Vittorio Zucconi: Quel buon soldato che odiava la guerra

"Il generale Colin Powell è un eroe americano, un simbolo americano, una magnifica storia americana", disse George Bush presentandolo. Quattro anni dopo, l’eroe e il simbolo vivono ancora, ma la storia è finita, con la lettera di dimissioni presentata venerdì alla Casa Bianca. Chi sperava che il vecchio soldato gentiluomo avrebbe resistito per altri quattro anni nella sua erculea fatica di contrappeso razionale agli apostoli della guerra si dirà deluso, ma il destino di Powell alla segreteria di Stato era segnato. Lo si era capito fin dal giorno del 2003 nel quale lui presentò alle Nazioni Unite il libro dei sogni venduto come "prove certe" per la guerra preventiva, una vergogna dalla quale non si sarebbe più ripreso. Powell ha saputo sconfiggere il cancro, ma non i suoi nemici interni che lo avevano sempre guardato come un intruso nel bunker di Bush. Giustamente, come le sue poche parole pubbliche di testamento spirituale, ieri, hanno dimostrato: "Ora dobbiamo ricostruire e rafforzare le alleanza internazionali degli Stati Uniti". Il presidente non ha più bisogno di maschere "soft", ora che la linea "hard" ha vinto le elezioni dopo la sceneggiata moderata organizzata al congresso del partito. Può fare piazza pulita di tutti coloro che sono considerati non allineati e fuori linea con la troika di fatto che controlla il potere americano, il vice presidente Dick Cheney, che di Powell era l’avversario più aspro, Donald Rumsfeld, per ora lasciato al Pentagono e Karl Rove, il piccolo Machiavelli che ha costruito la vittoria elettorale del due novembre. Che Powell avesse deciso di andarsene ("ho sempre considerato il mio come un lavoro di quattro anni") e che non sarebbe rimasto a recitare la parte del "Bushismo dal volto umano" era previsto e ripetuto ogni sera nel circuito fremente dei cocktail washingtoniani. La chiara vittoria elettorale di Bush ha sigillato il suo auto licenziamento. Come Bush non ha più bisogno di lui, ora che il suo 51% dei voti sembra un plebiscito, così Powell non ha più bisogno di Bush. Il libro dei suoi 45 anni di servizio militare e civile per la nazione che accolse suo padre emigrato dalla Giamaica può essere chiuso. E quello che rimane del suo onore e della sua dignità, messi a dura prova nel quadriennio alla Segreteria di Stato, può essere salvato e riservato per il secondo best seller di memorie che sicuramente scriverà e forse per una più comoda poltrona in un consiglio di amministrazione o in una università di prestigio. Restare ancora, come ostaggio di un gruppo che si sente trionfante nel proprio radicalismo, avrebbe significato inghiottire umiliazioni anche più grosse di quelle inflitte nei quattro anni scorsi, quando veniva usato come carota da agitare davanti agli occhi dell’opinione pubblica internazionale "Non c’è ambasciatore europeo - confida un alto diplomatico della Unione - che non sia corso da Powell per farsi tenere la mano e sentirsi confortare". Powell, naturalmente, non è un martire e neppure un’ingenua verginella. Non si marcia dal Bronx, dove il padre pescatore emigrò negli anni '30, fino alle quattro stelle di generale dell’Esercito, alle somme poltrone di capo di stato maggiore della Difesa, poi Consigliere per la Sicurezza Nazionale (il posto che fu di Kissinger e ora di Rice) e infine di capo della diplomazia americana senza essere grandi navigatori di scrivanie. Invocando lo spirito di servizio assorbito nei corsi civili per allievi ufficiali che lui frequentò, evitando la accademia militare di West Point, ha saputo mettersi agli ordini di Comandanti supremi sparsi agli estremi opposti dello spettro politico e ideologico, Reagan, Bush il Vecchio, Clinton e Bush il Giovane, sempre con quell’aplomb calmo e distaccato, rispetto alle maree schiumanti della politica che non sembravano bagnarlo. Scaricava le tensioni sulle vecchie automobili "Volvo" che lui amava smontare e restaurare nei week end. La sua arma era la competenza, che faceva pesare nei confronti degli strateghi dilettanti elevati al massimo potere e che non avevano mai visto un combattimento vero, come Reagan, Clinton, George W. Bush. Non per caso lui, che aveva esordito da giovanissimo sottotenente spedito in Vietnam da Kennedy nel 1962, prima di essere mandato in Germania a fare la guardia sul fronte occidentale, aveva trovato le maggiori affinità con Bush il Vecchio, che la guerra aveva conosciuto e fatto davvero, ai comandi di un bombardiere abbattuto dai giapponesi sul Pacifico. A differenza dei falchi da tavolino, George il Vecchio, come Powell ferito due volte in Vietnam, della guerra aveva un sano orrore. Si oppose, inizialmente, anche a Desert Storm, nel 1990-91, insistendo con il presidente perché, prima di passare all’azione, formasse una seria e convinta alleanza internazionale e poi applicasse i tre principi che lui, Powell, aveva enunciato nelle sue memorie. Fare guerre soltanto con 1) Forze schiaccianti; 2) Certezza dell’obbiettivo e della strategia di uscita; e 3) Pieno e convinto sostegno popolare all’azione contemplata. Esattamente i tre principi violati nella tragedia Iraq. Per questo, rileggendo proprio le "tavole della legge" secondo Powell, anche molti dei suoi ammiratori che avevano tentato di convincerlo a presentarsi come candidato alla Casa Bianca, (fu la moglie Alma a dire "no" per il timore di vedere il marito ucciso come Martin Luther King) hanno guardato con amarezza la sua quotidiana ritirata davanti all’aggressività dei profeti della guerra preventiva. Per i tre anni trascorsi dall’11 settembre, Powell, che aveva addirittura avanzato l’ipotesi di allentare le sanzioni contro l’Iraq nella certezza che punissero gli innocenti e arricchissero i farabutti, aveva tentato di ripetere quella semplice verità di buon senso che Rumsfeld, Wolfowitz, Cheney e alla fine anche Bush non volevano sentire, che gli scenari rosei di un Iraq in festa all’arrivo degli Alleati, erano puro wishful thinking, proiezioni di fantasie ottimistiche. Tentò di spiegare al presidente che in Iraq sarebbe scattata la regola del "Pottery Barn", la grande catena americana di porcellane e casalinghi: "Se lo rompi è tuo" e i cocci sanguinosi di quella nazione frantumata sarebbero appartenuti in pieno agli Stati Uniti. Ma quando Bush lo mise di fronte all’aut aut, "con me o contro di me", il generale vinse sul diplomatico e Powell scattò sull’attenti. Fu spedito, come "volto credibile" a recitare quell’abominevole show di illusionismo al Consiglio di Sicurezza, nel febbraio del 2003, che non persuase nessuno e che lui stesso, mesi dopo, rimpiangerà amaramente. Il compito che Bush gli aveva affidato era quello di mettere in riga il mondo dietro la guerra e Powell, che alla guerra non credeva, non ci è riuscito. Forse non voleva riuscirci. Ha pagato inghiottendo il dissenso e giocando al buon soldato. Soluzione di comodo o soluzione di coraggioso sacrificio, per un uomo che avrebbe potuto tranquillamente consumare la propria vecchiaia - ha compiuto 67 anni - scampata a un tumore alla prostata parlando a congressi di dentisti e di rotariani per 50 mila dollari a serata? Propendiamo per lo spirito di servizio, per il senso del dovere e non soltanto per il suo cuore di vecchio soldato, ma per il colore della sua pelle. Come primo segretario di Stato di sangue africano, Colin Powell sentì la responsabilità di onorare la propria gente, di essere davvero un esempio di impeccabile correttezza a ogni costo, in una nazione ancora oppressa, come tutte, da stereotipi razziali e razzista. Non è riuscito a impedire la guerra, ma ha reso possibile d’ora in poi qualunque orizzonte politico per chi fu schiavo.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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