Vittorio Zucconi: Bush e Kerry. La corsa miliardaria

Entusiasticamente convinti che "il danaro sia il latte materno della politica", come disse un deputato della California, Jesse Unruh, mai come in questa corsa 2004 i candidati alla Casa Bianca, alla Camera e al Senato americani si sono aggrappati alle mammelle dei finanziatori, succhiando somme da bilanci di uno stato africano. Costerà quasi 4 miliardi di dollari, questa stagione elettorale americana che l'odio reciproco e ideologizzato fra "kerrysti" e "bushisti" ha trasformato in una sorta di jihad incruenta, un miliardo e trecento milioni soltanto per la poltrona presidenziale, frantumando ogni record di spesa, ridicolizzando ogni pretesa di riforma, confermando quello che da anni, e invano, saggisti e studiosi indipendenti scrivono. Che il business della politica è ormai soprattutto business e la democrazia americana è "il miglior sistema politico che si possa comprare", come ha scritto il giornalista investigativo Greg Palast, colui che rivelò i brogli nella Florida del 2000. Si vota con i soldi, prima che con la mano in cabina, e se il contribuire liberamente alla corsa del proprio alfiere è legittima espressione di consenso, l'enormità degli investimenti ormai richiesti per mandare qualcuno nello Studio Ovale o una persona in Senato (60 milioni di dollari propri, spese il miliardario democratico Corzine nel New Jersey) il dubbio che tanto danaro più che inquinare il tempo, ormai lo abbia comperato, cresce con il lievitare dei costi. Il cartellino del prezzo appeso alla Casa Bianca e al Congresso, e senza contare le briciole di milioni spesi per conquistare incarichi elettorali minori, ha segnato, secondo l'organizzazione non partitica "opensecrets.org", un aumento del 30% rispetto a quattro anni or sono, quando l'elezione dei 435 deputati, dei 33 senatori con il seggio in scadenza e di George W Bush costò la cifra di tre miliardi, che allora parve astronomica. George il Vecchio, nel 1988, vinse una elezione che costò complessivamente 300 milioni di dollari, appena un quarto di quanto costerà eleggere suo figlio 12 anni di dopo. E se ai faziosi piace credere che sia sempre l'avversario a provocare questa escalation dei finanziamenti, nessuno, né Kerry né Bush, né i democratici nè i repubblicani possono proclamarsi innocenti. La dinamica della campagna elettorale trasformata in "business del consenso" travolge anche le migliori intenzioni e spazza via le promesse di moderazione. Ai democratici piace descrivere l'avversario come colui che succhia i portafogli dei ricchi. Ma le stime fatte finora, ad appena 10 giorni dal voto, smentiscono la leggenda di un "partito dei poveri" contro il "partito dei ricchi". Kerry e Bush hanno raccolto praticamente la stessa somma nelle loro casse di guerra, 358 milioni di dollari il Presidente, 311 lo sfidante. Nelle liste dei loro finanziatori, accanto ai contributi individuali che la riforma limita a due mila dollari per persona magari arrivati attraverso Internet che questa volta ha prodotto oltre 100 milioni, compaiono spesso le stesse società, che pagano l'uno e l'altro, per non trovarsi poi dalla parte sbagliata al momento dell'insediamento. Ma neppure questi miliardi buttati nella guerra dei soldi dicono tutta la verità. Altre infornate di miliardi sono spesi da organizzazioni fiancheggiatrici e svincolate dai limiti imposti dalla riforma elettorale passata con inutile fanfara dai due partiti insieme. Gruppi come i "Veterani del Vietnam per la Verità" che hanno tentato di demolire l'immagine eroica del reduce Kerry o la "moveon.org" che ha prodotto sferzanti spot pubblicitari per sbugiardare Bush il Pinocchio, hanno speso fortune ufficialmente senza consultarsi con i quartier generali dei due. Quei 4 miliardi di spesa complessiva per le politiche e le presidenziali del 2 novembre, avvertono i contabili non di parte, sono dunque "sicuramente sbagliati per difetto". La cifra reale e complessiva del costo elettorale non si conoscerà mai. Si conosce, invece, chi sparecchi i profitti di questa svendita della "Democrazia Spa". I primi beneficiari sono gli istituti di sondaggi elettorali. Un sondaggio costa in proporzione diretta al numero di persone contattate, sapendo che più ampio è il numero, più basso è il margine di errore. Un "poll" da 500 intervistati costa almeno 50 mila dollari al giorno. Uno da mille, centomila dollari. E sulla base dei risultati, saranno investiti altri soldi per produrre spot pubblicitari mirati. Bush e Kerry spendono, in queste ultime ore febbrili, 9 milioni di dollari al giorno a testa, per il media buying, per acquistare spazi pubblicitari, più, naturalmente, i costi di produzione degli spot. Altri milioni, e sono la terza voce di spesa dopo i sondaggi e i caroselli, se ne vanno nella "mobilitazione del voto" come eufemisticamente viene chiamata la corruzione spicciola e legalizzata che deve prima spingere nuovi elettori a iscriversi e poi, cosa assai più difficile, strapparli alle loro case e spingerli al seggio il 2 novembre. Il broglio non gratis. In Pennsylvania, dove il numero degli elettori registrati ha superato già il numero dei residenti legali, dunque è palesemente falso, il partito democratico ha pagato ai militanti venti dollari per un milione di nuovi iscritti, dunque 20 milioni di dollari. In Florida, il comitato per la rielezione di Bush ha bruciato 15 milioni per assicurarsi che i cubani abbiano automobili per andare ai seggi, quel giorno. Non si sa chi avesse finanziato quell'attivista democratico che nel Wisconsin offriva dosi di crack gratuite a chi avesse garantito, non si sa con quanta affidabilità visto il vizietto, di votare per Kerry. Ma si sa che da lunedì prossimo i tre stati che tengono le chiavi dello studio ovale, nel gioco dei voti elettorali, Ohio, Pennsylvania e Florida (se ne devono vincere almeno due su tre per raggiungere la maggioranza) saranno bombardati di spot, al suono di 15 milioni di dollari al giorno per Bush e 16 per Kerry. I conti si faranno dopo. Anzi, li faranno coloro che hanno speso 4 miliardi per comperarsi una democrazia e che, a differenza della mamma, chiederanno conto di ogni poppata. al vincitore. E i padroni del tempio si facciano pagare il fitto, con leggi, provvedimenti, guerre, all'inquilino di passaggio.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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