Michele Serra: In trappola nell´autostrada-cantiere

Quattro ore tonde per percorrere, di sera, i duecento chilometri tra Milano e Bologna, alla media (di anteguerra) di cinquanta all´ora, smanettando sull´autoradio alla ricerca impervia delle notizie sul traffico, schiacciati tra mandrie impressionanti di camion, sfilando a passo d´uomo lungo cantieri interminabili e quasi sempre deserti, rimuginando (con l´iracondia che fa velo all´affetto) su questo Paese sdrucito, ansante, rassegnato, come i vecchi quando invecchiano male.
Mi è accaduto l´altra sera ma è tutt´altro che un´eccezione, mi è accaduto infinite altre volte, a tutte le ore del giorno, in tutte le stagioni dell´anno, su questa tratta rettilinea, apparentemente "facile", senza gallerie e curve, che infila per lungo una delle lande più ricche del mondo, e che è diventata, negli anni, una spietata parodia di autostrada. La domanda più ovvia diventa anche la più ardua: perché?
Perché da cinque anni (cinque!!), tra Modena Nord e Bologna, i lavori per la quarta corsia riducono l´Autosole a un pazzesco budello (due corsie, una corsia, tappo con quattro-cinque chilometri di coda anche di notte)? Perché i lavori dell´alta velocità ferroviaria, attigui all´autostrada, più altre misteriose opere in corso, hanno trasformato il rettilineo tra Reggio Emilia e Milano in una sequenza di perfide e improvvise chicanes, con righe gialle e righe bianche che si sovrappongono con criteri arcani, creando specie di notte un effetto-traveggole micidiale, tra filari di cappelli da mago spesso sfrittellati dai camion, muraglioni sghembi di spartitraffico in cemento, continui cambi di corsie? Come è possibile che un lungo nastro rettilineo assuma l´aspetto tipico delle autostrade di valico, o di un parco di divertimenti per amanti dell´autoscontro (manca solo un toboga, il resto c´è tutto)? Come mai nei cantieri, tre volte su quattro, non vedi mai nessuno che lavora, e macchine asfaltatrici ferme, e gru pencolanti nel buio, con una sensazione da day-after, o da day-before, che sembra alludere a un abbandono forzato del posto di lavoro da parte di maestranze terrorizzate dall´arrivo di Godzilla, o da un virus alieno, o dalla guerra nucleare?
A cosa serve un servizio pubblico come Isoradio, dal segnale agonizzante per lunghi tratti (come tutte le stazioni di Radiorai, per altro, lasciate allo sbando nella folle giungla delle frequenze), e spesso del tutto assente nelle arterie che portano alle autostrade, cioè proprio laddove servirebbe sapere in anticipo le condizioni del traffico? Ci sono pezzi di Italia (per esempio la provincia di Livorno) dove Isoradio è totalmente sopraffatta da una radiolina locale urlante, e così accade in molti altri luoghi: ma le frequenze di un servizio pubblico non dovrebbero essere protette? Oppure è normale che uno cerchi di sapere in che condizioni è la strada davanti a lui, e invece sia costretto a sentire che Gigio dedica a Monica (dio li strafulmini entrambi) un brano dei Subsonica?
Perché, dopo trent´anni (due generazioni) che si indica l´esorbitante numero dei camion come uno dei problemi infrastrutturali più gravi del paese, i camion sono aumentati a dismisura, e non si riesce a far viaggiare su rotaia le merci, e ad ogni ribaltamento di Tir si blocca mezzo paese per mezza giornata? (L´altra sera era un camion di mangimi: ci si rallegrava, tra gli ingorgati, che per una volta non fosse roba chimica, e veniva voglia di sfamarsi con le granaglie sparse sull´asfalto, per ingannare il tempo). È così inaudito, così impossibile programmare davvero, dopo decenni di chiacchiere e lamenti, una riforma del traffico-merci? E perché i giornali italiani dedicano più spazio alle polemiche (freschissime!) sul patto Molotov-Ribbentrop, e se siano stati più cattivi i fascisti o i comunisti, e così poco spazio a questo assurdo ristagno della politica vera, quella che decide, che indirizza, che cambia?
Tutte queste domande, in quattro ore di tempo, hanno lo spazio mentale per sedimentarsi, e diventare un quasi doloroso grumo di impotenza. Perché le risposte, probabilmente, sono troppo difficili, o sono molte più di una, o sono impronunciabili perché indicherebbero responsabilità troppo gravi, o conflitti di competenza troppo delicati. Magari in Italia ci vogliono cinque anni, per fare una quarta corsia in un tratto di pianura, perché qualcuno non vuole farsi espropriare il suo orto di patate e ha fatto ricorso al Tar. Magari non si lavora di notte, in cantieri fatti apposta (in tutto il mondo) per lavorare di notte, a causa di qualche complicata grana sindacale, o perché costa troppo, o perché nessuno si incarica di far rispettare tempi di consegna che dovranno pure esistere, in calce a qualche contratto. E magari le radioline private soffocano Isoradio perché in ogni contrada c´è un onorevole protettore della radio di suo cugino, o peggio perché non gliene frega niente a nessuno, di Isoradio, tanto è un servizio pubblico. E magari nella faccenda dei camion nessuno mette seriamente le mani perché prima c´era la Fiat che tirava forte, e doveva vendere tanti Iveco, e oggi c´è la Fiat che non tira per niente, e deve vendere tanti Iveco.
Non so, non giudico, nemmeno mi aspetto risposte precise e convincenti. Semplicemente prendo atto. Pago il pedaggio, ascolto la radio che riesco ad ascoltare, metto a profitto le soste forzate per telefonare, leggere i giornali, mi sono abituato a riconsiderare l´autostrada un po´ come un traghetto, tempi lunghi, braccia conserte, niente fretta e guardare il mare – nel mio caso, facendo di necessità virtù, guardare il profilo degli Appennini, i campi, i frutteti, i casolari, il poco che rimane della pianura padana che è così bella quando è bella, cioè molto di rado.
E non bisogna neanche lamentarsi troppo, in fondo. Peggio che a me, pochi giorni fa, è andata a quattro preti in gita, che per colpa di uno degli infiniti cantieri-imbuto (Piacenza Sud) hanno fatto a sportellate con un´altra macchina e sono finiti a muso in giù dentro un fossato, poveri quattro preti, a rendere l´anima al creatore. Al quale avranno chiesto, magari, perché si deve crepare così, stupidamente, magari per qualche settimana di ritardo nella rappezzatura di una corsia, o per qualche cappello da mago dimenticato qualche ora di troppo, come il misterioso segnaposto di un lavoro virtuale, in un paese sempre più virtualmente ricco e moderno, sempre più quotidianamente sfasciato, stracco, indifferente.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma e cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su ...

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