovo tracollo strutturale? Meglio non pensarci. Meglio pensare che questo sarà il campionato del Milan.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma e cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su ...

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