Michele Serra: Se le due ruote superano i bolidi

Lo snervante inseguimento canadese della Ferrari di Schumacher (secondo grazie alla sua tenacia ma anche grazie alle disgrazie altrui) aveva una lepre virtuale: Valentino Rossi, fresco vincitore a Barcellona e portabandiera di uno sport che sta seriamente rischiando di levare pubblico e fascino alla F1. Due ruote sono più telegeniche di quattro, e basta una telecamera bene orientata sulle pieghe estreme dei centauri per dare la paga ai cento occhi che imbozzolano le automobili da corsa da sopra, da sotto, da dentro. Cento occhi che non riescono a dare un´immagine abbastanza dinamica da poter competere con l´ininterrotto, avventuroso corpo a corpo del motociclismo.
La Formula Uno, quest´anno, ha rinnovato le sue regole per rivitalizzare un racconto agonistico parecchio penalizzato dal dominio tecnologico della Ferrari e da quello del suo pilota tedesco, bravo e vincente fino al tedio. In parte c´è riuscita, rimettendo in gioco due o tre scuderie dalla fama ormai slavata, e un pugno di valorosi piloti nessuno dei quali, però, con la stoffa impalpabile del personaggio (non un Senna, non un Villeneuve). Nel frattempo il motociclismo sportivo, vecchia disciplina tecnologicamente "di nicchia", mai davvero baciata dal fiume di investimenti che è uno dei logici indotti della motorizzazione di massa, è risorto nonostante un lungo semi-oscuramento mediatico (esilio sul satellite), ed è risorto soprattutto in virtù delle gesta e del carisma di un geniale matto di paese, Valentino Rossi, che ha saputo restituire al pubblico l´idea antica, pre-tecnologica, del talento individuale e del rischio calcolato come fattori sovrastanti la stessa alchimia industriale e tecnica. Riuscendo a farlo, per giunta, perfino su quei nastri lisci e in fondo asettici (strade virtuali) che sono i circuiti moderni, tomba apparente di uno sport che (ben più dell´automobilismo) aveva fondato la sua leggenda sui circuiti cittadini e stradali, rischiando l´osso del collo tra le case e i fossi.
Le folli cunette dell´Isola di Man, e certe atroci gimkane di lungomare costate al motociclismo morti memorabili, con inutili caschetti di sughero che si sbriciolavano contro i marciapiedi, non sono ricordi tanto lontani: diciamo anni Settanta, e diciamo che il definitivo trasloco delle due ruote nelle levigate e quasi sicure traiettorie dei circuiti ammodernati è stato successivo, e di parecchio, a quello delle automobili da corsa. Le moto hanno impiegato parecchi anni (anni di ritardo sull´auto, per giunta) per ricrearsi anche in pista un appeal altrettanto forte, e finalmente mondato di quel fascino mortuario che l´epopea delle due ruote portava in seno. Ma ci sono riuscite, infine, e per giunta senza bisogno del glamour cosmopolita della Formula Uno. Il pugno di fantini virtuosi che tiene incollati al televisore, dopo molti anni, milioni di persone, è in larga parte la quintessenza del provincialismo: qualche iberico, qualche giapponese, e un nugolo di teen-ager italiani quasi tutti nati tra l´Appennino tosco-emiliano e l´Adriatico. Costoro, antropologicamente parlando, paiono il frutto naturale della mitologia romagnola del motore, di una spavalderia da bar, da picari di rione, che è rispuntata quasi carsicamente, quasi misteriosamente, nel bel mezzo dell´evo degli sponsor, della tecnologia giapponese, della mondovisione. Come il classico buon sangue che non mente.
Rossi è novecentesco (del secolo scorso, dunque) perfino nello strepitoso e allegro infantilismo nelle pubbliche relazioni. Guadagna miliardi ma pare che vinca per scommessa con gli amici del biliardo. Tra l´azzimato non-dire di Schumacher, prudente e vago come un pierre o un politico, e il fiume espressivo e goliardico di Valentino, corre una differenza di vitalità e di simpatia quasi annichilente per il tedesco. Il quale tedesco, dal punto di vista mediatico (e presto, dunque, anche da quello pubblicitario) insegue il più giovane Valentino con affanno crescente, dovendosi confrontare con uno sport che pare, insieme, più giovane e più antico della Formula Uno, perché ha ritrovato le sue radici (la meraviglia per l´equilibrio precario, la cavalcatura che diventa tutt´uno con il fantino) e le ha rimesse in pista immaginandole, in potenza, più dinamiche.
Se Rossi concluderà in testa la sua ennesima strepitosa stagione, e Schumi continuerà ad arrancare per un podio, si infittiranno, statene sicuri, le voci su un passaggio di Valentino alla Ferrari. Un´iniezione di adrenalina per uno sport che invecchia molto rapidamente, a trecento all´ora.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma e cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su ...

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