Vittorio Zucconi: Presidenziali. La paura repubblicana

È cambiato qualcosa di profondo, nel dramma di questa campagna elettorale arrivata a 26 giorni dalla verità, e questo qualcosa è la paura. Ascoltando martedì sera i lunghi comizi paralleli fra le "riserve" della presidenza americana, Dick Cheney e John Edwards, il senso che il tandem al potere conosca improvvisamente e inaspettatamente la paura di perdere è affiorato dalla crosta degli slogan, con la sua manifestazione più sincera.
Gli attacchi sempre più personalizzati e sprezzanti che Cheney, e poche ore dopo il titolare Bush in un discorso organizzato in fretta davanti a un´accomodante claque repubblicana, sferrano agli avversari.
Mentre sondaggisti, commentatori e bloggers via Internet si accapigliano fra loro per stabilire chi abbia vinto questo secondo dei quattro tempi del teledramma, scambiando spesso i propri desideri per risultati, il dato reale che emerge e che spiega l´ansia del team Bush-Cheney è che un Presidente popolarissimo nell´autunno terribile del 2001 non riesce oggi a scollare da sé un avversario che gli sta appiccicato addosso come un abito sudato. Eppure, Kerry avrebbe tutte le caratteristiche ideali per essere stracciato in questo clima di mobilitazione guerriera. Ondivago, liberal (di sinistra), prodotto di quel Massachussets che, dopo Kennedy, genera soltanto sconfitti, sembra il dream candidate, il sogno di un conservatore. Invece torna l´incubo di Giorgio padre, passato dall´apoteosi del Golfo alla trombatura contro un Clinton che sembrava nessuno.
Il fatto stesso che oggi ancora si discuta su chi abbia fatto meglio, dopo il confronto tra un collaudato navigatore del potere come Cheney e un simpatico principiante con appena tre anni di saltuaria presenza in Senato come Edwards, è la conferma che i detentori del titolo hanno ragione ad avere paura. Se l´elettorato americano valuta ancora la possibilità di cambiare cavallo a metà della conclamata "guerra al terrore", non basta più l´odio per Bush a spiegare questa resistenza. Qui sono proprio la leadership, le scelte, la saggezza e l´onestà di questa amministrazione di nuovo sbugiardata ieri dalla Cia sulla questione delle inesistenti armi, insomma la sua capacità di governare, a non convincere.
Prendiamo, fra le tante, due frasi per riassumere l´inquieta aggressività dei detentori e la più calma tattica degli sfidanti ringalluzziti. La punch line, la battuta vincente preparata da Cheney puntava sul refrain di un Kerry vacillante, che cambiò opinione sull´Iraq quando nelle primarie il pacifista Howard Dean lo sopravanzava. "E se Kerry non sa resistere a un Howard Dean - ha brontolato sarcastico Cheney - come potrà opporsi ad al Qaeda?". Ottima battuta, alla quale Edwards, avvocato cresciuto davanti alle giurie popolari, ha risposto con un contrattacco non ad personam, ma ancor più duro. "L´America non si può permettere altri quattro anni come questi". Dunque, i candidati di opposizione non contestano gli uomini, ma la loro politica, mentre la coppia al potere contesta gli uomini, prima dei loro programmi.
Sono sempre stati i repubblicani, sin dalla deplorevole Convention di New York a fine agosto, a impostare questa elezione come un duello fra personalità e come una campagna di demolizione personale di Kerry o Edwards. E se questa, dell´aggressione verbale e dell´insinuazione, è sempre stata la tecnica preferita dal "cervello di Bush", Karl Rove, colpisce che un Presidente che si descrive con accenti messianici debba poi ricorrere a colpi bassi da zuffa in un saloon del Kansas. Il fattore paura detta i comportamenti.
È certo ora che i prossimi dibattiti, da quello di domani sera a St. Louis in Missouri, abbiano acquistato un valore tagliente e portino un´altra occasione di ansia per una Casa Bianca inquieta. Bush è ancora in vantaggio, nel numero di Stati per lui e quindi di voti elettorali? I soli numeri che contano, come vedemmo nella farsa della Florida 2000. Ma chi è in vantaggio, insegnano tutti gli allenatori ai bambini, deve "finire l´avversario" se non vuol rischiare un colpo di coda, e questo Bush non è ancora riuscito a fare. Lo dovrà tentare con il cuore in gola, brandendo quell´arma di distruzione personale a doppio taglio che è l´insulto, con la quale un politico può ferire quanto, altrettanto facilmente, tagliarsi.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

Vai alla scheda >>

Scopri il negozio Feltrinelli più vicino a te