Vittorio Zucconi: Il capo della mafia di New York sfugge al carcere a vita

Il grido di una madre squarcia il silenzio polveroso del Tribunale Federale di Manhattan: "Dio ha ascoltato la preghiera di una mamma!" urla Victoria Gotti e poi si accascia tra le braccia dell'avvocato. Il Signore, o qualche suo strano angelo, ha appena fatto il miracolo di evitare al figlio, al ridicolo "Padrino junior" di quel che rimane a New York, tra farsa e tragedia, di Cosa Nostra e della "Gambino Family", una condanna all'ergastolo per tentato omicidio, associazione mafiosa e sequestro di persona.
La giuria popolare non era riuscita dopo sei settimane a raggiungere l'unanimità necessaria per la condanna, perché un solo giurato, uno contro 11, si era intestardito a considerarlo "non colpevole". Il giudice ha dovuto dichiarare fallito il processo. John Gotti jr è tornato un uomo libero. Una mamma ha pianto di gioia e lo spaventoso dramma criminale della Mafia italiana è scivolato di un altro gradino verso l'operetta. Tre suoi coimputati per gli stessi reati sono stati condannati e quando il giudice ha letto la sentenza, la zia di uno di loro, Maria Laboccetta, è svenuta dopo avere rantolato "no, no". Le preghiere delle zie forse contano meno di quelle delle mamme.
Il processo al quale John Gotti jr è scampato, addirittura con un'assoluzione per un quarta imputazione di "frode finanziaria", era nato da un altro dei pupi e cavalieri e clown che recitano sul meraviglioso teatro di New York.
Curtis Sliwa, il fondatore degli "Angeli Custodi", dei vigilantes in giubbottino di seta rossa e baschetto dello stesso colore che fingono di vegliare sulla città, aveva accusato Gotti di volerlo morto e di avere organizzato la sua esecuzione, dimostrata da due colpi di pistola sparati alle sue gambe, mentre viaggiava in taxi.
Già il fatto che il presunto "boss" ed erede della "Gambino Family", il modello per la famiglia Corleone raccontata da Mario Puzo e da Francis Coppola, dovesse abbassarsi a ordinare il ratto e l'esecuzione falliti di un giustiziere da talk show (Sliwa ne ha uno alla radio Wabc) aveva fatto sorridere chi ricordava la spietata onnipotenza della Mafia. Ma la procura della Repubblica di New York, ancora esaltata dalla condanna a vita finalmente strappata dopo anni di giurie "impiccate" contro suo padre non aveva resistito alle tentazione di un altro processo show contro il figlio. E lo aveva incriminato.
Il nome della famiglia Gotti era troppo appetitoso perché Michael Garcia, il procuratore, non cadesse in tentazione e, mentre crescono ormai a New York le nuove, ancora più feroci mafie, dalla "mafia" russa alla Triade cinesi e alla Yakuza giapponese, mandare in galera il figlio ed erede del "Padrino al Teflon", di Gotti sr, poteva comunque essere spacciato come uno di quei successi nella "lotta alla criminalità" che tutti i politici, e i magistrati elettivi, adorano.
Il fatto che nessuno, a New York, prendesse sul serio questo quarantenne molle e viziato, protagonista insieme con la sorella di un grottesco "reality show" televisivo sulla loro "vita da mafiosi", non aveva scoraggiato la Procura. Neppure la testimonianza di John junior, che aveva raccontato come il sogno della sua vita fosse guidare un camper, andarsene per sempre da New York, viaggiare attraverso l'America alla ricerca dei suoi adorati piatti di pasta con i frutti di mare, era riuscita a smontare l'accusa.
Già suo padre, il "Teflon Don", il "Dapper Don", il Padrino dandy sempre visto in pubblico nei suoi leggendari doppiopetti di sartoria con i folti capelli argentei cotonati, non era preso troppo sul serio dagli studiosi di mafie americana, che ben sanno come la presenza e l'influenza di Cosa Nostra negli Stati Uniti sia da anni in declino.
Ma John senior era almeno un criminale vero, un ragazzo da film di Coppola o Scorsese cresciuto nelle "Mean Street" del Bronx insieme con i farabuttelli da strada e gangs da sgarro, specializzate nel furto di automobili e nelle rapine ai camion, prima di laurearsi alla vita violenta. Non un "Don Corleone", e neppure un grande criminale alla Profaci, Luciano o Anastasia, come il suo debutto dimostrò quando, cercando di rubare un camion betoniera ci finì sotto frantumandosi i piedi. Zoppicò per il resto della sua vita.
Ma il vecchio "Don" aveva almeno voluto l'esecuzione di nemici e rivali, nella più truculenta tradizione della "Murder Inc" di Anastasia e dei massacri di San Valentino a Chicago, dimostrandosi tanto feroce quanto stupido. Per ordinare uno dei suoi "contratti" al fido John "The Bull" Gravano aveva usato il telefono, sotto intercettazione da anni. Di fronte all'evidenza, "The Bull" aveva prontamente patteggiato, trasformandosi da toro in canarino. Aveva raccontato tutto ai magistrati e per John sr era stata la fine. L'ergastolo senza possibilità di libertà condizionata lo aveva rinchiuso in quel carcere dove morì di tumore al collo a 75 anni, nel 2002.
L'ipotesi che il figlio ed erede avesse seguito le orme del papà ordinando l'esecuzione dell'angelo in baschetto rosso era piaciuta, ma la incomprensibile resistenza del 12esimo giurato l'ha distrutta. I suoi tre coimputati, Tom Maranga, Michele Jannotti e Louis "Gigi" Mariano, il nipote della signora svenuta, sono stati condannati. Per il Padrino jr, nulla. "Ora sono un morto che cammina", ha strepitato isterico l'angelo in giubbetto di seta, Sliwa a tutti i microfoni e a tutte le telecamere di New York, "la Mafia non perdona e non dimentica".
Ma Victoria Gotti, la vedova del padrino vero e la mamma devota, ha garantito per il suo bambinone. "Questa sera e tutte le prossime sere sarà a casa, a mangiarsi piattoni di pasta ai frutti di mare" ha promesso, dopo essersi riavuta dalla commozione. Forse ce ne sarà un bel piattone anche per il dodicesimo giurato.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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