Michele Serra: La sinistra e il cuore perduto

Il popolo è di destra, dunque la sinistra è impopolare. Peggio, il suo corpo elettorale è una neoborghesia urbana dalla morale privata disinvolta, infiacchita dal relativismo etico, unita solo dallo snobismo culturale e dal disprezzo per la sana attitudine dei semplici a pregare Dio e amare la Patria. Per questo la sinistra non vincerà mai: a meno di preparare la sua lenta e difficile riscossa riaccostandosi con umiltà e resipiscenza al "cuore" della Nazione (al ventre, secondo altre versioni più vigorose), che non palpita per i diritti dei "culattoni" ma per la Famiglia, per l’alzabandiera e per le sane tradizioni. Questo, brutalmente sintetizzato, è il succo di molte analisi (nazionali ed estere) del voto americano. Contiene qualcosa di vero: per esempio descrive l’oggettiva e profonda divaricazione, non solo americana, tra i ceti intellettuali, progressisti, laici e benestanti, e il sentimento di insicurezza sociale e perdita identitaria del piccolo sterminato ceto medio, per il quale questioni come l’ambientalismo o i diritti delle minoranze sono solo fumo che impedisce di addentare l’arrosto delle urgenze quotidiane, sfizi di sapientoni con la pancia piena che non hanno altre urgenze a cui badare. Benissimo. Veda la sinistra di abbassare la cresta, che in effetti è di parecchi centimetri più alta rispetto ai meriti e ai risultati, e si ispiri, nella sua azione politica, un po’meno alla sua libreria patrizia e un po’di più al faticoso corpo a corpo con la plebe (pratica nella quale una volta, tra l’altro, eccelleva). Detto questo, la domanda è: questo riaccostamento obbligato ai sentimenti "semplici", alle tribolazioni quotidiane, alle legittime ansie di chi, avendo studiato e viaggiato di meno, pensa che gli arabi abbiano tutti il nasone, la scimitarra e il turbante e siano malvagi, in quale maniera deve avvenire? Quanto varrebbe, e quanto sarebbe credibile, una simulazione ipocrita di valori e di convincimenti che, anche se maggioritari, anche se vincenti, NON sono di sinistra, e anzi costituiscono il secolare grumo di pregiudizio che i progressisti di tutte le latitudini, da sempre, vorrebbero sciogliere? Che dovrebbe fare, la nostra ipotetica Sinistra Rifatta, compiacere il suo uditorio texano (o brianzolo) dicendo che preferisce il vigoroso Mel Gibson al cervellotico e vizioso Woody Allen? Che l’inventore della torta di mele (o della polenta taragna), in quanto padre di un mito patrio fondante, è molto più utile e importante di Freud? Che la laicità è un valore solo lontano dalle campagne elettorali, quando sarebbe molto più utile farsi sfuggire almeno una volta che, ovviamente, siamo tutti religiosi, tutti credenti, tutti convinti che Dio tenga per mano l’Occidente? Che la disponibilità del proprio corpo da parte delle donne è causa di una deplorevole deriva anti-familiare, che gli omosessuali sono simpatici caratteristi accettabili solo se non pretendono di essere cittadini uguali agli altri, che i diritti civili in genere vanno benissimo per le cene tra bostoniani ma non sono un argomento di conversazione adatto ai barbecue elettorali nel Middle-West? Sono tutte domande retoriche, e come tali contengono già la loro risposta: no, la sinistra non potrebbe (nemmeno se lo volesse, sedotta da uffici marketing frettolosi) sostenere ciò che non ritiene essere vero. Forse dovrebbe - al contrario - credere un po’di più a molte delle cose in cui già crede. E imparare a dirle meglio, soprattutto re-imparando l’annosa fatica di convincimento, di conquista ideale, di proselitismo che, è urgente ricordarlo, è sempre, dico sempre partita da posizioni di svantaggio, di minorità, spesso di impopolarità (che non è affatto sinonimo di antipopolarità): perché il popolo, se vogliamo accettare questa semplificazione da due lire, è spesso e volentieri di destra, e sovente ha impugnato i forconi per infilzare i signorini liberali e progressisti che venivano a mettere il naso nelle sue faccende. Raramente ha accolto tra due ali festanti di folla le nuove idee partorite "in città". Non c’è una sola battaglia democratica che non abbia dovuto risalire la corrente del sentimento comune, a volte riuscendo a rovesciarlo. Il Gregory Peck del Buio oltre la siepe, e perfino il Gary Cooper di Mezzogiorno di fuoco (cito due film strapopolari, mica Godard) erano eroi solitari che si battevano per una causa sacrosanta, la cui giustezza etica era percepibile anche dal più trucido degli spettatori, contro l’inerzia o l’ostilità ambientale. Non solo John Wayne, anche il Kevin Kostner di Balla coi lupi, o il Dustin Hoffman del Piccolo grande uomo, sono carne viva della mitologia popolare americana, che è democratica quanto repubblicana, umanista e riflessiva quanto squadrata e sbrigativa è l’altra faccia dello spirito della Nazione. Se la sinistra fosse ridotta alla sola maschera politica dei professori e dei giornalisti della East Coast (o degli insegnanti di liceo italiani, o dei cinefili parigini, o degli studenti olandesi fumatori di cannabis), come accetta di farsi dire con stolido autolesionismo, non avrebbe ovunque, in Occidente, quasi la metà dei voti, compresi quelli di molte casalinghe di Voghera e di molte pettinatrici di Denver. Non si batterebbe alla pari, quasi ovunque, con la nuova destra liberista, nazionalista, confessionale e bellicista che intende regolare i conti con il mondo usando le maniere forti. Il rafforzamento dello stato sociale, la riduzione della vergognosa forbice tra ricchezza e povertà, l’estensione dei diritti civili e dei doveri economici (a partire da quello fiscale), il rifiuto del rozzo concetto di "guerra tra civiltà" e la ricerca appassionata e ostinata della convivenza tra culture differenti sono valori formidabili, di concretissima e immediata applicabilità, e sono solido patrimonio dei progressisti. Bisogna spenderlo, anche se spenderlo non è facile. Non è facile andare a dire a un farmer con il culto del Winchster che la sua sicurezza aumenterebbe, e di molto, se l’Iraq non fosse stato invaso e se Bush non fosse stato rieletto. Non è facile ma è vero, e comunque è la verità che i democratici e i progressisti di mezzo mondo hanno maturato, è la sola voce sincera di cui dispongono. Fossi un farmer, per giunta, nutrirei diffidenza e disprezzo per un attivista democratico che venisse a darmi ragione: i farmer non sono cretini. C’è da cambiare un metodo e un attitudine: quelli, pedanti e altezzosi, di una sinistra pedagogica e con la scienza infusa, che fa cadere dall’alto la sua disciplina critica e promuove o boccia i cittadini come se fossero alunni meritevoli quelli che le danno ragione, somari quelli che non capiscono o non condividono. Ma c’è una sostanza ideale, un corpus di valori che hanno ormai secoli di vita, che sono temprati dal fuoco della storia, depurati dal virus totalitario, dal moralismo costrittivo, dall’arroganza elitaria. Guai a perdersi e a perderli, quei valori, guai a correre a rivedere Mel Gibson per capire che cosa non abbiamo capito, e dimenticare il giovane avvocato Atticus in camicia bianca (un Gregory Peck cento volte più sexy, tra l’altro, di quel bietolone di John Wayne) che aveva già capito quello che si doveva capire. E non si chiedeva se difendere un nero innocente dalla forca fosse elettoralmente produttivo o politicamente sagace. Lui, nel ventre della Nazione, ci viveva eccome. Ci viveva, ma non lo assecondava: se ne sentiva parte al punto da volerlo convincere, a qualunque costo, che le cose giuste sono giuste ovunque, a Philadelphia come in Alabama. E quelle sbagliate, quando vincono, fanno immalinconire gli avvocati democratici non perché ledano il loro amor proprio o feriscano il loro narcisismo: ma perché a lungo andare ammorbano e feriscono soprattutto il famoso ventre della Nazione.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma e cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su ...

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