Vittorio Zucconi: I tre presidenti in campo

Si può sempre essere certi che l’America farà la cosa giusta, dopo avere provato a fare tutte quelle sbagliate", diceva Winston Churchill e anche davanti a questa insurrezione della Terra contro gli umani che s’illudevano di averla soggiogata, la risposta giusta dell’America è arrivata, dopo una settimana di sordità politica e morale. Gli stanziamenti di aiuti pubblici sono stati decuplicati, dai primi, miserabili 35 milioni di dollari annunciati da Bush ai più credibili 350 milioni, prova che l’accusa di "tirchieria" lanciata dalle Nazioni Unite era fondata e aveva colpito il bersaglio. Ieri alla Casa Bianca, tre tenori della politica, tre presidenti passati e in carica, George padre, George figlio e Bill Clinton hanno abbassato le armi dell’ideologia e promesso di impegnare il proprio nome e prestigio per raccogliere fondi privati. E forze militari americane serie, 12mila soldati, la portaerei nucleare Lincoln, la nave ospedale Mercy, pietà, capace di assistere mille pazienti al giorno, stanno facendo rotta verso le zone. Quel nervo della generosità americana, che l’Europa aveva conosciuto tanto bene e che in questa occasione sembrava incredibilmente ottuso, è stato finalmente scoperto e sta reagendo. Gli Stati Uniti hanno ripreso, nelle immagini e forse nella sostanza, quel ruolo di primo piano che finora avevano evitato. Quando la notizia dello tsunami arrivò, nel giorno di Santo Stefano 26 dicembre, il presidente Bush era in vacanza nel suo cottage nel mezzo del nulla, a Crawford in Texas, ma non furono certamente la distanza e l’isolamento a paralizzarlo. Ovunque sia nel mondo, e soprattutto a casa propria, un Presidente è informato di tutto e a contatto con chiunque desideri contattare. La sordità dell’amministrazione americana e la lentezza nel capire l’immensità globale di una catastrofe umana senza eguali in tempo di pace per estensione e per visibilità mediatica erano la funzione della insensibilità politica e della ostilità, che condizionano i rapporti di questa presidenza con il resto del mondo. Come dimostrano le reazioni successive di Washington, Bush e i suoi consiglieri semplicemente non avevano capito che questo maremoto aveva, come l’attacco dell’11 settembre, cambiato la faccia e toccato l’anima del mondo. E dunque avrebbe presentato, alla nazione che si è autoinvestita del compito di essere il pastore della Terra, di una colossale occasione di leadership e di un altrettanto enorme rischio di irrilevanza. I limiti della cosiddetta cultura neocon, nella sua visione rancidamente americocentrica della storia, sono stati disvelati da un evento che non poteva essere fatto rientrare in nessuna dottrina precotta, che non entra nello schematismo del "noi" contro "loro", dell’egemonismo americano, del "bene" contro il "male", dell’Occidente (inteso come Stati Uniti) contro l’Oriente arabo o islamico. L’inviato a Crawford del ‟Los Angeles Times”, che segue l’attività quotidiana del Presidente, ha notato che quel giorno, come tutti gli altri, il briefing, l’informativa quotidiana di Bush preparata dall’intelligence, dedicava quasi tutto lo spazio e il tempo alle solite, catastrofiche notizie dai campi della morte iracheni e solo una nota di cronaca sul disastro in Asia, come se coloro che confezionano quotidianamente l’immagine del mondo per il Presidente non sapessero bene in quale casellina sistemare un evento naturale che avrebbe devastato nazioni e ucciso decine, se non centinaia di migliaia, di innocenti, in quantità che neppure il terrorista più allucinato avrebbe potuto concepire. Ci sono voluti tre giorni perché Bush si decidesse a dire qualche affrettata parola, tentando di spostare il progetto della "coalizione di chi ci sta" sotto la guida americana dall’Iraq alle coste distrutte, proponendosi come guida e organizzatore dei soccorsi. E ne sono stati necessari otto perché finalmente, apparendo ieri con il padre e con Clinton alla Casa Bianca, capisse la gaffe commessa e si piegasse non soltanto all’aiuto degli altri due per raccogliere fondi ma alla necessità di "coordinare", come ha detto, e non "guidare" gli interventi. Una variazione semantica apparentemente marginale, ma invece importantissima, perché è proprio il principio del "coordinamento" con altre nazioni, con l’Onu, con le organizzazioni internazionali, ciascuno secondo i propri mezzi e la propria forza, quello che l’America dei "neoconservatori" aborre. Nella richiesta di aiuto a papà e a quel Clinton esecrato dagli elettori repubblicani, così come nell’offerta di "coordinare" con altre nazioni l’intervento (pacifico) dell’America e del proprio apparato militare, c’è forse un segnale di rinsavimento di questa amministrazione, come se la devastazione e i massacri provocati da una marea avessero ridimensionato la presunzione ideologica e rivelato tutta la miseria della storia umana di fronte alla supremazia delle forze naturali. Non è questione di soldi stanziati, pubblici o privati che siano, perché i soldi ci sarebbero, ci saranno, e anche quei 350 milioni promessi ora da Bush sembrano tanti, ma corrispondono a meno di 48 ore, due giorni, delle spese americane per la guerra e l’occupazione dell’Iraq. è questione di politica, dunque di "visione del mondo", che quest’ondata potrebbe avere cambiato, a Washington e altrove, come la cambiò l’11 settembre. Lo tsunami potrebbe avere riportato l’America migliore dentro il mondo. Si dice che lo stesso George Bush, nei prossimi giorni, potrebbe fare quello che avrebbe dovuto fare subito, imbarcarsi sull’Air Force One, volare in Thailandia (un paese amico e alleato), in Sri Lanka, soprattutto nelle islamiche - ma non arabe - Malaysia e Indonesia, per cogliere l’occasione di mostrare al mondo musulmano l’altra faccia dell’America vista e odiata ad Abu Ghraib, a Guantanamo, a Falluja e dipinta con tratti mostruosi dalla propaganda fondamentalista. In passato, la catastrofe artificiale della Seconda guerra mondiale fece conoscere all’Europa gli Stati Uniti del piano Marshall e creò le fondamenta per la futura vittoria morale e politica sul socialismo staliniano. Questa catastrofe naturale, con i suoi connotati globali, internazionali e interreligiosi, potrebbe - e lo show buonista dei tre presidenti ieri lo prova - riportare l’America in quel ruolo di leadership positiva che la guerra ha devastato. E che l’Europa, come sempre, non ha saputo occupare.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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