Vittorio Zucconi: Le due idee d'America

Dal catenaccio di divieti dietro il quale i registi elettorali di Bush avevano cercato di difendersi, Kerry è uscito essendo molto più che il vincitore o lo sconfitto di un match parasportivo. Kerry è riuscito finalmente, dopo mesi di balbettamenti, vaghezze e zig zag a dare con la chiarezza che solo il confronto diretto poteva dare il senso della fondamentale differenza che lo divide da Bush e che si deve riassumere in questo: neppure l'America superpotente è onnipotente e può vincere da sola o con alleati raccogliticci una guerra contro il terrorismo che aggredisce anche per linee interne la società moderna. Come invece pretendeva l'allucinazione ideologica del "nuovo secolo americano" naufragata in Iraq. The war on terror, la guerra al terrore, e non contro i simulacri di comodo scelti a bersaglio, ha bisogno di tutte le nazioni libere affiancate, e non soltanto accodate alla superpotenza americana. Che questa, approssimativamente descritta come la distinzione fra "multilateralismo" e "unilateralismo", fosse la discriminante fra i due principali partiti americani dopo la svolta shock dell'11 settembre era da tempo chiaro al pubblico di quell'Europa e del resto del mondo anche non arabo presso il quale ricerca dopo ricerca segnala (angosciosamente per chi crede ancora nel perno portante atlantico) il collasso del prestigio e della simpatia per gli Stati Uniti ben oltre il consueto cerchio dell'antiamericanismo professionale. Ma grazie al dibattito tenuto proprio in quella Florida che vide, quattro anni or sono, uno dei momenti più vergognosi nella storia americana, sono stati i quasi 60 milioni di elettori che lo hanno seguito a poter vedere, liberata dai fumi degli spot elettorali, questa linea di confine che divide non due programmi o contratti da comizio, ma due modi di concepire il mondo e il ruolo che la nazione più ricca e formidabile vi deve giocare. Non è detto affatto che questa differenziazione di fondo, illuminata dalla luce impietosa delle Torri gemelle in fiamme e dal massacro in atto in Iraq, faccia vincere le elezioni a Kerry e persuada i famosi "indecisi" a licenziare quel Bush figlio che non riconosce alcun errore e non accetta alcuna critica. I commenti e i sondaggi istantanei fatti a caldo sono notoriamente inaffidabili e quasi sempre smentiti a freddo. Ogni fazione, ogni "curva", può pensare che il proprio campione abbia vinto e nel vortice creato dagli spin doctor, dai cloni politici spediti dalle due campagne in tutti gli studi televisivi per dare lo spin, il giro alle interpretazioni, gli abbagli sono voluti e frequenti. Occorrono più giorni perché le sensazioni e le opinioni sedimentino in quei 60 milioni di telespettatori che hanno avuto la pazienza civica di seguire 90 minuti di frasi spesso sentite mille volte e ripetute, soprattutto da Bush, con la ostinazioni dello studente mediocre che non vuole avventurarsi in materia ignote e dunque rigurgita le formule mandate a memoria. Chi vuol pensare che Kerry abbia vinto, perché non ha subito quel ko mortale che lo avrebbe steso, può legittimamente farlo. Chi preferisce leggere nel tabellino un pareggio (dunque un successo per Bush avanti nei sondaggi), nonostante l'aria spesso irritata, l'aspetto affaticato e il classico eloquio fratturato del texano, ha altrettanto diritto di farlo. Mai come nel caso di questi dibattiti, vale la massima secondo la quale "la bellezza è negli occhi di chi guarda" e i soli numeri che importano sono quelli che conteremo - speriamo questa volta davvero - la notte di martedì 2 novembre, a urne chiuse. Ma anche se Bush avesse davvero vinto e se nei prossimi due dibattiti riuscisse a rintuzzare le punzecchiature di un avversario apparso sempre in grave deficit di carisma e di comunicatività, anche se lui fosse rieletto in novembre, sperabilmente questa volta con la legittimità di un mandato popolare e non giudiziario, la definizione del confine che esiste tra questi due candidati resterebbe un'ottima notizia, per il futuro a medio e lungo termine. Quando John Kerry, a nome di un partito che raccoglierà comunque poco meno della metà dei voti anche se dovesse perdere, afferma che l'America ha il pieno diritto di difendersi e anche di usare la forza preventivamente se minacciata, ma prima di entrare in guerra deve essere certa che la minaccia non sia una montatura imposta all'intelligence o una forzatura fondata su documenti bidone e che, soprattutto, la scelta di partire in guerra debba passare "il test del consenso globale", cioè trovare il consenso degli alleati e non soltanto la loro acquiescenza, ci dice che esistono davvero "due Americhe". Che la pretesta di incarnare tutta l'opinione e tutto lo spirito del tempo, avanzata da Bush con frasi da salmo come quella usata per finire ("ho scalato l'alto monte e ho visto la valle della pace"), come se l'11 settembre avesse definitivamente sepolto il diritto e il dovere al dissenso e alla critica sotto le rovine del patriottismo, è un falso, forse più grave ancora delle panzane sulle armi di distruzione di massa e sull'"attacco" di Saddam. L'America è governata da Bush, ma non è Bush. è possibile, a giudicare dalla controffensiva della noise machine repubblicana, come l'ha chiamata David Brooks, uno dei giornalisti (pentiti) che montarono il frastuono del caso Lewinsky contro Clinton, che proprio l'avere chiarito questa differenza cruciale fra chi considera la ricostruzione delle alleanze globali americane come indispensabile alla sicurezza della stessa America costi caro al democratico perché parole come "globale", "Onu", "consenso" fanno scattare nell'elettorato della destra i riflessi condizionati dello chauvinismo provinciale e demagogico sul quale Bush punta. Sulla parola "globale", infatti, il presidente ha avuto il suo scatto di energia più vivace, come se riorganizzare il consenso internazionale attorno agli Usa fosse una cessione di sovranità anziché, come è stato per 60 anni, un'acquisizione e proiezioni di forza più grande. Ma se anche Kerry fosse sconfitto a novembre, se la torva "macchina del rumore" repubblicana pilotata da Karl Rove, il burattinaio di Bush, riuscisse a stritolarlo ripetendo come Bush ha fatto 17 volte in un'ora, che il democratico invia mixed signals, segnali confusi al mondo e dunque rincuora i nemici, già questa campagna elettorale nel tempo della guerra avrebbe avuto un risultato importante. Avrebbe dimostrato che un'altra America seria, non quella dei registi polemisti o dei comici da satira, ma quella che ha costruito il sistema di sicurezza e di prosperità collettiva chiamato Occidente, esiste e non è morta sotto le rovine di Manhattan o delle città irachene demolite ogni giorno "nella guerra sbagliata combattuta nel luogo sbagliato con i metodi sbagliati".
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

Vai alla scheda >>

Scopri il negozio Feltrinelli più vicino a te