Vittorio Zucconi: La psicoguerra di Condoleezza Rice

Accolta dalla consueta sinfonia satanica di bombe e morti, il segretario di stato americano Rice con l´elmetto in testa e il gilet di kevlar sulle spalle ha compiuto la solita visita mordi e fuggi di tutti gli alti dirigenti politici americani, ancora troppo spaventati per restare più di 24 ore al massimo nell´Iraq occupato dalle loro truppe e incontrollabile. Sentirla esprimere ‟fiducia” e ‟ottimismo” per il futuro, mentre compiva pochi passi all´aperto giustamente inquieta e bardata come un Marine in prima linea, era la classica dimostrazione del motto secondo il quale ‟un´immagine vale più di mille parole”.
Ma la Rice non aveva scelta. In una terra in balia della guerriglia dopo 27 mesi di occupazione, dove il nemico colpisce dove vuole e quando vuole, e dopo sei settimane di stragi e battaglie quali l´Iraq non aveva visto da mesi con 500 morti in pochi giorni, l´amministrazione americana doveva compiere un gesto, dare un segnale, scuotere l´opinione pubblica. Non l´opinione pubblica irachena, che sa benissimo quali siano le condizioni reali della vita quotidiana, ma l´opinione americana che comincia dare segnali di incrinamento, sintetizzate dalle difficoltà di trovare rimpiazzi per le truppe uccise e dagli indici di popolarità di Bush scesi, nei sondaggi del week and, al minimo storico del 46% contro il 47% di ostili.
Va detto che la Rice, fedele alla propria parte di volto umano e riflessivo dell´ala non ‟neo con” dell´amministrazione Bush, dunque non accecata dalla propria arroganza ideologica, ha avuto la decenza di ammettere quello che la propria bardatura corazzata già diceva. Che gli ‟insorti non si possono sconfiggere solo militarmente”, ma occorre ‟una proposta politica forte da opporre alla loro proposta di morte”. Tristemente lapalissiana, ma non di meno apprezzabile, questa ammissione che la forza non può da sola vincere una guerra che è sempre stata politica e non militare, riporta di peso agli anni dei tentativi di conquistare ‟il cuore e le menti” dei Vietnamiti e di costruire un governo civile riconosciuto e autorevole.
Il pep talk della dottoressa Rice, il discorsetto per rincuorare i fedeli, doveva servire non certo al consumo interno di questi leaders iracheni sulla cui capacità di essere ‟una forte alternativa politica” molti dubitano. Non ci sono visite lampo che possano convincere le famiglie irachene che avere elettricità al massimo per mezza giornata a Bagdad, acqua pulita e potabile nel 54% delle case e centinaia di morti ogni settimana, possa ispirare fiducia. I progressi nella ricostruzione di un simulacro di vita civile, che pure esistono e sono documentabili, non compensano la sensazione che le forze di occupazione siano incapaci di spezzare quel ciclo infernale che vede un peggioramento della malattia dopo ogni annuncio di possibile miglioramento. Così fu dopo la caduta di Saddam, dopo il suo arresto, dopo la famigerata ‟missione compiuta”, dopo il simbolico trasferimento di sovranità nell´estate del 2003 e ora dopo la grande speranza delle elezioni.
Il problema immediato di Bush, di Rumsfeld e della Rice è il fronte interno americano. Questa sua visita, come gli annunci di sensazionali catture di pezzi grossi della guerriglia e stragi indimostrabili di guerriglieri che sempre seguono i picchi delle cattive notizie, sono pensati per controbattere la ‟propaganda negativa” della sinistra e la presunta dipendenza dei mass media dalle immagini violente. Come tutti gli ideologi traditi dalla loro stessa arma, anche la destra ‟neo con” americana è persuasa che questa sia una guerra di propaganda, una ‟psicoguerra” che i terroristi sanno combattere più efficacemente con il sangue, non avendo nessun dissenso da contrastare. E quella teoria della superiorità della ‟verità raccontata” sulla ‟verità sperimentata” nella quale tutti i governi si rifugiano, per spiegare perché perdano le elezioni. O, come purtroppo in questo caso, per spiegare perché stiano perdendo migliaia di vite, nella attesa che la narrazione cambi segno, e la coda della propaganda possa finalmente muovere il cane ostinato della realtà.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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