Michele Serra: Inter. Il nostro Don Chisciotte

Tra noi interisti e Massimo Moratti c’è una rovinosa complicità. Borbottiamo contro la doviziosa inconcludenza della sua gestione decennale (auguri, auguri!), ma sotto sotto ci pare una maniera molto elegante, molto differente di sopravvivere nel calcio speculativo e avido di questi anni sgradevoli. Il tratto signorile, da ricco milanese non "bauscia", la first-lady ambientalista che rinnova la tradizione delle sciure meneghine eccentriche e democratiche (alla Cederna), la capacità di vivere, pur da miliardario, una normale vita borghese, completano l’immagine morattiana in contrasto netto con l’antropologia calcistica, fatta in genere di padroni pacchiani, grevi e imbarazzanti. Rovinosa complicità, dicevo, perché la simpatia per la persona, e l’identificazione dell’interismo nel suo profilo di magnifico perdente, non aiutano a ragionare razionalmente sul bilancio, non esattamente lusinghiero, dei suoi dieci anni di governo. La giostra degli allenatori, il quasi incredibile import-export di calciatori (in quasi ogni squadra del mondo, Molucche comprese, gioca un ex dipendente di Massimo Moratti), l’incapacità fisiologica di costruire un gruppo concedendo il dovuto tempo di maturazione non sono difetti da poco, per un leader dello sport. Ma evidentemente Moratti ha saputo contagiare i suoi tifosi della sua stessa malattia, una specie di malinconica smania, di nobile frenesia che smonta e rimonta ogni volta la stessa illusione. Si dovrebbe, a pensarci meglio, uscire dall’errore ricorrendo alla modestia, alla pazienza, alla programmazione. Ma tutte le volte che Moratti torna sul mercato, e riavvia il meccanismo infernale del "tutto e subito", e rilancia come chi si gioca il tutto per tutto, gli interisti ci ricadono, vengono riconquistati dallo charme tra lo svagato e il fissato del grande giocatore. E sono con lui anche quando prudenza e senno suggerirebbero di prendere le distanze. Per gli interisti, in fondo, l’importante è non essere normali. Dalla telenovela di Ronaldo, miracolato e ingrato, figliol non prodigo, all’eccedenza permanente e sistematica di panchinari di superlusso, dalla trafila quasi surreale dei pareggi manciniani alle cadute rovinose sul filo di lana, tutto all’Inter è in odore di romanzesco, di eccessivamente emotivo, in un clima eccitato e ipercritico che in fondo rassomiglia poco al pragmatismo settentrionale e ha qualche cosa di intimamente meridionale. Esiste una Milano spagnolesca (ci scusino i leghisti) che spiega l’Inter, la sua lunaticità, il suo destino epico (e a volte tragicomico), e spiega anche l’espressione da hidalgo e la vocazione donchisciottesca di Moratti. Comperare venti giocatori per volta (vendendone però solo diciannove, così che, negli anni, la rosa tende all’infinito) è in fondo come scagliarsi contro i mulini a vento. Che don Chisciotte fosse un perdente è indubbio, che fosse un vero eroe anche. Di Moratti ci piace l’aura di sogno, forse di rovina, comunque di generosità visionaria che ha accompagnato la sua avventura. Se poi dovesse vincere, di qui a poco, qualcosa di concreto, e di sonante, il gusto sarebbe doppio, perché sarebbe il gusto del totalmente imprevisto.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma e cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su ...

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