Umberto Galimberti: La scienza guarda al domani

Si apre domani a Venezia la Prima Conferenza Internazionale su "Il futuro della scienza" promossa dalla Fondazione Umberto Veronesi. La conferenza prevede la presenza di scienziati europei, americani e giapponesi, nonché filosofi, economisti e politici internazionali che, nella loro attività, si sono rivelati particolarmente sensibili alle tematiche sollevate dall’enorme progresso scientifico e tecnologico a cui assistiamo e sempre più assisteremo nei prossimi anni, senza che ciò abbia una particolare ricaduta sul dibattito culturale. Inconveniente, questo, che priva il pubblico di quell’indispensabile informazione che potrebbe consentirgli di partecipare alle riflessioni che tale progresso necessariamente comporta. La Conferenza si articola in tre giornate dedicate: la prima al rapporto tra la scienza e i valori, la seconda all’impatto della scienza sulla vita umana, la terza ai rapporti tra la scienza e il potere.
1. Scienza e valori. Già il tema della prima giornata apre il dibattito, a cui tutti siamo sensibili, relativo alla compatibilità tra le possibilità di intervento che le scoperte scientifiche rendono possibili e i valori etici su cui finora la cultura occidentale ha fondato se stessa. E qui diciamo subito che, nell’età della tecno-scienza, quale è appunto la nostra, l’etica si trova in grande affanno. In Occidente, infatti, abbiamo conosciuto fondamentalmente tre etiche: l’etica cristiana, che si limita a considerare la corretta coscienza e la sua buona intenzione, per cui anche se le mie azioni hanno conseguenze disastrose, se non ne avevo coscienza o intenzione, non ho fatto nulla che mi sia moralmente imputabile. Esattamente come capitò un giorno a coloro che hanno messo in croce Gesù Cristo e che da lui sono stati perdonati ‟perché non sanno quello che fanno”. è evidente che in un mondo complesso e tecnologizzato come il nostro, una morale di questo genere è improponibile, perché gli effetti sarebbero catastrofici e in molti casi addirittura irreversibili.
Quando nell’età moderna la società si laicizzò, apparve quella che potremmo chiamare l’etica laica, la quale, messo sullo sfondo il riferimento a Dio, con Kant formulò quel principio secondo cui ‟l’uomo va trattato sempre come un fine e mai come un mezzo”. è questo un principio che ancora attende di essere attuato, ma nelle società complesse e tecnologicamente avanzate già rivela tutta la sua insufficienza. Davvero, a eccezione dell’uomo da trattare sempre come un fine, tutti gli enti di natura sono un semplice mezzo che noi possiamo utilizzare a piacimento? E qui penso agli animali, alle piante, all’aria, all’acqua. Non sono questi, nell’età della tecnica, altrettanti fini da salvaguardare, e non semplici mezzi da usare e da usurare? Sia l’etica cristiana, sia l’etica laica sembra che si siano limitate a regolare i rapporti tra gli uomini, senza avere nessuna sensibilità e quel che più conta senza disporre di alcuno strumento né teorico né pratico per farci assumere una qualche responsabilità nei confronti degli enti di natura, il cui degrado è sotto gli occhi di tutti.
All’inizio del nostro secolo Max Weber formulò l’etica della responsabilità, riproposta vent’anni fa da Hans Jonas. Secondo Weber chi agisce non può ritenersi responsabile solo delle sue intenzioni, ma anche delle conseguenze delle sue azioni. Se non che, subito dopo aggiunge: ‟Fin dove le conseguenze sono prevedibili”. Questa aggiunta, peraltro corretta, ci riporta punto e a capo, perché è proprio della scienza e della tecnica avviare ricerche e promuovere azioni i cui esiti finali non sono prevedibili. E di fronte all’imprevedibilità non c’è responsabilità che tenga. Lo scenario dell’imprevedibile, dischiuso dalla scienza e dalla tecnica, non è infatti imputabile, come nell’antichità, a un difetto di conoscenza, ma a un eccesso del nostro potere di fare enormemente maggiore rispetto al nostro potere di prevedere e quindi di valutare e giudicare. L’imprevedibilità delle conseguenze che possono scaturire dai processi tecnici rende quindi non solo l’etica dell’intenzione (il cristianesimo e Kant), ma anche l’etica della responsabilità (Weber e Jonas) assolutamente inefficaci, perché la loro capacità di ordinamento è enormemente inferiore all’ordine di grandezza di ciò che si vorrebbe ordinare. Come si vede il problema resta aperto e ancora tutto da pensare. Ma che lo si debba pensare mi pare urgente e inevitabile, e bene ha fatto Umberto Veronesi ad aprire la Conferenza da lui promossa con questa prima importantissima questione.
2. L’impatto della scienza sulla vita umana. è questo il tema della seconda giornata articolata in quattro sessioni dove si discute con Carlo Rubbia delle future fonti di energia, con i più famosi genetisti internazionali della rivoluzione che ha comportato la scoperta del Dna, con Veronesi dei progressi della medicina e delle possibilità terapeutiche che le continue scoperte dischiudono, e infine delle ricadute in termini di informazione e comunicazione che il continuo progresso telematico comporta. Le risorse energetiche sono infatti la condizione per cui l’Occidente può mantenere il suo standard di vita e i popoli in via di sviluppo raggiungerlo. Lo scenario non è prevedibile, perché mai, in un arco di tempo così breve, abbiamo raggiunto livelli di vita così elevati, che sono stati resi possibili dalla disponibilità tecnologica, tanto potente quanto fragile, come Chernobyl vent’anni fa e oggi il disastro di New Orleans sono lì a dimostrare. L’accaparramento di risorse energetiche sarà la causa di guerre future, per non parlare delle presenti, e disegnerà un nuovo mondo i cui contorni sono difficilmente prevedibili. Se dalla vita collettiva passiamo alla vita individuale, la genetica in primo luogo e i progressi della medicina prolungheranno la nostra esistenza e miglioreranno la qualità della nostra vita in una misura che le generazioni che ci hanno preceduto non avrebbero neppure immaginato. Ciò comporterà, in Europa dove esiste, una riduzione dello stato sociale e dei contributi pubblici per l’assistenza sanitaria, fino a giungere al paradosso per cui quello che dal punto di vista tecnico-scientifico sarebbe possibile effettuare, diventa impraticabile per i costi economici che la collettività non è in grado di sostenere. Da ultimo l’impatto telematico che amplia in modo esponenziale le nostre conoscenze e modifica in modo radicale la modalità della nostra comunicazione, nella speranza che non modifichi anche la nostra intelligenza, trasformandola da problematica in binaria. La rivoluzione nel mondo del lavoro è già sotto gli occhi di tutti, ed ora la attendiamo, non senza una certa preoccupazione, nel mondo della scuola e dell’università, dove i processi formativi dovranno inevitabilmente cedere il passo all’acquisizione di competenze tecniche.
3. Scienza e potere. La terza giornata della Conferenza ha per oggetto la spinosa questione dei condizionamenti che la scienza subisce ad opera dell’economia e della politica. Infatti non si fa scienza senza denaro. E il denaro, essendo purtroppo l’unico generatore simbolico della nostra cultura, si incanala là dove può moltiplicarsi grazie alle scoperte scientifiche. Ciò comporta che il denaro privato avrà occhi solo per la ricerca applicata che dà subito risultati economici, mentre per la ricerca di base (da cui quella applicata dipende) bisognerà implorare risorse pubbliche ad amministratori statali che non hanno sguardi a lungo periodo per ricerche il cui successo non è garantito. Basti guardare le condizioni in cui versano le nostre facoltà scientifiche e il tempo che gli scienziati sottraggono alle loro ricerche per andare in cerca di finanziamenti, fino alla decisione di abbandonare il nostro paese per impossibilità materiale di fare ricerca. A medio periodo, perché ormai il progresso della scienza è velocissimo, questa situazione comporterà la dipendenza dei paesi che non investono abbastanza in ricerca, come l’Italia, dai paesi che invece investono e, in un mondo sempre più tecnologizzato, questa sarà la nuova forma che assumerà il colonialismo. Coloro che ci governano faticano a capire che in un mondo sempre più tecnologizzato la politica, se non si porta all’altezza del mondo che le è dato da governare, rischia di non essere più il luogo della decisione, perché per decidere è costretta a guardare all’economia, la quale assume le sue decisioni a partire dalle risorse e dalle disponibilità tecnologiche, per cui la tecno-scienza finirà per mandare in soffitta la politica se questa non si fa avveduta. Il rischio è terribile perché, come già ci ricordava Platone: ‟Le tecniche sanno come le cose devono essere fatte, ma non se devono essere fatte e a che scopo devono essere fatte. Per questo occorre quella tecnica regia (basiliké téchne) che è la politica, capace di far trionfare ciò che è giusto attraverso il coordinamento e il governo di tutte le conoscenze, le tecniche e le attività che si svolgono nella città”. (Politico, 304 a). Siamo all’altezza di quest’avvertimento di Platone? Penso di no. E allora ben venga, a chiusura della Conferenza Internazionale sul futuro della scienza, questa sollecitazione alla politica perché questa si porti all’altezza della trasformazione del mondo che le è dato da governare. L’arretratezza della politica, l’insufficienza della riflessione etica, la scarsa informazione, e non il progresso della scienza, sono infatti i veri pericoli che oggi l’umanità corre. E per giunta a sua insaputa.
Umberto Galimberti

Umberto Galimberti

Umberto Galimberti, nato a Monza nel 1942, è stato dal 1976 professore incaricato di Antropologia Culturale e dal 1983 professore associato di Filosofia della Storia. Dal 1999 è professore ...

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