Vittorio Zucconi: Il grande gelo con l'America

Nel gelo cimiteriale di un'aula rivestita di marmo scuro come i volti delle 191 delegazioni, è andato in scena all'Onu un nuovo atto di quella che Kerry chiama "una crisi di proporzioni storiche", il dramma del grande gelo in Occidente, dell'America contro tutti e del tutti contro l'America. è stato un altro giorno nero della guerra, un'altra sequenza d'orrore, un'altra sconfitta dell'umanità nella persona del secondo ostaggio sgozzato, ma neppure l'assedio della realtà a questo luogo lugubre e surreale fa scendere Bush dall'allucinazione messianica e disarma il resto del mondo dalla animosità contro la sua America, vissuta sempre più come un aliena. Non ci si parla più e non ci si ascolta più, nel cimitero di marmo dentro il Palazzo di Vetro, ci si detesta reciprocamente o al massimo ci si teme o ci si adegua. In poco più di tre anni, si è passati dal discorso commovente di George Bush sull'onda del massacro di Manhattan all'attacco educatamente feroce che il segretario generale Kofi Annan gli ha sferrato ieri, condannando la "prepotenza dei più forti sui più piccoli", e tra i due fatti sembra trascorsa un'era geologica. La solidarietà affettuosa per un'America offesa è diventata l'esecrazione sempre più diffusa per l'invasione "illegale" dell'Iraq che sta tramutandosi in astio trasversale per l'America intera, ben oltre le piazze arabe o islamiche. Persino i morti americani, in uniforme da Marine o in maglietta da camionista che siano, vanno a indurire e non ad ammorbidire il gelo reciproco, nell'impronunciabile mormorio del "se lo sono cercati". Sarebbe stato sufficiente osservare gli applausi riservati ad Annan mentre condannava la guerra americana e la violazione della rule of law, del principio di legalità internazionale, e poi confrontarla con il silenzio tombale rotto soltanto da colpetti di tosse che ha accompagnato i 30 minuti di Bush, per misurare il danno devastante che questa presidenza insieme miope e ideologica sta infliggendo all'immagine dell'America, mentre pretende di esportarne i principi e la prassi. E più ancora della indifferenza ostentata dai rappresentanti del mondo per l'ennesimo replay del "Bushspeak", che ha raccolto dieci miseri secondi di applausi finali di cortesia, è stata l'improvvisa e inedita audacia di Kofi Annan nel bacchettare Bush a darci la misura del freddo. Mai conosciuto per la sua avventatezza e per la sua spregiudicatezza, il ghanese che Washington non avrebbe voluto eleggere alla segreteria generale - e oggi vediamo bene il perché - ha avvertito, con la sua sensibilità di interprete di umori altrui, che la pervicacia con la quale Bush difende ed esalta l'avventura irachena come "una grande occasione per estendere il cerchio della libertà" ("the circle of liberty", frase che sembra ripresa dal "circle of life" del cartone animato "Il Re Leone") ha stancato. Di fronte a una coalizione che sta perdendo nazioni lungo la strada, al massacro quotidiano di iracheni "liberati" che seppellisce terroristi insieme con innocenti, vecchi e bambini sotto i bombardamenti, ai 1.035 soldati americani morti, e allo stillicidio bestiale contro ostaggi colpevoli di null'altro che di essere stranieri, esaltare "il successo delle nuove democrazie in Afghanistan e in Iraq" - come ha fatto Bush - è suonato, più che irrealistico, insolente. Ha osservato subito uno dei più moderati senatori dell'opposizione democratica - quel Joe Biden, numero due della commissione Esteri del Senato che votò inizialmente per la guerra - che tra le parole di Bush e la realtà esiste un "disconnect", una distonia assoluta, come se lui e i fatti ormai marciassero su rotte divergenti. "Siamo sulla strada giusta", annuncia Bush. Questa strada è fuori dalla legge internazionale e dalla carta dell'Onu, gli risponde Annan. Questa è la strada del cimitero, dicono le notizie, fredde e imparziali. è lo stesso "disconnect" che esiste fra questa amministrazione americana e il grosso delle altre nazioni, esclusi alcuni governi satellite inchiodati a scelte che non sanno neppure loro più come difendere. Ma non ci sono in giro mappe stradali più attendibili, solo reciproche condanne, e il dialogo tra i sordi dell'unilateralismo prepotente alla Bush e del multilateralismo ottimista alla Kerry continua. Soltanto un presidente americano credibile e ammirato potrebbe spezzare il gelo e riconnettere le linee di comunicazione, ma non è Bush l'uomo capace di farlo. Si era sperato che il Presidente cogliesse l'occasione di questo che potrebbe essere il suo ultimo discorso da capo dello stato davanti al sinedrio delle nazioni, per offrire qualche scenario più concreto e serio dei soliti proclami "vinceremo". Quello che gli ottimisti, e i 191 ministri e capi di governo raccolti ad ascoltarlo, non avevano forse capito è che tutto ormai, per i 40 giorni che mancano al voto del due novembre, è semplice e triste platea elettorale, e tutto deve essere comizio. Sarebbe stato davvero sbalorditivo se, a 40 giorni dal voto, Bush avesse riconosciuto di avere commesso errori e di avere oscillato e sbandato nella condotta dell'occupazione e della guerra, lui che fa della propria cocciutaggine il solo programma elettorale efficace. Mentre Bush parlava, ripetendo come in una compilation musicale già sentita tutti i refrain che ascoltiamo da tre anni senza tenere conto della situazione reale e dell'assedio delle notizie dal fronte, si aveva appunto la sensazione che qualcuno avesse staccato la sua presa dalla realtà. Laggiù sul fronte orientale si muore. Una nazione inesistente si disintegra. Quaggiù ci si guarda in cagnesco, senza applaudire, senza confessare, senza il coraggio di cambiare rotta, guardando in silenzio il gelo che scende sull'Atlantico e invade quell'obitorio di marmo nero dove giacciono i resti della legalità internazionale.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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