Vittorio Zucconi: Usa, dove il fumatore è diventato un nemico

Fu magari perché l’uomo a cavallo morì come un cane, con i suoi polmoni di "Marlboro Man" devastati dalle cicche, che l’aria d’America divenne di colpo irrespirabile per i fumatori? O fu John Huston, il regista che aveva diretto un altro leggendario fumatore in tanti film, Humphrey Bogart, a dare il colpo di grazia al più americano di tutti i vizi, al tabacco, quando predicò l’astinenza in tv, ansimando pentito e allacciato alle bombole d’ossigeno dopo 80 anni consumati a succhiare sigarette? Il materialista cinico risponderebbe che furono gli avvocati, e fra tutti il greco Peter Angelos, "lo squalo di Baltimora", che estorse in tribunale 246 miliardi di dollari - il doppio del prodotto interno lordo annuo della Nigeria - in multe alle corporation del tabacco, a trasformare una nazione che per cinque secoli era stata la massima spacciatrice di sigarette al mondo, nella crocerossina decisa a strappare quei "tubicini della morte" dalle labbra degli ultimi suicidi. Ma stabilire con esattezza quando la sigaretta divenne il solo e l’ultimo vizio "socialmente inaccettabile" e politicamente indifendibile in America, un paese dove persino i pedofili hanno una loro discreta lobby, la "Man-Boy Love Association", e il "pimping", fare il magnaccia, è considerata una carriera desiderabile, sarebbe futile. Come convincere uno sciamano Maya che il grande spirito non si manifesta affatto nelle spirali di fumo emesse da un "si’kar", come loro chiamavano i rotolini di foglie di tabacco essiccato, appunto i sigari.

La nuova caccia alle streghe
Il Dio dell’America, quello che periodicamente richiede sacrifici di miserabili piaceri umani nel nome della salvezza morale e fisica della propria nazione prediletta, oggi ha individuato nei fumatori le nuove streghe. Non c’è distinzione di destra o sinistra, "neo con" o "neo lib", di democratici o repubblicani, di Clinton (che fumava, e non solo fumava, i sigari di nascosto dalla gentile consorte) o di Bush, (che fino a quarant’anni, tra una bottiglia e l’altra di bourbon si faceva un pacchettino al giorno di Newport col filtro). Quando si tratta di sigarette, la "bipartisanship" del "nanny state", l’unanimità dello stato governante è assoluta. E al viaggiatore intrappolato in un altro tempo, aggrappato alla vergogna dell’ultima comunione satanica con Lucifero e il fiammifero, la sigaretta provoca ormai la inquietante sensazione di mangiare una fetta di cotechino alla Mecca. è questa, la nazione dove la California ha bandito il fumo sulle spiagge pubbliche, anche se alle tre del mattino e deserte, dove i penitenziari hanno vietato le sigarette nei raggi della morte per proteggere la salute dei detenuti in attesa della morte, la stessa America dove 50 anni or sono, mentre usciva il primo studio sul rapporto tra fumo e malattie respiratorie, l’aula delle udienze di McCarthy per bonificare il paese dalla streghe rosse era una palla di fumo che annebbiava gli obbiettivi delle antiche telecamere? Dove sono finite le succulente "cigarette girls" che in costumini da paggetto su calze a rete mi offrivano nei club più distinti o più deplorevoli di Manhattan, Lucky Strike, Pall Mall, Camel o Chesterfield, con voce peccaminosamente affumicata? Sono diventate probabilmente le nonnine dai capelli turchini che oggi pattugliano i marciapiedi dell’aeroporto di Miami, assicurandosi che i fumatori si accalchino nei pochi metri quadrati riservati a loro e non sconfinino. Mentre oltre le zone di sicurezza passano di mano balle di cocaina finissima, scambiate da piloti, assistenti di volo, portabagagli e agenti periodicamente e inutilmente arrestati. Fumare, nell’America del povero Cristoforo Colombo che nei suoi diari notò quelle strane foglie capaci di emettere aromi sconosciuti offerte dagli ingenui Indios o nell’America delle "Virginia Slim", le sigarettine affilate che negli anni ‘70 le femministe accendevano per segnalare la propria liberazione dal perbenismo maschilista, non era permesso, era obbligatorio. Quella, era ancora la nazione che ci aveva liberato dalla barbarie nazifascista e poi dalla minaccia comunista, sparando dai carri armati Sherman bordate di sigarette, salvando milioni di italiani dalla tirannide delle Nazionali, per non parlare neppure delle orrende "papiroske" sovietiche, detestate persino dai compagni. Bastava accendere una Pall Mall e poi assaggiare una "papiroska" staliniana per capire, senza bisogno di leggere Koestler, Pasternak o Solgenitsyn, chi avrebbe alla fine vinto la Guerra Fredda. Fare un viaggio negli Stati Uniti comportava inevitabilmente la corvée di riportare in Italia stecche contrabbandate di "virginia" per amici che al bar schioccavano la lingua sentenziando che erano molto meglio di quelle fabbricate sotto licenza in Europa.

Le Kool di Bogart
Fumare era "cool", come si sarebbe detto anni dopo nello slang americano, era ganzo, e non per niente una marca celebre si chiama appunto "Kool". Fumavamo guardando Bogey dire addio a Ingrid sotto le piogge di Casablanca, cercando di imitare il "Duca", John Wayne, che se le arrotolava da solo tra i picchi rossi dell’Arizona o le buttava ai propri Marines sulle sabbie di Guadalcanal, con l’invito che segnalava ai soldati la pausa prima della battaglia "smoke’em if you got’em", fumatevele se le avete, ora o mai più. FDR aveva vinto una guerra tirando incessantemente dal bocchino d’avorio, ma avremmo dovuto capire che l’aria si era fatta pesante quando JFK, Kennedy, cominciò a fumare di nascosto. E Nixon, bugiardo anche in quello, negava di essere un fumatore quando parlava con i legislatori del nordest puritano e poi tirava fuori la sigarette quando riceveva i deputati del North e South Carolina, gli stati del "catrame", gli ultimi dove ancora si coltiva, sovvenzionato da un governo che ne scoraggia l’uso, il tabacco. Noi aerofobi, i viaggiatori con le "nocche bianche" per la circolazione bloccata dall’abbrancare i braccioli, volavamo aggrappati alla sigaretta, dentro tunnel di alluminio asfissianti, per superare le agghiaccianti turbolenze e digerire l’orrendo cibo servito dalle linee aeree. Poi venne una compagnia perennemente sull’orlo della bancarotta e ansiosa di risparmiare carburante limitando il riciclaggio dell’aria, a segnalare che la paura di volare sarebbe rimasta, ma il placebo della sigaretta sarebbe finito, la "Northwest Orient Airlines" che proibì il fumo su tutti i suoi voli. I fumatori minacciarono vendette e boicottaggi, si giurarono peripli aerei pur di evitare e punire la "Northwest" che aveva osato abolire la sezione fumatori, ma negli anni 80 tutte la seguirono. Resistettero ancora, sulle lunghe rotte transpacifiche e transatlantiche, i giapponesi, che continuavano a fumare e a vedere crescere la loro attesa di vita, forse perché non leggevano gli studi medici scritti in inglese e puntarono i piedi, sempre i soliti antiamericani, i francesi. La Air France fu l’ultima a reggere, a creare un salottino riservato sui suoi jumbo jets, dove non più di quattro passeggeri alla volta potevano, in piedi, tirare una Gitane o una Marlboro, stando sotto un aspiratore potente che succhiava i capelli anche ai calvi. Ma un passeggero americano, un avvocato, chiese 50 milioni di dollari di danni alla Air France nel 1990, per avere annusato sentore di fumo anche in altre classi e da allora il risentimento franco-americano non si è più placato. Anno dopo anno, ordinanza municipale dopo ordinanza municipale, pubblicazione medica dopo pubblicazione ("Le sigarette sono la prima causa di finanziamenti alla ricerca medica" tentò di scherzare un attore comico) il cerchio di fumo si è stretto attorno agli untori della cicca. Prima di essere un male, un rischio, un vizio, una puzza, il tabacco diventava una vergogna. Nei drugstore, i giovani (purché abbiano almeno 18 anni) ora biascicano, come in un film di Woody Allen alla rovescia, "un pacchetto di Merit" e poi, tuonando, "E UNA SCATOLA DI PRESERVATIVI!", secondo i comandamenti della nuova moralità. Sullo schermo, chi fuma inevitabilmente muore o uccide. Sono i killer, gli psicopatici, gli stupratori, le battone, i mafiosi, i personaggi negativi coloro ai quali è ancora permesso fumare e quindi permettere ai produttori qualche incasso pubblicitario indiretto. Nella vita vera, fumano ancora soltanto i soldati al fronte, i Marines e i Grunts, i fanti dell’Esercito, i riservisti incazzati in Iraq, che gli operatori delle TV hanno l’ordine di non riprendere mentre fumano. A loro è permesso di farsi dilaniare dalle mine improvvisate o dai lanciarazzi dei guerriglieri, ma non di dare il cattivo esempio alla gioventù a casa. Il pacchetto o la stecca d’ordinanza, un tempo dotazione fissa di ogni soldato, con la razione da campo, il profilattico, l’apriscatole, la polvere anti pidocchi, sono scomparsi. La guerra è OK. Il fumo nuoce gravemente alla salute, come sanno i mille e trecento morti e i diecimila feriti americani.

Il popolo invisibile.
Nessuno fuma più, in America. Nessuno, tranne quei 60 milioni, un quarto della popolazione adulta che ancora lo fa, popolo invisibile di morituri in una nazione di immortali che non fumano. Si possono ancora vedere soltanto se si fa attenzione e se si ha molta pazienza, come andare a vedere gli ultimi gorilla sul Kilimangiaro. Fuori dal portone dei palazzi d’uffici, a battere i piedi e rabbrividire d’inverno, nascondendo la sigaretta nel cavo della mano, come si faceva nei gabinetti dei licei e poi masticando chilometri di chewing gum alla menta piperita per camuffare l’alito pestilenziale. Nei rari gabbiotti di vetro negli aeroporti che ancora concedono piccole camere a gas, in un gesto di finta tolleranza ma di ludibrio sostanziale, per offrire ai buoni cittadini lo spettacolo dei tossicolosi affumicati, come i predicatori di Harvard portavano i figli a vedere le esecuzioni di streghe e maghi nella vicina Salem. Sui marciapiedi, purché a una distanza non inferiore a 6 metri, dieci metri, dall’edificio, come avvertono i cartelli nei campus di molte università. E mai nelle auto a noleggio che in alcuni stati, come la California, sono ormai tutte "smoke free", con multe in caso di cicca nel posacenere. Gli accendisigari sono ormai scomparsi dal 70% delle nuove auto prodotte negli Usa. Le case risparmiano e pretendono di salvarti la salute. E se proprio si vuole vedere il popolo invisibile del fumo, prima che finga di estinguersi completamente, il luogo migliore sono le autostrade al crepuscolo, meglio se sono le tangenziali intruppate. Laggiù, nel buio degli interni, purché solo e senza passeggeri, con il finestrino aperto di un dito che esala lo sbuffo traditore, l’ultimo gorilla vivente si accende l’ultima sigaretta. I lumini che baluginano per un attimo sono tanti, nella coda di auto, come la processione immobile di un culto satanico proibito e ormai, nel paese che lo inventò, segreto.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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